Quell’alibi chiamato “destino”…

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Quando la natura cliccò “apri file” dando inizio alla grande avventura dell’uomo su questo pianeta, ebbe la perfidia di allegare un bug incancellabile, per sempre quello strano mammifero bipede in grado, chi più chi meno, di elaborare concetti, avrebbe convissuto con un atroce dubbio: “quella strana cosa chiamata DESTINO, la si subisce oppure la si gestisce???”.

Luca Argentero, un futuro da bancario, strada spianata in quanto figlio di un dirigente di un noto istituto creditizio Torinese, “carrieruccia” garantita che gli avrebbe consentito una vita decorosa, senza eccessi nè tribolazioni. Alla giovane età di 24anni (anno 2003) esce dai ferrei schemi famigliari e si infila nel carrozzone del Grande Fratello, il padre lo osteggia in tutti i modi arrivando addirittura a minacciare ritorsioni accusandolo di “minare” prestigio e onorabilità del cognome. Lui non molla, partecipa al reality, non lo vince ma gli si aprono le porte dello “show biz”, un calendario sexy per spargere fregole e poi la fiction “carabinieri”. Oggi Luca Argentero è uno degli attori più bravi, più ricercati e più pagati della sua generazione, il traguardo, il risultato ottenuto, il sogno realizzato, è frutto del “destino” o della sua caparbietà, determinazione, volontà???

Non vi è settore, dalla cultura allo sport, dallo spettacolo all’arte, dalla scienza alla progettazione, ecc. ecc. che non annoveri autorevoli personalità giunte alla vetta dopo aver mangiato e digerito tonnellate di merda, subìto e metabolizzato boicottaggi, attraversato le paludi del sacrificio e percorso le fogne dello scoramento. E’ giusto attribuire il merito di tali faticose scalate al “destino”??? Idem per chi si è perso per strada, è giusto mettere alla sbarra il “destino” imputandogli il fallimento degli arresi???

Al termine “destino” associamo, istintivamente, due vocaboli che incutono terrore e speranza: “sfiga e fortuna”,  uno strano, anomalo triangolo appeso al filo di un’altra parola inquietante: “fatalità”. Ci vorrebbe uno spazio ampio come una galassia per contenere la miriade di soggettive riflessioni in merito, ognuno ha proprie convinzioni, certezze, quando l’oggetto del disquisire è il “destino”. Credo sia IMPOSSIBILE rispondere, senza tema di smentita, alla domanda che chiude il primo capoverso, ciò nonostante ritengo coerente col mio interpretare la vita dare una “spallatina” verso l’agorà della razionalità, mettendo un piede nella logica e tenendo l’altro sollevato da terra in un surplace filosofico.

E’ innegabile che per vincere a un gioco basato sulla casualità sia fondamentale il fattore “C”, ma è altrettanto innegabile che per stimolarlo bisogna fare la giocata, quindi la fortuna bacia chi compie una scelta ragionata. Decidendo di fare una passeggiata nel centro di Trieste mentre la Bora impazza a 180km orari, qualora mi cadesse in testa una tegola o un vaso, sarebbe “sfiga”???, sarebbe “destino”???. E’ forse il “destino” a mandare all’altro mondo individui che hanno condotto una vita di stravizi e dissolutezza? Le teoriche responsabilità del “destino” prendono consistenza nel verificarsi delle situazioni chiamate “disgrazie”, non ci hanno messo niente di loro gli incolpevoli passeggeri uccisi dalla demenza di Schettino… dalla demenza di Schettino, non dal “destino”. Si può morire anche in aereo, in treno, in auto e in tantissime circostanze non agevolate, non cercate, non provocate, questo è un dato inconfutabile ma prima di scaricar colpe sul “destino”, bisognerebbe attingere al pozzo delle ovvietà e ricordarsi che, purtroppo, la morte è un effetto collaterale della vita, anzi, è l’unica certezza che acquisiamo quando veniamo al mondo. Il valore della vita è assoluto, non anagrafico, morire a 20anni, a 50anni o 90anni, non fa nessuna differenza, siamo noi ad aver creato tassi emotivi oscillanti che accrescono o diminuiscono il peso di una dipartita.

Eccoci giunti alle dolenti, brucianti note. Quando il “destino” diventa regista dell’AMORE…!!! Secondo il sentire diffuso si può, volendo, al limite, anche razionalizzare una sciagura ma è assolutamente impossibile, inimmaginabile, escludere il “destino” dalle vicende amorose, nel bene e nel male. E’ certamente questo l’ambito in cui il “destino” si trasforma in ingrediente essenziale, sia esso dolce o salato è di fatto elemento deresponsabilizzante. Rallegra ringraziarlo scaramanticamente quando si sguazza nel brodo di giuggiole, alleggerisce coscienza e pene incolparlo quando una storia va in vacca, insomma, un alibi “double face”. Non è così, non lo è assolutamente, siamo NOI che creiamo/cerchiamo/capitalizziamo gli incontri, siamo NOI che rendiamo belle le relazioni, siamo NOI che le roviniamo, siamo NOI gli unici responsabili di ciò che accade all’interno di una unione, il “destino” è totalmente estraneo alle nostre colpe e ai nostri meriti, ai nostri pregi e ai nostri difetti, alla nostra intelligenza e alla nostra idiozia.

Fosse bastato il “destino” a decidere le sorti di ognuno di noi, su qualsivoglia fronte, la natura non si sarebbe sbattuta fino al midollo per dotarci di cervello, purtroppo quando ha distribuito il manuale con le istruzioni per l’uso, molti se n’erano già andati convinti che nulla avrebbe potuto cambiare… indovinate cosa??? il “destino”, appunto!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

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Siamo noi a ballare coi lupi, quelli famelici…

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Non sono una star Hollywoodiana  ma, qualora lo fossi, dubito che mi sputtanerei interpretando il ruolo del deficiente in uno spot pubblicitario, a prescindere dal compenso. Dopo lo sciroccato Banderas che flirta con una gallina è arrivato Kevin Costner, uomo di mondo, scafato, vissuto, uno che la sa lunga, talmente lunga che in un posto da favola, con un mare da favola in cui si pesca pesce da favola… mangia tonno in scatola e insalatine di mare industrialmente prodotte. Prima o poi vedremo Bruce Willis entrare in una celeberrima “enoteca tempio” per ordinare un calice di Tavernello.

Gli spot realizzati dalle agenzie che gestiscono i cospicui budget delle multinazionali nascono da approfonditi studi ed elaborate ricerche, il creativo estroso, fricchettone, stralunato, flashato da eclatanti e geniali intuizioni si è estinto. Dietro una campagna pubblicitaria moderna ci sono sociologi, psicologi, esperti della comunicazione, strateghi del marketing, maghi della tecnologia, analisti  e fighetti in carriera pieni di spocchia. Il tutto si traduce in una poco lusinghiera constatazione, “sparare” a tappeto uno spot idiota significa considerare idiota il mercato, cioè il consumatore finale, cioè noi.

Logica vorrebbe che Kevin Costner si trovasse tra prati e faggi, magari dopo una lunga camminata sentisse la nostalgia del mare (Waterworld), nostalgia lenita dal piacere di gustare una scatoletta di tonno. Sarebbe stato un video tutto sommato accettabile, invece no. Il subdolo intento è quello di convincere che il loro tonno in scatola sia talmente buono da dover essere preferito al pesce, neanche a dirlo, appena pescato nelle limpide acque che fanno da sfondo, ecco… solo un lobotomizzato potrebbe emulare una simile belinata. Lo staff creativo che razzola cogitabondo sul set ci costringe a dedurre, intuire, capire quale sia la stima riposta nei confronti del target destinatario del messaggio.

Non sono solo i pubblicitari a trattare il popolo come un immenso gregge di stupide pecore pronte a seguire ovunque il caprone col campanaccio, questa convinzione è radicata anche, dovrei dire soprattutto, nelle teste dei politici e dei manipolatori dell’informazione. La metafora del “tonno Kevin” è significativa e attinente, farlo passare come pasto ideale in quel contesto è quantomeno pretenzioso, oltre che grottesco. Politicanti e giornalisti fanno la stessa cosa, si adoperano per rendere assurdo l’ovvio e ovvio l’assurdo, mutuano dal carrozzone della reclame il comandamento base. Quando non posso dire: “la mia offerta è migliore”, denigro la concorrenza, in alternativa la rendo accattivante sconfinando nell’inverosimile.

Sfuggire al bombardamento politico, mediatico e pubblicitario è tecnicamente impossibile, sempre non si decida di staccare il cordone ombelicale dalla società rinchiudendosi, vita natural durante, in un eremo per sfamare corpo e mente con bacche e perpetue meditazioni. Tuttavia è possibile arginare, contenere, ridurre l’influenza del suddetto assedio. La panacea consiste nell’acquisire una giusta dose di disincanto, realismo, cruda razionalità. Lo start per giungere a un modus pensandi “difensivo/protettivo”, si snoda su una oggettiva valutazione dei tre fronti: 1) le multinazionali hanno un solo fine, per perseguirlo non lesinano mezzi discutibili, incrementare le vendite per aumentare gli utili, 2) quasi 70anni anni di Repubblica ci insegnano che i politici nostrani di sicuro non si alzano al mattino per il nostro bene, 3) in Italia non esiste la stampa indipendente, non c’è grande editore che non sia ammanicato con la politica.

Non per giocare in contropiede ma per ricordare che… tra generalizzare e analizzare tendenze/andazzi esistono differenze abissali, non tutti i pubblicitari realizzano spot ingannevoli ma spessissimo accade, non tutti i politici Italiani sono ladri ma il malcostume da sempre li contraddistingue, non tutti i giornalisti sono faziosi ma quelli che contano sì, dichiaratamente faziosi. Queste tre categorie che a vario titolo ci condizionano la vita, condividono due direttrici inamovibili: 1) ammaliarci trasformandosi in sirene di Omerica concezione, 2) considerarci coglioni involontari portatori di soldi, gloria e potere. Niente di più, niente di meno.

Nota di servizio: lo spot è stato girato sulla costiera Amalfitana, gli abitanti del luogo si sono ribellati perché il faro/abitazione è un tarocco, infatti è stato ricostruito al computer sopra una torre Saracena simbolo storico della località. Se veramente Kevin Costner andasse in vacanza da quelle parti, le donne del posto sgomiterebbero per portargli ogni giorno pesce freschissimo cucinato con maestria, altro che scatolette e insalatissime industriali. SO GOOD!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

i figli “polizza”…

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“DIN-DON”… nella lussuosa casa riecheggia il celestiale, dolce, suono del campanello dei ricchi (quello dei poveri emette un irritante e rauco gracchiare), Anacleto indossa la vestaglia di seta pura acquistata durante un soggiorno a Pechino e, con passo felpato, attraversa l’immenso salone pensando che la Filippina sia arrivata in anticipo. Apre sereno la porta e si trova di fronte tre donne in fila indiana, la prima è giovane, regge tra le braccia un pargoletto, sorridendo perfida dice: “ciao, ti ricordi di me? Sono Elena, questo è tuo figlio”, dietro di lei fa capolino una tracagnotta pettinata da Zefiro che col cipiglio della candidata suocera sentenzia: “stessi occhi… stesse mani…”. La terza apre il cappotto mostrando un camice bianco, professionalmente serafica: “sono la Dottoressa Carmilla, devo farle un prelievo per il test del DNA”…!!!

La querelle “Raffaella Fico/Mario Balotelli”, con allegata bimbetta somigliante sulle copertine dei rotocalchi, è l’ennesimo affluente che porta acqua al fiume gossipparo tracimante finta umanità da audience. Lui è un ragazzone con la testa calda e i piedi buoni, lei una ragazzotta con la testa bacata e un bel culo, accoppiata vincente, si fa per dire, sul ring il “frutto del peccato” che tra qualche anno si ritroverà, inevitabilmente, a domandarsi se sia più pirla il padre oppure più “opportunista” (eufemismo anti querela) la madre. Forse non tutti sanno che la Fico, una volta uscita dalla casa del Grande Fratello, non trovò modo migliore per comunicare al mondo il suo bisogno di “amore” se non quello di “offrire”, quando si dice l’ottimizzazione, la propria sbandierata verginità in cambio di una “simbolica” cifra, 1.000.000 di Euro (avrà la vagina poliglotta, dotata di porta USB, pacchetto office, studio casting e contabile incorporato).

Negli anni in cui gli Italiani viaggiavano sulla “Fiat 500”, quella con le portiere controvento, le ragazze madri erano costrette a subire una feroce emarginazione, i loro piccoli venivano classificati come “figli di padre ignoto” (sinonimo di bastardi). Donne forti capaci di sopportare ogni angheria sociale e famigliare custodendo in cuor loro, per tutta la vita, il segreto della paternità, sempre frutto di una “prova d’amore” estorta subdolamente. Nell’era dell’aborto legale, degli anticoncezionali e della informazione dilagante, alcune “ragazze madri” spopolano raccattando vana gloria e solidarietà ipocrita, non grazie alle conquiste progressiste bensì al business dei “figli polizza”. I padri o presunti tali si sono trasformati, senza volerlo, da segreto inviolabile a “peni distratti” da mettere alla gogna mediatica, ancor prima del parto. Il perché è disarmante nella sua essenza, non sono più manovali, contadini nullatenenti o militari di passaggio, NO, sono inseminatori ricchi, milionari, famosi. Balotelli è solo l’ultimo di una lunga serie.

Quando le forze dell’ordine scoprono, smascherano bordelli di lusso, tra i frequentatori gaudenti saltano sempre fuori alcuni calciatori, ovviamente la gente si domanda: “ma come… sono belli, sani, assediati da fica disponibile, eppure vanno a pagare le puttane???”, eccerto… si sollazzano nei postriboli per non rischiare di ritrovarsi padri incastrati. E’ tragicomica la macchiavellica trappola tesa al tennista Tedesco Boris Becker, divenuto padre di una bambina grazie a una fellatio praticatagli dalla guardarobiera di un ristorante, complice un medico che aspettava in auto con la dovuta attrezzatura, fecondazione assistita centrata al primo colpo. Neanche a dirlo il tribunale, pur dopo aver sgamato l’infame tranello, ha dichiarato la piccola SUA figlia con tutte le logiche economiche consequenziali.

Credo sia giusto tutelare in primis gli interessi dell’incolpevole figlio/a, tuttavia ritengo lo sia anche trovare un modo per arginare il fenomeno delle paternità carpite, sarà squallido e poco romantico ma arriverà il giorno in cui le trombate saranno precedute da firme apposte sotto dichiarazioni deresponsabilizzanti, ammesso che queste possano avere valore legale. La gravidanza “polizza” ha origini antiche ma negli ultimi decenni è diventata classista, colpisce solo i danarosi, quando muore un possidente gli eredi legittimi vivono nel terrore che spunti fuori qualche figlio seminato in giro a reclamare parti di patrimonio. Non è mai successo che qualche potenziale erede si sia fatto avanti, reclamando il riconoscimento, una volta scoperto di avere un padre biologico indebitato fino al collo e magari in testa alla black list di Equitalia.

I figli dovrebbero essere la sublimazione di un sentimento, di un progetto di vita, i figli sono la continuità del proprio passaggio terreno, il futuro. Come è possibile trasformarli in fonte di reddito??? La vendetta femminista, dalle “sedotte e abbandonate” siamo passati ai “sedotti e spennati”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Passami il telecomando…

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Una donna chiamata Procopiella è piombata nel tunnel degli antidepressivi perché non ha trovato il suo nome da appiccicare sul barattolo della Nutella”. Non è l’ultima bufala di Giacinto Canzona bensì una ipotetica conseguenza del battage pubblicitario in atto, particolarmente intenso e aggressivo nei periodi di vacche anoressiche. Il popolo ha bisogno di credere in qualcosa che passa sullo schermo, l’intrattenimento appaga la voglia di sognare, ridere ed emozionarsi, la cronaca inorridisce ma passa e va, ciò che arriva a toccare direttamente l’ombelico di tutti sono politica e pubblicità, “balls” somiglianti ma non uguali seppur entrambe ricolme di sillogismi, similitudini, imitazioni, scopiazzature, parodie e spudorate menzogne.

Politicanti e spot trasformano la TV in un quartiere a luci rosse attrezzato per soddisfare ogni tipo di depravazione.  Quando un onorevole o aspirante tale appare sullo schermo, soprattutto in campagna elettorale, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una vecchia baldracca per militari che ammicca laida, tailleurino color guano, spolverino in ecotopo, capelli cotenna e zoccoli da zoccola rosa Schiaparelli. Scoordinate mosse similfeline scoprono macerie reggicalzate, la lingua bovina lecca l’aria sbavando lasciva e paventando godurie inaudite. Meno osceni gli spot pubblicitari, soft, patinati, cosce tornite, culi sodi e mammelle di giuste dimensioni ingentilite da occhi perversamente innocenti , anche i ragazzotti palestrati semi ignudi hanno sguardi teneri, adolescenziali, “rocce” bisognose di coccole materne. La pubblicità non discrimina, lusinga e valorizza anche la massaia inciaciottita, l’ometto tricoleso con la panza, l’adolescente sfigato/a, il vecchietto petulante che si piscia sotto e i fornai sciroccati come Banderas che parlano con le galline (quelle pennute). Diciamo che la “reclame” è un accogliente, bizzarro topless bar.

Politica e pubblicità hanno fronti condivisi, sia l’una che l’altra vogliono sedurci, cambiarci la vita, ci promettono felicità, si propongono come “problem solving”, si adoperano alacremente per “il nostro bene/benessere” ma alla fine vogliono SOLO i nostri soldi. Cogliamo comunque rilevanti differenze, un prodotto si può testare rapidamente e pure a costi contenuti, un politico no, una volta piazzato lì si rischia di doverselo tenere per epoche, la concorrenza commerciale alza la qualità e abbatte i costi, la concorrenza in politica induce a scegliere, ahinoi, il meno peggio. A livello comparativo la pubblicità deve rispettare un ferreo codice etico, in politica… denigrazione, insulti, illazioni, sputtanamenti e calunnie sono inamovibili punti di forza.

Gli italiani sono sempre più indaffarati, oberati da incombenze, innumerevoli cose da fare, soprattutto i benestanti e le ben maritate. Nonostante abbiano colf, baby sitter, catering in abbonamento e non lavorino… piagnucolano perennemente per il loro non riuscire a far tutto… mah… !!! Gente che potrebbe, dovrebbe godersi la vita si alza al mattino presto per andare a caccia di stress, evidentemente fingere di essere sempre di corsa eleva a ranghi superiori, chi non ha un milione di cose da fare ogni giorno è un borderline, un tagliato fuori. Tuttavia ci sono quelle due o tre sere al mese, impegni permettendo, in cui si riesce a trovare anche il tempo  di cenare in famiglia e, volesseiddio, accendere quel televisore ultrapiatto pagato caro e usato poco causa vita intensa. Spaparanzati in salotto ci si sorbisce il Fernet digitale in un amletico dubbio: cosa rovina di più la digestione…  le cazzate sparate nei talk politici oppure gli spot dei pannolini che imprigionano la pupù liquida? Il voyeurismo di Santoro (Micheluzzo è sempre più grasso, pare un Landrace) o le gengive che sanguinano?, la mellifluità di Vespa o gli assorbenti per vulve con le guarnizioni vetuste? L’ipocrisia del “pretino” milionario Fabio Fazio o la preparazione H?, l’ennesima puntata della saga “B” vs “antiB” oppure la tosse catarrosa curata col bronchenolo? “Dove accidenti ho messo quel DVD sulle larve del Burkina Faso???”

I media hanno bisogno della pubblicità, la pubblicità foraggia la politica, la politica ha bisogno dei media, questo orgiastico triangolo dura da sempre, prima che Berlusconi irrompesse sul mercato con i suoi network, la Sipra (concessionaria che aveva il monopolio della pubblicità televisiva e di tutti i quotidiani politici) finanziava i partiti attraverso un pernicioso meccanismo chiamato “minimo garantito”. Quando suona la campanella della mensa e giunge il momento di riempirsi ventre e tasche… crollano anche le più insormontabili barriere ideologiche, le coop rosse pubblicizzano i loro prodotti sulle reti Mediaset,  la Mondadori ha pubblicato e pubblicizzato “gomorra” dell’antiberlusconiano Saviano. Per fare ascolti degni di nota, impennare lo share e il fatturato pubblicitario, La7 ha dovuto chiedere all’odiato Berlusca di passare a prendersi un caffè dalle parti di Travaglio. Per tre edizioni il festival di Sanremo, programma top della RAI, è stato vinto da cantanti targati Maria De Filippi, deus ex machina di Mediaset.

Politica e pubblicità, adulanti mignatte, eterozigote gemelle bresciolde.

“Procopiellaaaaaaaaaa… per cortesia portami un diger selz, ho le budella che stanno giocando ai quattro cantoni”.

Tullio Antimo da Scruovolo

L’arrampicata esistenziale…

Standosene serenamente seduto in mezzo ad auto sfreccianti, il flemmatico Ernesto Calindri suggeriva ad una Italia in bianco e nero assetata di progresso un bicchierino di amaro Cynar, a suo dire un toccasana contro “il logorio della vita moderna”, anni dopo nel tubo catodico è apparso un colorato, sorridente Gigi Proietti per annunciare che il “gusto pieno della vita” lo si assaporava sorseggiando l’amaro Averna. Sempre rimanendo in zona “spremuta di erbe” è doveroso citare: Petrus, “l’amarissimo che fa benissimo”, l’amaro Lucano, “cosa vuoi di più dalla vita?”, l’amaro medicinale Giuliani che “aiuta a digerire”, il monacale Don Bairo “l’uvamaro” e, ovviamente, “sopra tutto” un Fernet Branca altrimenti detto “stura budella”. La conclusione che se ne trae non lascia scampo, per fare l’uomo forte che non vuole niente di più dalla vita e che combatte il logorio guadando il gusto pieno tra un convento e un pugno di ferro… bisogna andare in cirrosi da digestivo.

Gli  intellettualmente onesti non possono esimersi dal riconoscere alla tanto odiata, assillante, invadente pubblicità, il merito di aver divulgato i concetti base della filosofia simbolica, meglio conosciuta con il termine “metafora”,  centrata in pieno quella che associa gli amari allo snodarsi dell’esistenza. Facendo free climbing sulla perpendicolare parete delle interpretazioni ci si ritrova aggrappati a graffianti spuntoni. L’amaro mistico, purificatore, l’espiazione di colpe ereditate: “lavorerai col sudore della fronte e partorirai con dolore…”, ma perché??? L’amaro cinico che evidenzia la pochezza umana scavando nella latrina dell’anima, l’amaro etico, regole concepite da uomini deboli per gestire e sottomettere uomini forti. L’amaro dell’effimero, della competizione, del materialismo, del successo vissuto come parametro valutativo del passaggio terreno. L’amaro dell’amore, il vero e unico oppio dei popoli, la più diffusa assuefazione, uno stato d’animo che spesso destabilizza equilibri e provoca devastazioni. L’amaro dell’ipocrita logica politically correct, miliardi di esistenze condizionate da storture. Altra similitudine tra l’amaro metaforico e quello in bottiglia è il contrasto tra “forma e sostanza”, stranamente gli amari sono i liquori con più zuccheri ed è proprio l’alto tasso di questi a renderli dannosi qualora se ne facesse abuso. Anche gli “zuccheri” della nostra esistenza sono temibili nemici, in uno dei suoi più celebri aforismi:”  le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare”, George Bernard Shaw mette a fuoco una contraddizione di fondo e punta l’indice sulle limitazioni imposte da linee comportamentali stilate ad hoc.

Nella illuminata deduzione citata si coglie una vera e propria requisitoria contro la morale pubblica, infatti le “cose immorali” (quelle non penalmente perseguibile) non sono affatto “illegali” ma appartengono all’area della gogna, del pubblico ludibrio, del disonore. Ricordiamo anche Baudelaire col suo: “maledetto sia quell’uomo che per primo ha mischiato le cose dell’amore con le cose dell’onore”. Chi ha intorpidito le pure acque del darsi??? Le due menti eccelse più che agli uomini in quanto tali si riferivano alle loro paure, alle loro angosce, alle loro insicurezze, al loro seme che ha fecondato l’ovulo del maschilismo preventivo/repressivo. Paure, angosce e insicurezze sociali non nascono dal nulla, ancor meno quando si manifestano autonomamente in ogni angolo del mondo, non sapremo mai se le ansie madri di civiltà al maschile siano un sottoprodotto del mercimonio o viceversa, di fatto sappiamo solo che migliaia di anni fa qualcuno/a ha trasformato il sesso, una naturale gratificazione psicofisica che non conosce target,  nella più longeva e preziosa moneta.

L’ometto in foto che si arrampica con impegno per raggiungere i cirri dell’estasi è emblematico, fatica e piacere, amaro e zucchero, né più né meno come la passata di verdura alcolica reclamizzata sotto varie etichette. La differenza tra la riga della calza e la treccia di Giulietta è solo morale. Vogliono farci credere che la vita sia veramente un bicchierino, un bicchierino pieno di un liquido amarognolo color letame ma con tanto zucchero nascosto chissà dove.

Tullio Antimo da Scruovolo