Evoluzione negativa della specie, cilicio 2.0

libroblog

Il discusso e discutibile (anche lessicalmente e semanticamente) detto: “vivere da malati per morire da sani”, in atavico conflitto con le logiche dei gaudenti, ha da anni specchiato un nuovo acerrimo nemico, l’evoluzione trendy dell’autoflagellazione e del rifiuto di se stessi socialmente cassato. Questa new entry ha sdoganato viscerali e segrete paranoie trasformandole in improbabili performance circensi periferiche, apoteosi del concetto “borderline”, percorso spianato da una branca della psicologia che non punta alla demolizione delle “macerie” bensì alla palese valorizzazione delle medesime, mission impossible.

Nell’era in cui fummo studentelli col grembiulino e i fiocchetti ci insegnarono la famigerata “prova del 9”, è sufficiente adattarla e applicarla ad alcune tendenze contemporanee per meglio capire i risvolti degli integralismi esistenziali.

La salute è un bene primario ma è da boccaloni pensare di ingabbiarla in regimi alimentari fatti di privazioni da eremita e attività fisiche degne di Sparta, evviva il tanto odiato ozio (per chi crede… ci fu un momento in cui anche Dio decise di riposarsi). Lungi da me creare una trincea anti… “prova del 9”, se, come per incanto, domattina diventassimo tutti vegani, ci estingueremmo nel giro di un anno, probabilmente meno. Il veganesimo è stato inventato dalle multinazionali della soia adottando l’iper collaudato principio base del marketing applicato: “se non riesci a convincere il popolo sulle qualità del tuo prodotto, trasformalo in filosofia di vita”, i latini la chiamavano “captatio benevolentiae” ma forse bisognerebbe parlare di “dialettica eristica”. Esistono poi igienisti e salutisti, niente da opinare fin quando non si sviluppano fobie nei confronti di tutto ciò che teoricamente potrebbe essere dannoso: “ non stringo la mano a nessuno per evitare microbi, non bacio nessuno per evitare batteri, pulisco casa e automobile in continuazione, non vado nei bagni dei locali pubblici, ecc. ecc.”. C’è chi compra le sigarette a stecche, chi le birre a casse e chi riempie il baule di Mastro Lindo. Scrivendo questo capoverso mi è tornata in mente una vecchia barza, un tipo si reca dal medico: “Dottore, voglio una medicina che mi faccia campare in salute fino a cento anni, “bella richiesta, mi dica, lei fuma?”, “assolutamente no Dottore”, “beve?”, “sono astemio totale”, “si droga?”, “mai, neanche una canna”, mangia con ingordigia?”, “ma per carità, sono vegano minimalista”, “fa tanto sesso?”, “ma si figuri, quella è la strada più facile per contrarre laide malattie”, “mi scusi Signor paziente, posso farle una domanda?”, “mi dica Dottore”, “ma per quale cazzo di motivo lei dovrebbe campare cent’anni?”.

Doveroso dedicare un minimo di attenzione ai gaudenti, soggetti che hanno personalizzato a proprio uso e consumo lo slogan mussoliniano: “meglio un giorno da leone che…”, ogni mente pensante si è ritrovata, prima o poi, a porsi l’amletico quesito: “meglio rischiare di crepare prima e spassarsela o meglio rinunciare a piaceri e stravizi sperando di crepare il più tardi possibile?”. Tradotto in termini filosofici è un po’ come chiedersi se nella tomba sia meglio portarsi rimorsi o rimpianti, William Blake sosteneva: “la strada degli eccessi porta al palazzo della saggezza” (ammesso ci si arrivi), a fargli da eco George Bernard Shaw: “le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare”. Corollario… il mondo degli artisti e dei maestri del pensiero, antichi, rinascimentali e moderni, menti illuminate che curavano e curano tutt’ora “ernie al cervello” con “vizi”, “vizietti” e “additivi”. Nonostante l’ipocrisia cristallizzata nei riti da corridoio, quella che discerne la genialità dalla “demenza spurgo”, pochezza intellettuale tutt’altro che endemica.

Nella ouverture del post ho parlato di autoflagellazione e di rifiuto di se stessi, problematiche massicce mutate in cospicuo business creatore di mostri relegati a mere e inguardabili funzioni decorative, mi riferisco a tatuaggi, piercing, dilatazioni e chirurgia estetica estrema. Non vi è nulla di deprecabile in un tatuaggio, in un orecchino piazzato da qualche parte (i piercing sul glande e sulle grandi labbra evocano una fusione ben lontana dalle concezioni di Einstein) e nemmeno in una correzione estetica nel caso la natura fosse stata taccagna. Le perplessità nascono nel vedere corpi trasformati da capo a piedi in pinacoteche, ferramenta dinamiche o addirittura resi somaticamente somiglianti ad animali, per non parlare poi degli inserimenti sottocutanei di materiali sintetici, occhi e lingue colorate, denti da vampiro e via discorrendo. Per divenire “fenomeni” degni di nota (si fa per dire), occorre sottoporsi a innumerevoli, costosissime e dolorosissime sedute, in alcuni casi si praticano vere e proprie mutilazioni/menomazioni. Errato pensare che gli adepti a tale martirio siano prevalentemente sfigati/e che intraprendono anomali percorsi per emergere dalla insignificanza sociale. Per quanto possa stranire, anche le strafiche e gli strafichi rischiano di essere risucchiati nel vortice della “non accettazione di se stessi”. Non intendo sparare pistolotti sulla società avariata, nemmeno sulla manipolazione delle masse frutto di un collassato sistema di acculturamento, ciò che spinge ad accanirsi drasticamente sul proprio corpo è sempre e solo una anemia psicologica.

Per quanto possa apparire banale, credo che miliardi di individui, maschi e femmine, quotidianamente optino per un accettabile ibrido, cioè una vita più o meno sana/regolare con segmenti trasgressivi o trash. Fino a quando siamo noi a gestire piaceri/vezzi va tutto bene, nel momento in cui sono loro a prendere il sopravvento si trasformano in “dipendenze” schiavizzanti. Sia chiaro, si diventa schiavi di tutte le scelte integraliste, salutismo, veganesimo, svacco a oltranza, palestra intensiva, tattoo e piercing a manetta o pokémon go, trattasi sempre e comunque di “cilicio 2.0”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Annunci

Il crescente diffondersi della omosessualità è dovuto a due sostanze chimiche che si trovano nei cosmetici e nelle confezioni alimentari…

gay not gayIl 17 maggio 1990 l’OMS sentenziò: “l’omosessualità non è una malattia mentale”, nel 2010 una equipe di scienziati accreditati ebbe a certificare: “esistono due elementi chimici che agevolano, accelerano il processo di femminilizzazione, addirittura già nello stato embrionale, sono il BPA e gli ftalati”, “disfunzione dei testicoli, riduzione del pene, sterilità, disturbi della sessualità”. “l’esposizione al BPA rende i bambini più femminili e le bambine più maschili”, “per non parlare degli ftalati presenti nelle confezioni alimentari”, test accreditati hanno cassato una incredibile alterazione dei valori, non dopo anni, no, semplicemente dopo aver ingerito/usato per due giorni prodotti confezionati e/o contenenti le suddette sostanze..

Difficilmente l’OMS si produrrà in una clamorosa retromarcia, sarebbe devastante, però “due più due” forse fa ancora quattro, le alterazioni “esterne” finiscono sempre per incidere sulla psiche, ergo, sarebbe intellettualmente onesto dividere i gay naturali dai gay “chimici”, ammesso che i gay “naturali” esistano e non siano una devianza spudoratamente occultata, alias una patologia… quindi… !!!

Il problema non alberga affatto nell’accettare o meno i gay, ci mancherebbe altro, PARI DIRITTI, PARI OPPORTUNITA’, la vexata quaestio sta nella menzogna sociale, ipocrita e fuorviante, i gay costituiscono un mondo parallelo a quello etero, loro stessi sono i primi a dirlo, ben vengano ma si propongano come una diversità pronta al confronto costruttivo. Landa a loro poco consona.

Sarebbe interessante sviscerare… nel ‘700 qualcuno disse: “in ogni uomo si nasconde un guardone così come in ogni donna si nasconde una lesbica”, da ciò si evince l’esigenza femminile di esibirsi e quella maschile di gratificare la stimolazione ottica, il concetto di trasgressione non prescinde dalle regole sociali, non sempre, forzarle oltremodo non è palanco costruttivo, tutt’altro, si attiva la demolizione.

Non posso e non potrò mai sentirmi “sessualmente uguale” a un individuo anagraficamente maschio avvezzo a praticare fellatio, farsi sodomizzare e magari vestirsi da donna, faccia pure, non sarò certo io a impedirglielo, semplicemente vorrei si giungesse al riconoscimento ufficiale del terzo sesso. Una distinzione gratificante per tutti, uomini, donne, lesbiche, trans e gay.

Esistono tre società, quella civile che deve, “OBBLIGATORIAMENTE”, garantire i diritti in egual misura, poi esiste una società applicata, quella della tolleranza, della comprensione e della dovuta accettazione, infine esiste una società a corrente alternata, quella che fermenta in ognuno di noi, quella che ci porta a difendere l’erba del vicino purchè non sia come la nostra.

Dovessero stilare una classifica Europea dell’ipocrisia noi Italiani vinceremmo sicuramente la medaglia d’oro, quello che realmente ci fotte è la distanza culturale tra regioni, non è un problema di nord, centro o sud, in alcune aree del nord vige una mentalità integralista ben peggiore di quella attribuita al mezzogiorno. Spalmare e ibridare per partito preso la libera convivenza “omnia” a matrimoni virginali sotto la stessa bandiera è impresa titanica, diciamo assurda. Penso sia giusto guardarsi allo specchio e rendersi conto che il progresso debba essere una medicina da assumere in piccole dosi, ad “alzo” calcolato, ogni forzatura è destinata a produrre effetti collaterali destabilizzanti.

Gli esseri umani sono tutti uguali di fronte alla natura, non c’è un dio, la fa da padrone la legge della sopravvivenza, la fa da padrone la legge delle pulsioni, se veramente non siamo bestie dovremmo decodificare nella giusta misura il tutto.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

Drugs & alcohol, rassegnazione o inarrendevolezza?…

drugs and pills

L’aumento del consumo di sostanze stupefacenti e bevande alcoliche è la sintesi di una gonorrea sociale scientemente ignorata (probabilmente gestita), pandemia causata da un inarrestabile virus concettuale, foreste che ardono senza incenerirsi e senza diffondere calore, fuoco buio e freddo occultato da un paravento ossimoro. Lo stravolgimento giovanile, adolescenziale, quello che più impensierisce e sgomenta, NON è dovuto al disagio imperante, NON è una risposta alla miopia istituzionale, NON è un grido di ribellione né un urlo che implora aiuto, è semplicemente un angosciante trend omologante. Difficile stringare in un post quella “spiega” che io ritengo essere verità acclarata ma volendo…

La gioventù contemporanea attribuisce ad alcol e droga una valenza aggregante, un potente brand identificativo finalizzato alla socializzazione e alla condivisione del cazzeggio anomalo fatto bibbia. Una barriera, un test, un rito iniziatico da superare per essere accettati, affiliati a quella “carboneria” inzoccolita capace di garantire una “second life” nel target di appartenenza, rigogliosa mammella pronta a dissetare e sfamare sete e fame di essere ciò che non si è. Tossici e alcolisti sono individui che hanno ceduto al nemico la trincea della razionalità, “prigionieri” che hanno abbandonato armi, bandiera e territorio in cambio di…

Eminenti sociologi e osservatori parlano di “inevitabili derive evolutive”,  scorie di un progresso fagocitante bastardissimo e selettivo, in parte è vero, per sillogismo, personalmente preferisco parlare di incompetenza genitoriale, il nebbioso porto delle giustificazioni che punta l’indice contro l’annichilimento massivo e massificante l’ho cancellato dalle mie mappe. Troppo comodo infilarsi il preservativo alibi deresponsabilizzante. Mettere al mondo un figlio NON significa conservare una stirpe, NON significa creare emanazioni, NON significa rendere tangibile la propria virilità, NON significa adeguarsi al sistema. Mettere al mondo un figlio significa firmare una cambiale in bianco che scade ogni giorno, un costoso investimento a perdere che, nella migliore delle ipotesi, produce esclusivamente gratificazioni morali e affettive.

Dopo i moti del ’68 e il successivo spurgo armato del terrore rosso e nero, i nostri governanti hanno elaborato una subdola strategia per tenere lontano i giovani dalle piazze e dalle velleità rivoluzionarie, un planning condiviso da altri Paesi Europei, allargare le maglie della tolleranza cedendo spazio ad alcol, droga e decibel. Per dirla in termini da bar periferico… “lasciamo che rincoglioniscano”, infame piano che ha garantito tranquillità urbana fino al famigerato G8 di Genova, i ragazzi sono tornati nelle piazze ma con droga e alcol divenuti normalità, indispensabili elementi di supporto.

Grazie a inchieste giornalistiche abbiamo scoperto che molti deputati e senatori consumino abitualmente cocaina, così come relatori, conferenzieri, conduttori, giornalisti, manager e AD, tuttavia ciò che più accappona la pelle è la dipendenza da alcol di molti medici chirurghi, soggetti dai quali spesso dipende la nostra vita. Se gli “apprendisti” tendono a “fondersi” per colmare vuoti, gli “arrivati” ricorrono all’uso di additivi per reggere il peso del successo e della responsabilità. Abbiamo sempre pensato, creduto, che il bisogno di estraniarsi dalla realtà riguardasse solo gli artisti, visionari per indole, Caravaggio (non solo lui) era avvezzo a ubriacarsi, nella Parigi della belle époque l’assenzio scorreva a fiumi. Anche “letteraturaland” è contaminata, per non stilare lunghi elenchi mi limito a citare Cesare Pavese e Baudelaire.

Nel relativamente recente divismo Hollywoodiano e di Cinecittà droga e alcol spopolavano, l’elenco di musicisti/attori morti per overdose o micidiali cocktails viene funestamente aggiornato in continuazione, i tentacoli della dipendenza da tempo hanno aggredito i condomini della normalità. Il popolo tende ad adeguarsi all’autolesionismo seguendo modelli, emulazioni distruttive, molti anni fa chiesi a un ragazzo: “perché sniffi?”, risposta: “pippano Agnelli e Maradona… perché io no?”.

Duole dirlo ma non vi è salvezza, saranno sempre più numerose le persone che si aggrapperanno ad ancore devastanti come droga, alcol, psicofarmaci, viagra, doping, anabolizzanti, chirurgia estetica e tutto quel disonesto sottobosco del bluff. Inevitabili domande: 1) “dove ci porterà questo irrefrenabile desiderio di raggiungere il successo alterando/modificando le qualità di base?”, 2) perché i governanti del mondo evoluto nicchiano di fronte all’incessante prodursi di amebe?”

Tullio Antimo da Scruovolo

Siamo noi a ballare coi lupi, quelli famelici…

pecore 2

Non sono una star Hollywoodiana  ma, qualora lo fossi, dubito che mi sputtanerei interpretando il ruolo del deficiente in uno spot pubblicitario, a prescindere dal compenso. Dopo lo sciroccato Banderas che flirta con una gallina è arrivato Kevin Costner, uomo di mondo, scafato, vissuto, uno che la sa lunga, talmente lunga che in un posto da favola, con un mare da favola in cui si pesca pesce da favola… mangia tonno in scatola e insalatine di mare industrialmente prodotte. Prima o poi vedremo Bruce Willis entrare in una celeberrima “enoteca tempio” per ordinare un calice di Tavernello.

Gli spot realizzati dalle agenzie che gestiscono i cospicui budget delle multinazionali nascono da approfonditi studi ed elaborate ricerche, il creativo estroso, fricchettone, stralunato, flashato da eclatanti e geniali intuizioni si è estinto. Dietro una campagna pubblicitaria moderna ci sono sociologi, psicologi, esperti della comunicazione, strateghi del marketing, maghi della tecnologia, analisti  e fighetti in carriera pieni di spocchia. Il tutto si traduce in una poco lusinghiera constatazione, “sparare” a tappeto uno spot idiota significa considerare idiota il mercato, cioè il consumatore finale, cioè noi.

Logica vorrebbe che Kevin Costner si trovasse tra prati e faggi, magari dopo una lunga camminata sentisse la nostalgia del mare (Waterworld), nostalgia lenita dal piacere di gustare una scatoletta di tonno. Sarebbe stato un video tutto sommato accettabile, invece no. Il subdolo intento è quello di convincere che il loro tonno in scatola sia talmente buono da dover essere preferito al pesce, neanche a dirlo, appena pescato nelle limpide acque che fanno da sfondo, ecco… solo un lobotomizzato potrebbe emulare una simile belinata. Lo staff creativo che razzola cogitabondo sul set ci costringe a dedurre, intuire, capire quale sia la stima riposta nei confronti del target destinatario del messaggio.

Non sono solo i pubblicitari a trattare il popolo come un immenso gregge di stupide pecore pronte a seguire ovunque il caprone col campanaccio, questa convinzione è radicata anche, dovrei dire soprattutto, nelle teste dei politici e dei manipolatori dell’informazione. La metafora del “tonno Kevin” è significativa e attinente, farlo passare come pasto ideale in quel contesto è quantomeno pretenzioso, oltre che grottesco. Politicanti e giornalisti fanno la stessa cosa, si adoperano per rendere assurdo l’ovvio e ovvio l’assurdo, mutuano dal carrozzone della reclame il comandamento base. Quando non posso dire: “la mia offerta è migliore”, denigro la concorrenza, in alternativa la rendo accattivante sconfinando nell’inverosimile.

Sfuggire al bombardamento politico, mediatico e pubblicitario è tecnicamente impossibile, sempre non si decida di staccare il cordone ombelicale dalla società rinchiudendosi, vita natural durante, in un eremo per sfamare corpo e mente con bacche e perpetue meditazioni. Tuttavia è possibile arginare, contenere, ridurre l’influenza del suddetto assedio. La panacea consiste nell’acquisire una giusta dose di disincanto, realismo, cruda razionalità. Lo start per giungere a un modus pensandi “difensivo/protettivo”, si snoda su una oggettiva valutazione dei tre fronti: 1) le multinazionali hanno un solo fine, per perseguirlo non lesinano mezzi discutibili, incrementare le vendite per aumentare gli utili, 2) quasi 70anni anni di Repubblica ci insegnano che i politici nostrani di sicuro non si alzano al mattino per il nostro bene, 3) in Italia non esiste la stampa indipendente, non c’è grande editore che non sia ammanicato con la politica.

Non per giocare in contropiede ma per ricordare che… tra generalizzare e analizzare tendenze/andazzi esistono differenze abissali, non tutti i pubblicitari realizzano spot ingannevoli ma spessissimo accade, non tutti i politici Italiani sono ladri ma il malcostume da sempre li contraddistingue, non tutti i giornalisti sono faziosi ma quelli che contano sì, dichiaratamente faziosi. Queste tre categorie che a vario titolo ci condizionano la vita, condividono due direttrici inamovibili: 1) ammaliarci trasformandosi in sirene di Omerica concezione, 2) considerarci coglioni involontari portatori di soldi, gloria e potere. Niente di più, niente di meno.

Nota di servizio: lo spot è stato girato sulla costiera Amalfitana, gli abitanti del luogo si sono ribellati perché il faro/abitazione è un tarocco, infatti è stato ricostruito al computer sopra una torre Saracena simbolo storico della località. Se veramente Kevin Costner andasse in vacanza da quelle parti, le donne del posto sgomiterebbero per portargli ogni giorno pesce freschissimo cucinato con maestria, altro che scatolette e insalatissime industriali. SO GOOD!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

La cicala e la formica…

cicala-e-formica

“un orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno”, astrusa metafora che ci insegna il “valore della non valenza”, il peso interpretativo della coincidenza e l’importanza del bluff concettuale, quello cementato nella effimera logica del “posto giusto nel momento giusto”. La natura ha stabilito tempi scientifici proprio per “strutturare”, bypassare questo fondamento, non adottarlo come linea guida, significa vivere volteggiando nell’autocelebrazione al pari di una foglia che si stacca dal ramo illudendosi di essere una rondine.

La valorizzazione del ciò che appare a discapito del ciò che è, appellandosi a motivazioni ebbre, è, di fatto, la causa madre delle storture comportamentali. L’aspetto più irritante è dato dal consolidamento delle convinzioni, l’oziosa cicala che deride l’operosa formica è convinta delle proprie ragioni, sì, ma solo in estate, il sopraggiungere del freddo spegne il suo canto e la sua vita. Purtroppo questo non accade con le “cicale umane”, le quali, fedeli alla favola di  Jean de La Fontaine, vivono le stagioni fredde parassitando.

Qualora non si fosse capito… il mondo pullula di teste vuote affette da accidia che guardano dall’alto e con disprezzo chi vive con le maniche tirate su (quelli che lavorano indefessamente e hanno confidenza col sudore). Obiettivamente… dobbiamo riconoscere alle “cicale umane” alcune peculiarità di non poco conto. 1) fattore “C” (culo, altrimenti detto fortuna), se non si ha una fonte di sostentamento, un perpetuo cordone ombelicale, la sopravvivenza diventa impresa titanica. 2) la “cicala umana”, come dicevo nella ouverture, deve avere la capacità di segnare l’ora esatta nel posto giusto, nonostante le lancette siano ferme (prodursi in sporadiche belinate da trasformare in rendita teorica, chiamiamola “vana gloria”). 3) adottare un modus vivendi fintamente snob (aria da intellettuale depositario di verità assolute, look da mercatino delle pulci spacciato per riluttanza nei confronti dei capi griffati, grande amicizia con additivi da stravolgimento).

La “cicala umana” ha una funzione sociale tutt’altro che irrilevante, rompere i coglioni alle “formiche umane”. Guardando la cosa da un punto di vista generoso, verrebbe da dire che i cattivi esempi non sempre nuocciono, spesso, loro malgrado, fanno da sprono (non bisogna solo imparare cosa fare, è importante anche apprendere cosa NON fare). E’ comunque doveroso evidenziare il progressivo degenerare di questa cancrena sociale che ha trovato, riconosciamolo serenamente, un efficace humus nella grande madre rete, alias internet.

Per meglio tutelarsi dai subdoli richiami delle “cicale umane” è opportuno armarsi di diffidenza, raziocinio e capacità analitica, certo, non sono prerogative che si acquistano nei discount ma non è impossibile farle proprie. Torniamo a scuola e facciamo la prova del “9”, la “cicala umana” trasforma in vanteria il proprio disagio, la nullatenenza, l’incomprensione, l’astio nei confronti del benessere, l’odio verso chi costruisce… praticamente abbraccia la sublimazione dell’inconsistenza.

E’ relativamente facile “sfanculare” una “cicala umana” che stressa sul piano personale, basta aprire gli occhi e reagire, uscire dal suo piccolo mondo, il difficile è lottare contro quelle impegnate sul fronte politico, un territorio impossibile da bonificare.

Tullio Antimo da Scruovolo