I VEGANI sono ALIENI sotto mentite spoglie che vogliono DISTRUGGERE il PIANETA…

 

La drammaticità del fattaccio che ha declassato la celeberrima influencer Yovana Mendoza Ayres, in arte Rawvana (DUE MILIONI di seguaci), da leader vegana crudista a “Miss raglio del totano”, non sta tanto nell’essersi redenta, scelta imposta dalle patologie dovute all’esiziale regime alimentare, quanto nell’aver scientemente continuato a mentire per mesi. Non fosse stata colta in fallo avrebbe perseverato indefessa, senza tema di smentita, a macinare followers e pecunia attentando all’altrui salute. La “Giudessa (vendutasi per trenta fritture di pesce)” è divenuta, suo malgrado, eclatante testimonial del: “predicare bene e razzolare male (finché dannata paparazzata non sputtani)”. Il successivo video “mea culpa” è tragicomico, supercazzola a metà tra il frigno di una bambina beccata con le dita sporche di marmellata e il gratta-specchi di una ladra sorpresa con la refurtiva nella bisaccia.

Una rondine non fa primavera, poiché non ci sono più le stagioni di una volta potrebbe farla, anche perché sotto il fumo c’è sempre un po’ di arrosto ma non è lo zampino della gatta che andava al lardo… “Stultorum incurata pudor malus ulcera celat”.

C’era una volta… Pomeriggio torrido e afoso, Maria Giovanna, vegana amante degli animali e dell’erba, si avventura nella pineta in cerca di privacy per una “rollatina”, nel suo deambulare inciampa in qualcosa, si china incuriosita: “per mille canne, è la lampada di Aladino!” In fibrillazione totale la raccoglie e prende a sfregarla speranzosa. Appare un Genio sbadigliante che guardandola scazzato dice: «Senti bella, c’è crisi, sono anche io vittima della spending review, posso concederti un solo desiderio». La giovane risponde senza riflettere: «Vorrei che tutti gli esseri umani fossero costretti a diventare vegani».

Cosa succederebbe se questa storiella si trasformasse in realtà? La fine del mondo!

Siamo circa 7,5miliardi di individui, sul nostro pianeta non esistono aree coltivabili sufficienti per fornire 37,5miliardi di canonici (cinque) pasti vegani al giorno, nemmeno 22.5miliardi volendo ridurli a tre. Disboscare tutte le foreste sarebbe una contraddizione ideologica.

Le popolazioni che vivono in zone prive di vegetazione, costrette a nutrirsi esclusivamente con alimenti di origine animale, dovrebbero essere sradicate dal loro territorio, dalle loro tradizioni millenarie e deportate in ghetti sorvegliati a vista.

Tutti gli animali da pasto (quantità incalcolabile) dovrebbero essere uccisi e le loro carcasse incenerite, con le poco gradevoli derive ambientali, in quanto non riuscirebbero a sopravvivere allo stato brado. Aspettare che muoiano per consunzione sarebbe ben più crudele, occorrerebbe sterilizzarli e nutrirli per decenni con alimenti chimici, causa monopolizzazione dei territori agricoli.

Da tempo l’uomo ha alterato gli equilibri di mari, fiumi e laghi diventandone (arbitrariamente) parte integrante dell’ecosistema, dovesse cessare immediatamente ogni attività di pesca, si creerebbe un ingestibile caos nella catena alimentare con risvolti apocalittici.

Territori impervi utilizzati per pascoli e transumanze, diventerebbero selve inaccessibili che darebbero origine a nuove forme di vita ostili. I predatori (lupi e orsi) di animali domestici, affamati e in assenza di cibo, attaccherebbero l’uomo.

Una umanità improvvisamente vegana creerebbe miliardi di disoccupati e abbatterebbe il PIL mondiale al punto da diffondere povertà, carestie, malattie e morte in ogni dove. Pastori e allevatori cadrebbero in depressione innescando suicidi a catena.

Stando a quanto dichiarato dalla stessa Rawvana (se milioni di persone hanno fatto bibbia di ciò che diceva prima, nessuno può vietare di prendere per buono quello che ha detto dopo), patologie di varia natura si espanderebbero al punto da collassare la sanità mondiale in termini economici, tecnici e operativi.

In breve tempo si formerebbero gruppi di ribelli, nostalgici e irriducibili (resistenza parmigiana), organizzati in bande finalizzate al sabotaggio dei centri di stoccaggio alimentare robotizzati. Nascerebbe la borsa nera della ventresca e un chilo di trippa costerebbe come un monolocale a Montecarlo. Verrebbe ripristinata la pena capitale per i recidivi e i più disperati bazzicherebbero gli acquitrini per cibarsi di zanzare e tafani.

Difficile credere esistano così tanti esseri umani sani di mente desiderosi di una simile “soluzione finale”, più probabile i vegani siano alieni sotto mentite spoglie con un unico obiettivo, distruggere la Terra attuando una subdola psico-strategia alimentare.

Se qualcuno considerasse tutto questo una gran cazzata, farebbe bene a farsi un giro sui siti vegani, non è che da quelle parti ne sparino di più leggere, almeno qui la salute è salva, magari per i dotati di spirito pure il buonumore. E’ in via di sviluppo (istinto di sopravvivenza) una forte idiosincrasia nei confronti degli integralismi, specie se supportati da fanatismo saccente, arrogante e aggressivo. Evidentemente il senno collettivo s’è destato dal lungo letargo.

Da sempre il gregarismo di stampo settarico si alimenta (per rimanere in tema) di anestetizzanti teorie tarocco e ieratiche crociate moralizzatrici, invero il fine unico è parassitare falle esistenziali, come il sempre più condiviso bisogno di appartenenza, per acquietare filistei appetiti. Si scoprisse che l’alimentazione “no pulp” sia stata concepita da qualche genio del marketing al soldo delle multinazionali della soia, non vi sarebbe nulla di cui stupirsi.

Amici vegani vicini e lontani, trasformare un maiale in guanciale, prosciutto, lardo, braciole, costine, strutto, culatello e altre succulente leccornie, è un dovere morale e sociale. Si narra che circa duemila anni fa, tale Gesù Cristo, abbia moltiplicato pani e pesci, non bacche e radici. Se anche la retorica dei miracoli si contrappone alle tesi vegane… un accidenti di motivo dovrà pure esserci.

Tullio Antimo da Scruovolo

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Evoluzione negativa della specie, cilicio 2.0

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Il discusso e discutibile (anche lessicalmente e semanticamente) detto: “vivere da malati per morire da sani”, in atavico conflitto con le logiche dei gaudenti, ha da anni specchiato un nuovo acerrimo nemico, l’evoluzione trendy dell’autoflagellazione e del rifiuto di se stessi socialmente cassato. Questa new entry ha sdoganato viscerali e segrete paranoie trasformandole in improbabili performance circensi periferiche, apoteosi del concetto “borderline”, percorso spianato da una branca della psicologia che non punta alla demolizione delle “macerie” bensì alla palese valorizzazione delle medesime, mission impossible.

Nell’era in cui fummo studentelli col grembiulino e i fiocchetti ci insegnarono la famigerata “prova del 9”, è sufficiente adattarla e applicarla ad alcune tendenze contemporanee per meglio capire i risvolti degli integralismi esistenziali.

La salute è un bene primario ma è da boccaloni pensare di ingabbiarla in regimi alimentari fatti di privazioni da eremita e attività fisiche degne di Sparta, evviva il tanto odiato ozio (per chi crede… ci fu un momento in cui anche Dio decise di riposarsi). Lungi da me creare una trincea anti… “prova del 9”, se, come per incanto, domattina diventassimo tutti vegani, ci estingueremmo nel giro di un anno, probabilmente meno. Il veganesimo è stato inventato dalle multinazionali della soia adottando l’iper collaudato principio base del marketing applicato: “se non riesci a convincere il popolo sulle qualità del tuo prodotto, trasformalo in filosofia di vita”, i latini la chiamavano “captatio benevolentiae” ma forse bisognerebbe parlare di “dialettica eristica”. Esistono poi igienisti e salutisti, niente da opinare fin quando non si sviluppano fobie nei confronti di tutto ciò che teoricamente potrebbe essere dannoso: “ non stringo la mano a nessuno per evitare microbi, non bacio nessuno per evitare batteri, pulisco casa e automobile in continuazione, non vado nei bagni dei locali pubblici, ecc. ecc.”. C’è chi compra le sigarette a stecche, chi le birre a casse e chi riempie il baule di Mastro Lindo. Scrivendo questo capoverso mi è tornata in mente una vecchia barza, un tipo si reca dal medico: “Dottore, voglio una medicina che mi faccia campare in salute fino a cento anni, “bella richiesta, mi dica, lei fuma?”, “assolutamente no Dottore”, “beve?”, “sono astemio totale”, “si droga?”, “mai, neanche una canna”, mangia con ingordigia?”, “ma per carità, sono vegano minimalista”, “fa tanto sesso?”, “ma si figuri, quella è la strada più facile per contrarre laide malattie”, “mi scusi Signor paziente, posso farle una domanda?”, “mi dica Dottore”, “ma per quale cazzo di motivo lei dovrebbe campare cent’anni?”.

Doveroso dedicare un minimo di attenzione ai gaudenti, soggetti che hanno personalizzato a proprio uso e consumo lo slogan mussoliniano: “meglio un giorno da leone che…”, ogni mente pensante si è ritrovata, prima o poi, a porsi l’amletico quesito: “meglio rischiare di crepare prima e spassarsela o meglio rinunciare a piaceri e stravizi sperando di crepare il più tardi possibile?”. Tradotto in termini filosofici è un po’ come chiedersi se nella tomba sia meglio portarsi rimorsi o rimpianti, William Blake sosteneva: “la strada degli eccessi porta al palazzo della saggezza” (ammesso ci si arrivi), a fargli da eco George Bernard Shaw: “le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare”. Corollario… il mondo degli artisti e dei maestri del pensiero, antichi, rinascimentali e moderni, menti illuminate che curavano e curano tutt’ora “ernie al cervello” con “vizi”, “vizietti” e “additivi”. Nonostante l’ipocrisia cristallizzata nei riti da corridoio, quella che discerne la genialità dalla “demenza spurgo”, pochezza intellettuale tutt’altro che endemica.

Nella ouverture del post ho parlato di autoflagellazione e di rifiuto di se stessi, problematiche massicce mutate in cospicuo business creatore di mostri relegati a mere e inguardabili funzioni decorative, mi riferisco a tatuaggi, piercing, dilatazioni e chirurgia estetica estrema. Non vi è nulla di deprecabile in un tatuaggio, in un orecchino piazzato da qualche parte (i piercing sul glande e sulle grandi labbra evocano una fusione ben lontana dalle concezioni di Einstein) e nemmeno in una correzione estetica nel caso la natura fosse stata taccagna. Le perplessità nascono nel vedere corpi trasformati da capo a piedi in pinacoteche, ferramenta dinamiche o addirittura resi somaticamente somiglianti ad animali, per non parlare poi degli inserimenti sottocutanei di materiali sintetici, occhi e lingue colorate, denti da vampiro e via discorrendo. Per divenire “fenomeni” degni di nota (si fa per dire), occorre sottoporsi a innumerevoli, costosissime e dolorosissime sedute, in alcuni casi si praticano vere e proprie mutilazioni/menomazioni. Errato pensare che gli adepti a tale martirio siano prevalentemente sfigati/e che intraprendono anomali percorsi per emergere dalla insignificanza sociale. Per quanto possa stranire, anche le strafiche e gli strafichi rischiano di essere risucchiati nel vortice della “non accettazione di se stessi”. Non intendo sparare pistolotti sulla società avariata, nemmeno sulla manipolazione delle masse frutto di un collassato sistema di acculturamento, ciò che spinge ad accanirsi drasticamente sul proprio corpo è sempre e solo una anemia psicologica.

Per quanto possa apparire banale, credo che miliardi di individui, maschi e femmine, quotidianamente optino per un accettabile ibrido, cioè una vita più o meno sana/regolare con segmenti trasgressivi o trash. Fino a quando siamo noi a gestire piaceri/vezzi va tutto bene, nel momento in cui sono loro a prendere il sopravvento si trasformano in “dipendenze” schiavizzanti. Sia chiaro, si diventa schiavi di tutte le scelte integraliste, salutismo, veganesimo, svacco a oltranza, palestra intensiva, tattoo e piercing a manetta o pokémon go, trattasi sempre e comunque di “cilicio 2.0”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il “food fetish”…

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Il primo vagito mediatico emesso dal neonato terzo millennio, obbrobri planetari a parte, è stato di matrice culinaria, vagito ormai trasformatosi in pedissequo, ossessionante, tedioso schiamazzo. E’ sufficiente smanettare sul telecomando per imbattersi, h24, in programmi di ricette e/o competizioni tra aspiranti “chef”, presunti tali e scafati marpioni della pignatta. Slow food, fast food, street food e varie ed eventuali, sono diventati una perpetua grandine di elaborazioni e linee alimentari. Saper cucinare è una gran bella cosa ma imparare a fare la trippa coi fagioli, la peperonata o l’impepata di cozze alle sei del mattino… è roba da conati.

Spadellare con maestria è indubbiamente “arte” ma anche una non casuale manipolazione della natura, frenetica ricerca che rincorre ingredienti, sapori, abbinamenti, colori, forme ed estro decorativo, insomma, ogni piatto deve trasformarsi in una installazione degna del MOMA. Inevitabile l’approdo a pittoresche definizioni “idiomatiche”, se i bidelli sono diventati “operatori scolastici” e gli spazzini “operatori ecologici”… ecco che un semplice passato di verdura si muta in “vellutata d’autunno”, i piselli non si frullano, si “emulsionano”, il soffritto non si frigge, lo si fa “sudare” (chi non suderebbe nell’olio bollente?). “Oggi lo “chef” vi propone una ricettina semplicissima composta da ingredienti facilmente reperibili. Dunque… procuratevi un filetto di manzo Olandese di 18 mesi allevato all’aperto, tre grammi di sale dell’Himalaya, quattro grani di pepe bianco del Tagikistan, due peperoncini Rocoto del Perù, un bicchiere di vino bianco South Eastern Australia, 76 grammi di burro di arachidi della California, 29 fagioli Cileni e un pugno di riso rigorosamente Vietnamita”. Maaaaa… pane e mortadella no???

“Sesso & cibo” sono da sempre una accoppiata vincente, non solo per via di quella galeotta cenetta a lume di candela considerata propedeutica, indispensabile per giungere al primo “conoscersi” (nel senso biblico), alcuni vivono la cosa addirittura come rito apotropaico capace di scongiurare rifiuti o deprimenti procrastinazioni a oltranza. Un’ottima cena in un bel ristorantino agevola sicuramente la socializzazione ma è metodologia obsoleta, mesozoica, i “tombeur de femme” moderni, trendy, fichi, invitano la “fortunata” nella loro casa promettendo appetitosi manicaretti cucinati con le proprie mani. Nel caso la Lei di turno accettasse, sarebbe d’uopo accoglierla indossando look da “chef” (pare che il total black sia più sexy del total white ma l’importante è cambiarsi prima di “attavolarsi”, giusto per non rendere il desinare un banale colloquio di lavoro).

Come dicevo, “sesso & cibo” costituiscono un ancestrale sodalizio, coloro che amano soddisfare appieno il palato, maschi o femmine che siano, amano nello stesso modo e con la stessa passione il talamo, buongustai che assurgono al grado di gaudenti (detta in brutta, più si è raffinati a tavola più si è perversi a letto). Diffidate delle persone che si nutrono di surgelati, diffidate anche dei vegani integralisti, il perché è facile da intuire, chi sostituisce il microonde ai fornelli e/o ripudia la carne, raramente si “scanocchia” le ginocchia nel vortice dei sensi.

Orti, frigoriferi e dispense, da sempre sono sexy-shop a km zero, zucchine, cetrioli, banane, carote, melanzane, sedano (usato come frusta), nutella, miele, marmellate, panna, burro (ultimo tango a Parigi docet), buccia di pesca (è un must), quelli che amano il sesso estremo biologico fanno incetta di diavolicchio Calabrese, va letteralmente a ruba.

Da qualche anno a venire gli “chef” (guai chiamarli cuochi o cucinieri) sono diventati delle vere e proprie ricchissime star ben acquartierate nell’olimpo del divismo, divismo effimero e discutibile soprattutto negli atteggiamenti, scorbutici, isterici, arroganti, maleducati, spietati, crudeli, altezzosi, perfidi. Lo “Sgarbismo” ha contaminato anche le cucine televisive, uno “chef” che si rispetti non lesina insulti e umiliazioni, la puerile motivazione è sempre la stessa: “forgiare il carattere, spronare, motivare”. Qualcuno spieghi a questi esaltati un concetto elementare, le cucine non sono caserme alla “full metal Jacket” e fare lo “chef” non significa emulare il Sergente Hartman, sbagliato credere siano comportamenti sceneggiati, tale dispostismo è presente in moltissimi ristoranti.

Il boom mediatico della “cucina no stop” ha incrementato all’ennesima potenza quella che una volta pareva essere una figura professionale elitaria: “il critico gastronomico”, nobile mestiere derubricato a un dozzinale “magna e spara giudizi ad minchiam”. Spesso la sensazione è che questi novelli assaggiatori delle altrui mense, altro non siano che spocchiosi scrocconi incompetenti bramosi di spacciare per aristocratiche indegne papille gustative.

Forse sono portato a pensar male ma rimango perplesso nel constatare che i programmi di cucina siano interrotti da spot pubblicitari in cui si reclamizzano prodotti contro il colesterolo, contro gli intasamenti intestinali, contro le emorroidi, contro le masse adipose, ecc. ecc. Per non parlare delle attrezzature ginniche da casa e degli indumenti “modellanti”. Come se dietro tutto questo “ambaradan” ci fosse una unica strategia di marketing tipo: “prima ti devasto e poi ti vendo i prodotti per curarti”. Suona strano anche il fatto che “EXPO 2015”, manifestazione mondiale sulla alimentazione, sia stata preceduta per anni da un progressivo e martellante intensificarsi dei suddetti format, così fosse dovremmo disquisire di malcelata lobotomizzazione delle masse.

Mangiamo sano, mangiamo Italiano, aiutiamo i vecchi contadini e tutti quei NOSTRI giovani, sempre più numerosi, che hanno deciso di tornare alla terra dedicandosi alle colture biologiche. Sul fronte enogastronomico siamo i primi al mondo. Ribelliamoci a quella Europa che, asservita alle logiche dei lobbisti, tenta ogni giorno di boicottarci e di imporci schifezze provenienti da ogni parte del mondo.

Tullio Antimo da Scruovolo