Vivere ai tempi del Coronavirus…

Dagli Appennini alle Ande un solo grido si espande: “anche il più dotto pare ignorante!”

Biblico flagello che ha marcato e continua a marcare l’incapacità di distinguere la competenza dal pressappochismo, la lungimiranza dal tacconare maldestramente l’immediato e l’abilità gestionale/organizzativa dal tirare a indovinare. Nei talk, in rete e sui media, scienziati, luminari, sapientoni, virologi, infettivologi, fantini del nulla ed esperti in riti apotropaici, cantano a cappella “verità”, “soluzioni” e “profezie” di opposto registro rasentando risse di biscardiana memoria. Quando un argomento monopolizza totalmente la comunicazione, per mantenere lo share a livelli commercialmente appetibili, occorre ingaggiare giocolieri capaci di annodare la linea che divide la scienza dalla fantascienza. All’appello mancano le quartine di Nostradamus, le congiunzioni astrali, il mago Otelma, i sette Chakra per raggiungere il Nirvana, l’unguento magico della nonna, gli Alieni e il cambiamento climatico. Nel mentre si continua a crepare urlando un inascoltato e straziante: “perché?”, domanda alla quale nessuno risponderà mai in modo credibile ed esaustivo. C’è qualcosa di tetro, inquietante, ambiguamente macabro negli occhi e nella voce degli speaker che con magno gaudio annunciano: “la situazione migliora, oggi ne sono morti solo trecento!”

Il celeberrimo testo di Totò: “La Livella” (la morte rende tutti uguali), è condivisibile solo parzialmente. Trapassare causa attentato, calamità naturale, disastro aereo e/o in guerra, significa scolpire il proprio nome su una lapide che in futuro qualcuno (forse) commemorerà periodicamente, magari con tanto di banda musicale, autorità in ghingheri, fumanti paioli di polenta e fiaschi di sangiovese. Andarsene all’altro mondo uccisi da un virus “made in China” vuol dire assuefare gli scampati a lutti concettualmente distanti, subdole morti che si integrano nel quotidiano fino a “normalizzarsi”. Niente colpi di katana inferti alla sensibilità collettiva, non un evento circostanziato capace di pizzicare milioni di coscienze contemporaneamente, nessuna escursione nei labirinti emotivi, non un luogo simbolo da trasformare in meta di pellegrinaggio né una data “fosforo”, niente totem, niente di niente. A tantissimi di questi sventurati è stato negato anche il funerale, per quanto formale pur sempre un rito che consente di accomiatarsi dal mondo con una pennellata di dignità.

Plauso doveroso agli Italiani che hanno rispettato le consegne, intendo il “lockdown”, arresti domiciliari alleggeriti da qualche deroga per garantire la sopravvivenza, immancabili le fisiologiche sacche di disubbidienza. I cervelli umani sono come i pezzi prodotti da uno stampo in trafila, ogni tot ne viene uno di scarto. L’ammirevole e stoica resilienza non è certo dovuta, se non in minima parte, alla improvvisa esplosione di un inaspettato senso civico da Guinness, nooooooooo…! Tutta questa serena rassegnazione, accettazione e pazienza la si deve soprattutto a internet e derivati come webcam, videoconferenze, chat, wapp, social, piattaforme varie e tutta una serie di servizi e app che la quarantena ha capillarmente diffuso. “Toglieteci tutto, pure la libertà ma non il web”. Fossimo costretti a stare in casa senza pc né tablet né smart, insomma, senza la rete, isteria di massa, tafferugli e gesti inconsulti sarebbero all’ordine del giorno. La dipendenza dalla tecnologia drogante è diventata socialmente strutturale, anche gli ultimi baluardi sono stati abbattuti.

Le grandi tragedie collettive sono solite, nel loro nefasto passaggio, disseminare una lunga scia di piccoli e grandi drammi personali. Choderlos De Laclos: “com’è tipico del tuo cuore perverso desiderare solo quello che non può avere”, estendendolo alle linee comportamentali imposte dal “lockdown”, l’aforisma è calzante. Tendiamo a valorizzare le cose quando le perdiamo o ce le tolgono/proibiscono, tutto sommato, un periodo di privazioni e rinunce per molti potrebbe essere una educativa iniezione di priorità e realismo. Tra quelli rimasti in salute vi è una categoria particolarmente penalizzata, gli “amanti clandestini”, unici a non avere sbocchi a basso rischio e non mi riferisco di certo al virus. Per arzigogolare tracciati e percorsi “massonici” che portino a un rendez-vous segreto vincente, ci vorrebbero teste da giallisti oppure campioni di sudoku ma è pur vero che quando la carne arde di desiderio l’ingegno si aguzza e l’incoscienza si inturgidisce.

Coronavirus “fase 2”… Un crogiolo di norme squinternate che potremmo definire: “nebbia & folclore”, una su tutte, il ripristino dei funerali ma con un massimo di quindici partecipanti, non è dato sapere a quale “congiunto” tocchi l’infame incombenza di stilare l’elenco. Stato, Regioni e Comuni viaggiano su treni diversi diretti verso mete diverse, domanda, una tra le tante: “trattare Calabria (infettati prossimi allo zero) e Lombardia (record di infettati e decessi) con gli stessi criteri è democrazia applicata oppure ignoranza politica?” Una delle frasi più ricorrenti nelle ultime settimane: “niente sarà più come prima”, suona quasi come un anatema. Presto o tardi un vaccino salterà fuori e torneremo all’apparente normalità, in quel momento ci renderemo veramente conto del disastro reale provocato dal virus, non solo in termini di vite umane.

Tullio Antimo da Scruovolo

Italia sì, Italia no… la terra dei cachi!

Italiani, 60milioni di C.T. della Nazionale, scrittori, poeti, cuochi, opinionisti e tuttologi multitasking ma, secondo alcuni discendenti diretti di Dio, 60milioni di cerebrolesi boccaloni da lobotomizzare. La dice lunga il successo degli “influencer” (si moltiplicano come ratti), in assenza dei quali, pare, non sapremmo come vestirci, nutrirci, occupare il tempo libero, scegliere mete vacanziere, film, libri, risolvere l’annosa questione delle unghie incarnite e, grazie ai video-tutor, imparare a grattarci il culo e scaccolarci in pubblico senza farci sgamare (mica facile). Un accerchiamento a ranghi serrati che si fa beffe delle stoiche e sparute sacche di resistenza, accantonando scelte estreme come l’eremitaggio, non ci rimane che l’algido realismo, icona del politicamente scorretto. Ultima trincea per non farsi fagocitare.

Le incessanti bordate provengono da due unità ostili: TV e WEB, la prima è parzialmente eludibile, la seconda è una sorta di “TSO” inevitabile anche per i più scaltri, soprattutto perché particolarmente subdola nella forma e nella sostanza. Aprendo un sito di news ci imbattiamo, nostro malgrado, in personaggi più o meno famosi intenti a lavare “panni sporchi” in quella immensa e affollatissima agorà chiamata “rete”. Inversione di tendenza, ci fu un tempo in cui per un “big” la privacy era sacra, nell’era tecnologica i segmenti tragici del proprio vissuto sono una fucina di “like & follower”. Puoi avere dieci lauree o essere l’Einstein del terzo millennio ma, voce dei nuovi dettami, se non porti in dote un “container” tracimante “L & F”, rimani al palo come un jurassico Fantozzi.

Le confessioni intime non vengono postate in “ordine sparso”, assolutamente no, si procede per “filoni”, sordida strategia che surfa il redditizio reef del momento. Bypassando infanzie infelici, patologie gravi, molestie presunte o reali e l’immancabile depressione, i trend sul podio sono: 1) chiudere i rapporti sentimentali sul web, 2) fare coming out , 3) confessare un passato da tossici e/o alcolisti. Verrebbe da pensare che dietro tutto questo vi sia una mente diabolica capace di capitalizzare le famigerate e già citate “unità Aristoteliche”, quelle che hanno reso celebre la “tragedia greca” ma sarebbe una immeritata lusinga.

Saltiamo momentaneamente sul carrozzone TV con un confronto tra due “Regine” che offrono prodotti simili ma con “sentenze” diametralmente opposte:

Barbara D’Urso… esperienze in tutti i settori dello spettacolo: cinema, teatro, televisione; per un certo periodo è stata anche giornalista (con tanto di iscrizione all’albo) collaborando con alcuni mensili, tuttavia è il piccolo schermo a lanciarla nell’olimpo. GF, fiction e vari show ma il “botto” arriva con il contenitore pomeridiano, soprattutto quello domenicale, immancabili i “blocchi” trash. Ascolti che hanno provocato travasi di bile in quel della Rai che, nonostante il pedissequo avvicendarsi di conduttori, per anni non è riuscita a produrre una “domenica in” in grado di competere.

Maria De Filippi… ha più volte dichiarato pubblicamente che senza gli spintoni del potente marito (Maurizio Costanzo) non sarebbe mai diventata quello che è. Come lei stessa sostiene (onore alla onestà intellettuale), non sa recitare, non sa ballare, non sa cantare, non sa presentare (imbarazzante l’imbarazzo Sanremese), tuttavia il suo essere “alternativa” e fuori dagli stereotipi è apprezzato da molti. Ideatrice e conduttrice di due programmi tra i più discussi e discutibili: 1) “c’è posta per te”, casi umani, persone che si rincontrano dopo lustri, sputtanamento di beghe famigliari e tutto il cucuzzaro strappacore. 2) “Uomini e donne”, format inverosimile Top-fiche e Top-ganzi, ai quali basterebbe mettere piede in un qualsiasi locale per rimorchiare ogni ben di dio, vanno in televisione a cercare l’anima gemella dando vita a “pantomime tiramolla” per allungare brodo e presenze, in letteratura si chiamano “digressioni”. Anche qui il trash non latita, con tanto di opinionisti e giullari che aizzano i partecipanti come gli spettatori di un combattimento tra galli. Non sono un fan né dell’una né dell’altra, nemmeno seguo i loro programmi, un paio di puntate per carpirne la direttrice sono più che sufficienti.

Universi paralleli che stimolano riflessioni seriose.

Il mondo “social” ci erudisce sul come trasformare in valore aggiunto la strumentalizzazione dell’intimismo, messaggio preoccupante, sociologicamente pericoloso nel suo diffondere modelli comportamentali. Lo traduco in volgo chiedendo anticipatamente venia ai più sensibili: “metti tutti i cazzi tuoi in rete, manda affanculo il/la partner su twitter/facebook/instagram, spargi ai quattro venti la tua sessualità e rendi pubbliche le nefandezze esistenziali che ti opprimono, è l’unica strada per il successo, se ti dice bene, ci marci pure economicamente”. Valida alternativa è quella di sparare cazzate da mentecatti spacciandole per “esigenze primarie salvavita”, come ha fatto una certa Taylor Mega (ma chi è?): “per campare ho bisogno di un milione di euro al mese”. Effetti collaterali dovuti alla chiusura dei manicomi.

La “tv” ci propina una dubbia morale palesemente espressa nell’ultimo Sanremo, il popolo italiano, nelle vesti di utente/spettatore, è costituito da una massa di fessi, indirizzabile, manipolabile e gabbabile con il joystick della affettazione. La Signora Barbara viene quotidianamente crocefissa, per contro, la Signora Maria viene quotidianamente idolatrata. Impossibile spiegare razionalmente cotanto doppiopesismo, pur tenendo i piedi ancorati mentre le unghie grattano sugli specchi alla ricerca di una accettabile motivazione. Le prolisse e onnipresenti malelingue asseriscono con perfidia: “non conta ciò che fai, conta quanto conti”, in queste lande non c’è competizione.

E’ molto probabile che “massmediologi” e “pupari” della comunicazione siano giunti a una conclusione comune capace di incrociare le parallele, cioè creare “angeli” e “demoni” televisivi sfruttando il “percolato” dei social. E’ un circolo vizioso, le presenze televisive incrementano la popolarità sul web, la popolarità sul web incrementa le presenze televisive.

Impossibile chiudere il post senza una spruzzatina di sano cinismo: “i cecchini necessitano di un bersaglio e gli spaesati di un totem da venerare”.

Tullio Antimo da Scruovolo

“scrivo per me stesso”, firmato PINOCCHIO…

Non sentirete mai Rocco Siffredi dire: “le misure non contano”, non sentirete mai Bill Gates proclamare: “i soldi non fanno la felicità”, non sentirete mai una strafica sentenziare: “l’importante è essere bella dentro”, non sentirete mai un vero blogger dichiarare: “scrivo per me stesso”. Dubbia e inquietante affermazione che riporta ai paradossi Kafkiani, i più eruditi disserterebbero di volpi e irraggiungibili grappoli d’uva.

Nessuno “scrive per se stesso”, anche coloro che vergano le pagine di un diario segreto, vivono nella inconfessata/inconscia speranza che qualcuno lo trovi e legga. Per “noi stessi” scriviamo appunti, promemoria, la lista della spesa e poco altro, sicuramente niente che potrebbe attivare una interazione col resto del mondo. La scrittura è, in ordine cronologico dopo la parola, la seconda forma di comunicazione, quella che da millenni divulga storia, scienza e cultura elevando mente e spirito.

Verba volant, scripta manent… “scrivere per se stessi” in uno spazio virtualmente accessibile a miliardi di persone è una puerile contraddizione in termini, ambiguo masochismo ideologico tipico degli sprovveduti o dei soggetti in malafede. Antropologicamente affascinanti i paladini dell’egoismo letterario che, giusto per ammazzare le giornate, imperversano su tutti i social “auto-promuovendo auto-storie auto-prodotte”, probabilmente sta nel prefisso “auto” il paradigma dello “scrivere per se stessi”.

Lapalissiana ovvietà, chi “scrive per se stesso” brancola nei vicoli intimisti, l’intimismo cessa di essere tale nel momento in cui viene trasformato in blob e disperso ad minchiam, le parole immesse in rete diventano indelebili, più di quelle scolpite nella roccia. La sensazione è che l’ego alterato dei suddetti necessiti di spazi infiniti e vaste eco, altra contraddizione che ci porta nel wood evolutivo: “scrivere per se stessi 2.0”.

Pur soprassedendo sui commentini pre-confezionati e sugli ipocriti follower/like, seminati come olive caprine senza nemmeno leggere i titoli dei post, non possiamo certo ridurre alla radice quadrata le colonne portanti che reggono e alimentano la blogsfera: “condivisione e interazione”. Asserire di “scrivere per se stessi” nel santuario della condivisione e della interazione è, a dir poco, un mega ossimoro. Hercule Poirot (guru della deduzione logica) condividerebbe sicuramente: “chi afferma di scrivere per se stesso su un blog, diventa l’amante clandestino di peculiarità ufficialmente ripudiate”, capolinea agli antipodi della coerenza.

Sarebbe un colossale errore minimizzare, svalutare il potere della scrittura vissuta come canale introspettivo. Stati d’animo ed emozioni trasformate in parole scritte, sono una potente e benefica terapia solo se non destinate a finalità diverse dalla elaborazione della propria essenza. Non si traggono benefici nel fare il bidè all’anima in una gremita agorà.

La vexata quaestio più che il dove, come e quando, dovrebbe investire il “perché”. Quando internet iniziò timidamente a entrare nelle case degli Italiani, vi era una sola forma di interazione pubblica, i forum, aree di discussione in cui venivano affrontati svariati argomenti. Rilevante la disparità tra quelli che si limitavano a leggere (tanti) e quelli che avevano l’ardire di intervenire (pochi), squilibrio dato da un atavico timore, quello di sparare cazzate, baluardo psicologico abbattuto dalla successiva invasione di pseudo scrittori, roba che neanche le locuste. Una pandemia resistente a tutti i vaccini conosciuti. Mi domando dove trovino la convinzione di affollare le librerie, reali e/o virtuali, quei blogger/scrittori che faticano ad ammucchiare una manciata di commenti sotto i loro post, nasce forse qui l’alibi/paracadute:“scrivo per me stesso”???

Nella patria di Dante Alighieri chiamiamo “scrittore” Fabio Volo (uno per tutti), lungi da me fare diagnosi sullo stato di salute della editoria Italiana ma considerata la sintomatologia… direi che sostenere di “scrivere per se stessi” sia una poco impegnativa presa di posizione, una paraculata snob in abiti vintage.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

Come diventare ricchi senza sbattersi più di tanto…

crowdfunding

E’ in piena espansione, come un crescendo Rossiniano, l’ultima “web-Mandrakata” chiamata “CROWDFUNDING”, non fatevi impressionare da questo inglesismo da brivido, non è un virus e nemmeno il nome di una imminente catastrofe naturale. Attingendo alla fonte del realismo descrittivo, direi che potremmo definirla l’evoluzione internettiana della vecchia “colletta”, sì ma caratterizzata da una virata storica, non ha legami di parentela/amicizia con beneficenza, carità, casi umani e pietismo da share, tutt’altro.

Il “crowdfunding” è una “formula” per reperire quattrini che si regge, nella sua applicazione, sul concetto base del marketing spalmato: “poco da tanti per arricchire tanto pochi”. Avete in testa un progetto serio, una idea innovativa, una fantasia bislacca, una cazzata pazzesca o semplicemente un sogno nel cassetto irrealizzabile perchè “state scarsi a finanze”??? Paranoie zero, lanciate in rete una campagna “crowdfunding” e spaparanzatevi in speranzosa attesa, ci sono buone possibilità che il vostro conto in banca si ingrifi come un verro. Non godete di grande popolarità sul vostro blog o profilo social??? “Elementare Watson”, affidatevi al proliferare di siti specializzati, le “piattaforme crowdfunding” girano a mille. Quando la vacca è piena di latte i mungitori sgomitano.

Negli USA il “crowdfunding” è da anni una miniera d’oro, un Banco di Mutuo Soccorso che distribuisce capitali come fossero figurine doppie. Barak Obama con questo “sistema” ha reperito i fondi per finanziarsi due campagne elettorali, il musicista Neil Young ha rastrellato oltre 6.000.000 di dollari per partorire un suo progetto tecnologico. Ovviamente, mi sarei stupito del contrario, sono cliccatissimi i siti che aggiornano sulle classifiche (autore della richiesta, soldi ricevuti e numero di aderenti, entrare nella top ten è come vincere una medaglia d‘oro, un oscar), gli Americani hanno nobilitato la questua trasformandola in status symbol. Se il tuo “crowdfunding” non entra tra i primi cento, nemmeno temporaneamente, sei uno sfigato.

In Italia le iniziative pubbliche e private portate a termine grazie al “crowdfunding” sono già molteplici, prevalentemente in ambiti culturali, artistici e di interesse comune ma non solo. Eclatante il caso di quelle ragazze di età variabile che hanno creato, onore all’audacia, una “griffe” che produce video hard sfruttando proprio questo metodo di “finanziamento collettivo a fondo perduto”. La “genialata” consiste nell’offrire pornografia totalmente gestita da donne, intendo a livello di canovaccio, troupe, pose, look e via dicendo, i maschi si limitano a fare gli “attori”. Interessante la “forbice di partecipazione” che spazia dai miseri cinque euro ai cospicui diecimila, i “sostenitori” ricevono sempre qualcosa in cambio (gratificazioni commisurate alla cifra elargita, gadget, magliette, video in anteprima, ecc. ecc.). Per la cronaca, le gaie novelle “imprenditrici” del sesso sono state ospitate da “GLOB”, programma RAI condotto dall’acuto e simpatico Enrico Bertolino. Durante il servizio mi sono chiesto se la riconoscenza comprendesse l’inserimento di nomi e cognomi dei “mecenati” nei titoli di coda, una furbata che moltiplicherebbe gli accessi.

Il “crowdfunding” ha peculiarità che calamitano, non è un “multilevel”, non è una stressante catena, non si accendono ipoteche, non si firmano cambiali/postdatati e non si duella con la burocrazia osteggiante. Se la vostra iniziativa produce un gettito superiore al necessario, la differenza potete utilizzarla come meglio vi aggrada senza incorrere in sanzioni né imbarazzanti colpevolizzazioni, l’apoteosi dell’eccedenza. In teoria niente impedisce di attivare un “crowdfunding” per acquistare cosiddetti beni superflui. Questo aspetto fa la differenza, spillare soldi in nome di bisognosi ammalati, affamati o disastrati è da galera, farsi aiutare da soggetti consenzienti per materializzare un desiderio non è amorale né immorale.

Per meglio capire meccanismi e modalità d’uso di questa “fatebenefratelli on-line”, consiglio una surfata sui motori di ricerca, non amo inserire link nei miei articoli, men che meno riportare “copiaincolla”. Una ricognizione, anche solo per curiosare e allargare le conoscenze sulla lava eruttata dall’attivissimo cratere della grande madre rete, non annoierà di certo. Ho il sentore che quando il “crowdfunding” sarà di pubblico dominio ne vedremo di ogni fatta e colore.

Circa 16anni orsono, appena approdato in internet, “pizzicai” un sito che proponeva l’adozione a distanza di una pecora, 30mila lire annue (se ben ricordo) per ricevere qualche chilo di lana grezza e una caciotta di pecorino. Era possibile attribuire alla pecorella un nome a piacere e pure ricevere periodiche mail sul suo stato di salute. Quando si dice l’inventiva Italiana… magari prima o poi salta fuori che il “crowdfunding” l’abbiamo inventato noi.

Per quanto ritenga superfluo precisare… Gli aspetti positivi della “net-colletta pro-impresa” sono notevoli, una grande opportunità per mettere in cantiere ambizioni e velleità aggirando le tagliole di banche, finanziarie e soci squali. Sicuramente apprezzabile anche la solidarietà di settore o nicchia che dir si voglia, quando si condivide una passione la generosità emerge istintiva, è l’inevitabile “lato B” della questione che semina perplessità e dubbi, le menti laide stresseranno i neuroni.

Proverbietto: “il bisogno aguzza l’ingegno” (versione impiegatizia del proletario: “quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”), può anche darsi sia vero, io penso che il mondo continuerà a girare, diciamo diversamente bene, fin quando si manterrà l’attuale sproporzione numerica tra scafati e cristallini. Come dire… la mamma dei “Pinocchio” è sempre incinta??? Anche il gatto e la volpe non dormono mai ma per altri motivi, a buon intenditor…!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

La Zalandomania…

Il “fenomeno Zalando” (oltre cento milioni di cliccate e un crescendo Rossiniano del fatturato) è un sonoro ceffone a venti anni di E-commerce, per dare vita a una idea vincente non c’è stato bisogno di scomodare equipe di creativi, esperti di marketing e santoni della comunicazione, “celoduristi” della fantasia in perenne riunione plenaria con damigiane di caffè e scatoloni di aspirine, niente di ciò, è bastato chiedere ad una casalinga: “ci dica quali sono le sue paure in merito all’acquisto di capi in rete”, risposta pronta, scontata, disarmante: “l’uso della carta di credito, problema taglia, spese di spedizione e ripensamento”. Detto fatto, con Zalando puoi pagare alla consegna, puoi ordinare due taglie e tenerti solo quella che ti va bene, non si pagano spese di consegna (nemmeno per i resi), se non sei soddisfatto ti vengono rimborsati i soldi, soldi, non buoni acquisto per altra merce. Tutto questo gli intelligentoni lo chiamano “uovo di Colombo”, una soluzione troppo semplice, terricola, elementare, per gli esosi elaboratori di paranoiche strategie aziendali “new age”.

I Tedeschi sono particolarmente efficienti e caparbi (purtroppo anche quando si chiamano Merkel), il gruppo che gestisce il business Zalando ha investito sulla ovvietà, avrebbero dovuto chiamare l’azienda “Lapalisse”, magari può essere che ci abbiano pure pensato ma sarebbe stato un immeritato omaggio a quegli antipatici dei Francesi. Il nuovo leader delle vendite on-line occupa un migliaio di dipendenti e ha adottato una gestione del magazzino seguendo i semplicissimi criteri delle farmacie, i rifornimenti sono quotidiani e di rimpiazzo, non lavorano sul venduto come molte realtà concorrenti (tutto ciò che appare sul catalogo virtuale è materialmente presente in deposito), questo garantisce “merce pronta”, rapidità nell’evadere l’ordinazione e riduce a tasso zero il rischio “disguidi”. Mi risulta informino addirittura via mail il percorso del collo. Tanto di cappello, modus operandi che dovrebbe fare scuola. Bene, adesso mi auguro di ricevere un lauto bonifico per questo marchettone redazionale.

Gli acquisti in rete di capi di abbigliamento hanno un certo fascino, un valore aggiunto, credo stimolino tantissimo la componente infantile che alberga in molti adulti. L’ansia di ricevere il pacco, il corriere che suona e lo consegna, la gioia di aprirlo e misurare vestiti e scarpe, se c’è un concetto che meglio esplichi l’idea del “regalarsi” qualcosa, è proprio questa forma di shopping. Certo è anche comodo ma ritengo non sia determinante, non come il rivivere momenti di spontanea, genuina contentezza da trecce e calzettoni. Era inevitabile che, presto o tardi, il commercio facesse leva sugli stati emotivi più radicati. Toccare, provare vestiti pescati nel mucchio in un negozio, non è paragonabile al pathos di una cliccata sul monitor, non crea un percorso mentale, non enfatizza un desiderio che si materializza a distanza di giorni. Contrariamente a oggetti e prodotti di varia natura, il vestiario stabilisce sinapsi con l’inconscio, solletica la vanità, è ciò che tutti vedono, è la vetrina, l’insegna personale, l’esternazione della propria essenza. Dimmi come e dove ti vesti e ti dirò chi sei. L’abito non farà il monaco ma un monaco senza saio rende sciapo il predicozzo e infruttifera la questua.

Affascina constatare gli effetti della tecnologia applicata alla psicologia di massa, collegamento singolare, il futuro che sfama bisogni primordiali soffocati. Ovviamente le clausole garantiste della Zalando, la qualità dei prodotti commercializzati e i prezzi depurati da costi filiera sono potenti incentivi, questo è innegabile, ma l’esplosione del “fenomeno Zalando” non può essere attribuito solo alla convenienza e alla praticità, nemmeno alla azzeccata e martellante campagna pubblicitaria. Qualche mente illuminata ha trovato la feritoia dove infilare il palanchino e scardinare resistenze cementate, siamo oltre il marketing, siamo oltre la comunicazione, siamo oltre la creatività. Questo è il livello della canalizzazione massiva, niente di grave, è solo l’inizio di un futuro inevitabile, già mappato, ci si adegua rapidamente e pure volentieri. Non mi stupirei dovessi scoprire l’esistenza di una community “Zalando club”, con tanto di chat e forum. A dirla tutta… non mi stupirei nemmeno se dietro questa brillante operazione ci fosse anche la collaborazione di qualche cervello Italiano emigrato nelle teutoniche lande.

Tullio Antimo da Scruovolo