INFIBULAZIONE, parliamone…

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Le origini della infibulazione, ribattezzata con l’acronimo “MGF” (Mutilazione Genitali Femminili), sono avvolte in una coltre impenetrabile blindata da irrisolti misteri che negano l’approdo a dati certi, il ritrovamento di una mummia infibulata risalente al 2300 a.C. autorizza a imputare gli Egizi ma con formula dubitativa. Esistono vari livelli di infibulazione, da quella base limitata alla “sola” escissione della clitoride a quella “faraonica”, una devastazione che comprende anche l’amputazione di grandi e piccole labbra nonché la quasi totale “cucitura” della vulva. Dopo le nozze Il marito provvede personalmente alla “apertura”, ovviamente conforme alle dimensioni del proprio membro, eseguendo un intervento chirurgico casalingo propedeutico alla deflorazione. Effetti collaterali come patologie, infezioni e decessi durante il parto sono all’ordine del giorno. Non meno allucinante la “recidiva”, vedove, divorziate e spesso anche le puerpere, vengono sottoposte a “reinfibulazione” ripristinante.  Pare un film dell’orrore ma tutto ciò è cruda, crudele realtà in molti Paesi.

Considerare l’infibulazione una semplice impalcatura maschilista finalizzata alla eliminazione delle ansie da prestazione e confronto, sarebbe riduttivo, addirittura banale, oltre questo filo spinato concettuale c’è qualcosa di molto più terrificante. Nelle aree interessate, da sempre, ci si adopera alacremente per diffondere la convinzione che tale pratica sia un valore “culturale”, NON religioso. Escamotage che radica la “MGF” nei putridi acquitrini del percolato filosofico.  Penso che il “comitato” ideatore dell’infibulazione, sicuramente composto anche da donne, abbia elaborato un percorso basico tutto sommato poco arzigogolato, facilmente intuibile, provo a sintetizzarlo: “nel momento in cui la donna raggiunge l’orgasmo cessa di appartenere all’uomo che la possiede, si stacca da lui rapita dalla ubriacante lussuria, il richiamo dei sensi indebolisce la devozione fino ad annientarla. Anche in assenza di velleità fedifraghe il vincolo passionale avrebbe la meglio sull’asservimento istituzionale, per quanto possa dilatarsi nel tempo la passione è inconfutabilmente effimera e quindi non garantista. Una donna in grado di godere vive il proprio uomo come un amante potenzialmente gestibile, di conseguenza trascinabile nel vortice della irrazionalità fino alla mortificazione, parziale o totale, della mascolinità intesa come ruolo inalienabile. Una donna che approda al piacere finisce inevitabilmente per cercarlo, diventando sessualmente attiva acquisisce il potere, seppur teorico, di destabilizzare/condizionare assetti famigliari e sociali. Una femmina infibulata non conosce la voluttà, non lotta contro le tentazioni da essa provocate e, per effetto a cascata, non entra nel tunnel della gelosia, della febbre del possesso (qui nasce l’accettazione di ulteriori mogli), si vota all’uomo promessa nella più lucida e incondizionata consapevolezza”. Nessuno mi toglierà mai dalla testa che questa sia la vera genesi. L’ipotesi che l’infibulazione nasca dalla paura di veder crescere la clitoride fino a trasformarsi in un grosso pene rivale, è solo una delle tante, tantissime leggende popolari. Considerando epoche e modus vivendi, volendo proprio forzare… ritengo più attendibile ipotizzare fosse, in origine, una barriera protettiva per arginare tentazioni e gravidanze incestuose ma, razionalmente parlando, questa è la motivazione reale che per millenni ha reso indispensabile la verginità prematrimoniale ad ogni latitudine e longitudine.

Lo sbigottimento permane apprendendo quanto sia in forte espansione l’infibulazione spontaneamente accettata dalle donne occidentali, Italiane comprese, avvezze a intrecciare relazioni con uomini provenienti da Paesi dediti alla suddetta barbarie. Anche raschiando il barile delle assurde logiche travestite da antichissime tradizioni, risulta impossibile giustificare una menomazione psicofisica imposta, impresa fattibilissima nei cortili della irreversibile “libera scelta”. Per poter meglio comprendere decisioni così autolesioniste e traumatizzanti, prima di salire a bordo degli alianti piombati nello stallo dell’amore, sarebbe doveroso calarsi nei cunicoli esistenziali, quelli che conducono al trucido lottare contro la propria insignificanza. Gravissimo errore non considerare l’infibulazione VOLUTA “anche” una perversione/ritorsione, estrema e subdola nel suo germogliare all’ombra di una presunta sudditanza. L’humus psicologico consiste, sostanzialmente, nel ripudiare il proprio piacere al fine di umiliare il maschio negandogli la più tangibile, eclatante, appagante, gratificante attestazione di virilità. Da anni in occidente prolifera il nascere di “nicchie” in cui abbienti acculturati, maschi e femmine, sperimentano innovative fusioni tra sesso cerebrale e tormento delle carni, l’infibulazione semplice (clitoridectomia) pare sia entrata in questo circuito come sublime suggello di una definitiva autodeterminazione. Siamo alla aberrazione della inviolabilità sacrale.

La “galassia infibulazione” dissemina meteoriti che lasciano perplessi. Nessun dettame religioso la menziona, nemmeno il Corano, il Cristianesimo la bandisce ma i Copti la praticano, nasce migliaia di anni addietro assolutamente NON in nome degli dei. Accantonando califfi ai quali è stato dissequenziato il DNA, possiamo affermare, senza tema di smentita, che religioni e infibulazione non hanno niente da spartire. Parrebbe siano i maschi a trarne vantaggio ma nella realtà applicata trattasi di vittoria pirrica, in una comunità in cui le donne adultere vengono lapidate, le single infibulate e la prostituzione bandita, con chi si accoppiano gli uomini soli??? Molti antropologi attribuiscono a questa carenza l’atavica “normalizzazione” della pederastia. La “MGF” è totalmente gestita dalle donne, sono le mamme stesse a decidere le sorti sessuali delle figlie, ove è facoltativa la bilancia pende dalla parte del “sì”, nonostante non sia più elemento fondamentale per trovare marito. Come dicevo sopra, ci troviamo di fronte a uno zoccolo culturale particolarmente duro, non è un problema di Stato etico. La colpevolizzazione a tutto tondo dell’universo maschile è oggettivamente scorretta, nella migliore delle ipotesi semplicistica, nella peggiore una strumentalizzazione.

La strada più socialmente percorribile per giungere a una progressiva eliminazione della infibulazione, non è quella di proibirla tout court punendola severamente in modo altrettanto cruento, questo incrementerebbe i canali clandestini (vedi occidente) e creerebbe ampie sacche di resistenza identificativa. Più sensato il “gestirla” a livello di sanità pubblica investendo sulla creazione di consultori cuscinetto efficacemente dissuasivi. Qualora la si volesse a tutti i costi, si eliminerebbero comunque i rischi igienico-sanitari e sarebbe tenuta sotto controllo da monitoraggi ufficiali. L’esigenza start è quella di iniziare una inesorabile opera di demolizione per abbattere definitivamente quell’agghiacciante “muro” retto da mammane, clitoridi strappate a morsi, riti iniziatici e assurde espiazioni figlie bastarde di padri ignoti.

La “manipolazione” degli organi sessuali non è prerogativa esclusiva del genere femminile, non dimentichiamoci gli eunuchi, i “Farinelli” e le famigerate evirazioni punitive. In molte nazioni democratiche si applica la castrazione chimica, religiosa, virtuale. La castità imposta a preti e suore è una infibulazione psicologica (altro carcere sessuale da sempre fucina di ignobili abusi). L’obbligo di giurare fedeltà “al buio” non è forse una coercizione mutata in valore??? Non verrà mai meno il bisogno di esorcizzare le ataviche paure nei confronti del sesso, un immenso, attivissimo cratere che erutta tetre risate quando si tenta di assopirlo con “valori infibulanti” come onore, fedeltà, purezza, ecc. ecc.

Una donna che non conosce il piacere non ha segreti, una donna senza segreti è una Matrioska vuota, non affascina, non ammalia e non seduce, soprattutto non spaventa, non terrorizza, non mina quel “comune senso del pudore” tanto caro a moralizzatori e bigotte “cacadubbi” che annaspano tra insicurezze e pregiudizi.

Tullio Antimo da Scruovolo

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