Tu chiamale se vuoi “EMOZIONI”…

 

abc

“Il sibilo della teiera si inerpicò rapido lungo la scala a chiocciola fino a giungere nella camera svegliandola dolcemente, aprì gli occhi e ripassò immobile la rovente notte fissando il soffitto in legno retto da enormi travi che un tempo furono alberi maestosi. Il fischio incessante si fece fastidioso, indossò frettolosamente il pile al rovescio e scese scacciando un’avvisaglia di ansia, dopo aver spento il gas si guardò intorno cercandolo nel ripristinato silenzio. Le imposte aperte mostravano la vallata imbiancata da una copiosa nevicata, per un istante rivide le immagini naif dei suoi fanciulleschi inverni trascorsi in montagna. Lui entrò dalla porta comunicante con la legnaia reggendo tra le braccia alcuni tocchi, li appoggiò davanti al camino ancora spento, entrandole dritto nel cervello col suo sguardo affilato le chiese: “come stai?”, in un turbinio di brividi gli rispose: “non so descrivere l’emozione che provo…”

Il monitor sentimentale altro non è che la tavolozza di un folle pittore sulla quale si impastano colori creando tinte e tonalità volgarmente chiamate “emozioni”, un comune annodarsi alle frange della sineddoche per esprimere ciò che non si riesce e definire. Ben pochi sono in grado di scontornare nitidamente fiamme e ghiacciai interiori. L’incapacità di decifrare un geyser emotivo rende funamboli bendati che incedono per istinto catalizzando la concentrazione sulla sintesi del momento, sacrificando così quel piacevole scorrere analitico che è degustazione dell’essere, senza la quale l’esistenza si trasforma in una fucina no-stop di rimpianti e rimorsi. Felicità e serenità nascono dalla messa a fuoco degli stati d’animo.

“in quella persona c’è qualcosa che mi attrae ma non so cosa…”, “provo una forte antipatia ma ne ignoro il motivo…”, “non ha niente che mi piace eppure mi eccita oltremodo…, “non capisco cosa mi stia succedendo…”, affermazioni compresse nella figura metonimica cristallizzata in un abusato rito espressivo: “reazione epidermica”. Lapalissiano che aumentando il margine di rischio interpretativo si elevi parallelamente quello di deragliare, chi non percepisce appieno ciò che prova è destinato a deambulare errabondo nei sudoku emozionali. Non si lesini indulgenza, raggiungere tale consapevolezza è quanto di più difficile esista, un labirinto Dedalico aggirato dai più, per intelligere i turbamenti occorre percorrersi in ogni recondito meandro.

Gli elastici rimbalzi emotivi sono la punta di un iceberg inabissato nell’inconscio, una struttura anarchica beffarda bramosa di piazzar colpi sinistri, un nemico da trasformare in prezioso alleato, in alternativa almeno spuntargli i dardi. Bandiamo noiose elucubrazioni sul conflitto “io” vs “super-io” e sulla improbabile distinzione “istinto salvavita/condanna”, più interessante tentare di capire origini e portata delle sensazioni, per meglio dire, realizzare quanto sia importante imparare a muoversi in un campo minato.

Stringiamo l’occhio di bue sulle relazioni e sui rapporti interpersonali compiendo un blitz nella diffusa “ignoranza emotiva”. I “belli dentro” non esistono in natura, gli esseri umani tendono a nascondere i difetti non le doti. Vanità, superficialità, frivolezza e orgoglio primordiale istigano molti a leggere nell’intimità altrui ciò che loro stessi scrivono, non quello che vi è realmente vergato. Le origini di uno “smottamento” devono essere ricercate in se stessi NON in chi le provoca, errore che spiega quanto sia facile cadere tra le braccia di una persona ombrosa, staccata. I soggetti positivi, aperti, simpatici, premurosi, disponibili e comprensivi non stimolano la chimica, negano idealizzazioni, proiezioni e teorizzazioni su potenzialità nascoste, escamotage/alibi penalizzante. Chi “lavora” solo sugli altri mortificando, reprimendo, ignorando la propria emotività, finisce col riflettersi nel pallore esistenziale.

Riuscire a decodificare le emozioni scongiura il pericolo di farne uso improprio, quello che viene “spedito” raramente corrisponde a ciò che “arriva”, non elaborare la propria “suspance” significa comprare e vendere a scatola chiusa. Sono più unici che rari i casi in cui la sinapsi “azione/reazione” produca un incastro perfetto senza adattamenti. Molti “scrittori” e “poeti” devono la penuria di gloria proprio alla incapacità di coreografare spontanei balletti emotivi. Impossibile trasmettere ciò che non si conosce alla perfezione.

Sensazioni, squilibri, pulsioni, tentazioni, emozioni, umori altalenanti, immobilismo attendista… ciò che differenzia il coraggio dalla paura, la vetta dal baratro, una meta voluta dal grigiore di una resa… è semplicemente una scelta, abbracciare ciecamente la “causa” oppure radiografare gli “effetti”. Lasciarsi guidare dalle emozioni potrebbe essere itinerario razionale solo se vissuto in chiaro, molto più di catartiche fughe, ipocriti orpelli e ruoli polizza. Per concludere, decriptare i messaggi in codice provenienti dalle quinte dell’inconscio è l’unico modo per rendere attiva una esistenza emotivamente passiva, smettere i panni della comparsa per indossare quelli del protagonista.

Tullio Antimo da Scruovolo

L’amore non è solido, non è liquido, non è gassoso, è energia, forse…

rene_magritte_2

…“accoppiamoci selvaggiamente tra i rovi per vergare sulle nostre carni la passione che ci travolge, il sangue sarà inchiostro”, “maaaaaa… una motel room climatizzata no???”, “non temere, l’immenso amore ci renderà insensibili al dolore”, “ecco… cioè… come dire… sai… il mio è ancora in erba, non possiamo procrastinare il martirio???”, “allora tu non mi ami”, “per dimostrarti il mio amore dovrei scarnificarmi tra i rovi???”, “perché me lo chiedi??? tu non mi ami, decisamente no”…

La “pulp-gag” descritta sintetizza quanto sia ricercato, perseguito, il masochismo fisico, sentimentale e cerebrale intinto nella “love sauce”. E’ letteralmente impossibile dissertar d’amore senza partire dalla banalità e dai luoghi comuni, semplicemente perché, nella sua interpretazione più diffusa, è una banalità che sgambetta sulla colonna dei luoghi comuni. L’amore non è un sentimento nobile, puro, altruista, benevolo, nemmeno l’anticamera della felicità, non è una meta, uno scopo, un elisir, un container di comprensione… è uno “stato d’animo” cangiante che impasta i colori dell’esistenza creando tinte indefinibili. L’amore è una scommessa, una tragedia ludica, una chiamata alle armi di tutte le energie, destinazione: la trincea della propria pochezza.

“Stare insieme”, anche quando si odono i violini del romanticismo ottocentesco e si stipulano patti di alleanza con luna, fiori e melassa, è sempre un duello tra personalità, caratteri, esigenze, visioni, paranoie, insicurezze, sogni, proiezioni, frustrazioni, carenze e sensibilità. E’ qui che lo “stato d’animo” diventa “energia”, ogni rapporto è un incontro/scontro tra energie, con tutte le innumerevoli varianti ipotizzabili, l’amore è una cannibalizzazione delle forze, non una unione delle stesse. Le relazioni funzionano solo quando uno dei due cede le armi e accetta di essere fagocitato. Questa è la chiave di lettura, l’amore nasce da una resa, da un avvilimento parziale o totale, conscio o inconscio, della propria essenza. Analisi positiva, sto parlando di un “incastro perfetto”, quando si incontrano una personalità forte, dominante e una personalità bisognosa di essere “guidata”… il rapporto è vincente, duraturo, blindato.

Quelle che caratterizzano le unioni ad alto coinvolgimento emotivo sono energie anarchiche, totalmente fuori controllo capaci di prodursi in repentine inversioni di rotta, energie errabonde che rimbalzano dal muro delle positività a quello delle negatività, a volte bloccandosi in sospeso creando stalli chiamati “dubbi”. Sono le energie folli che alimentano intenti distruttivi come il possesso, la gelosia, l’odio, il rancore, il livore, gli spurghi biasimevoli e l’autolesionismo.

L’amore è sofferenza per antonomasia, è ricerca pedissequa del supplizio, un cilicio, ce lo dice la psicologia, la storia, la letteratura, la cinematografia e non solo. Il più significativo, rappresentativo sceneggiato, veritiero nel suo articolarsi, è certamente lo storico “uccelli di rovo”: “ma chi glielo ha fatto fare a quella scema di rovinarsi tutta la vita aspettando l’amore di un prete che ha preferito la “carriera” a lei?”, è solo un teleromanzo???, e tutte quelle “sceme” che fanno le amanti per lustri/decenni all’ombra di uomini sposati che non salperanno mai dal porto-famiglia??? Alcune energie hanno il potere di stravolgere la realtà modificandone i connotati, riescono a trasformare le illusioni in sogni realizzabili, le chimere in aspettative probabili, l’impossibile in fattibile, il marziano in terrestre ma sono solo miraggi.

Sfatiamo una leggenda, non è l’amore a spostare le montagne, niente affatto, è la passione, la passione può nascere tranquillamente da una fusione tra cervelli e carne lasciando fuori il cuore, una linea diretta senza fermate né deviazioni. Certo, ci può essere passione anche nei rapporti a 360° ma il rischio che venga penalizzata, sacrificata, limitata è onnipresente. La passione corpo/mente scatena gli istinti più reconditi appagandoli e rinnovandoli, una fonte inesauribile di energia che si perpetra nell’abbattimento delle difese proprie e altrui. L’amore ammorbante, invece, crea immobilismo attendista, toglie coraggio, sparge titubanze, non di rado porta alla rassegnazione.

Cupido organizza visite a bellissimi castelli, si parte dalla facciata, solida, imponente, si passa poi nella suggestiva sala del trono, nei saloni delle feste pieni di drappi pregiati, opere d’arte e fantasmi fiabeschi, si guardano le alcove con i letti a baldacchino intarsiati, torniti a mano. Successivamente si scende nelle cucine e si intravedono gli scarafaggi fuggire, infine ci si avventura nelle segrete, luoghi mefitici in cui si respira il nauseabondo odore dell’angoscia e del tormento.

I notiziari ci aggiornano quotidianamente sugli effetti collaterali degli acidi amorosi e le relazioni ufficiali degli psicoterapeuti mettono a fuoco un quadro allarmante. La summa di questo post è una indicazione, un suggerimento, un invito a riflettere, le relazioni appagano e rendono felici quando sfamano e dissetano gli egoismi reciproci. Partendo da questo assunto… non è possibile unirsi all’altra mezza mela se non ci si conosce a fondo, se non si ha consapevolezza dei propri bisogni, coltivare un rapporto con un/a partner tangibilmente inadeguato/a significa immolarsi in nome di una stupida ostinazione. Niente mina orgoglio, dignità e autostima più di una capitolazione amorosa sbagliata.

Gli amanti del “salto nel buio” che rincorrono scarichi di adrenalina, hanno tutto il diritto di sguazzare nelle paludi del rischio, l’importante è che si astengano dal lamentarsi e vittimizzarsi al sorgere dell’alba, il pietismo post-capriccio è irritante. L’amore… tutti lo cercano ma quasi nessuno lo trova, non quello giusto, prova provata di quanto non sia fondamentale per la sopravvivenza, checché se ne dica.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

La migliore offerta… c’è di meglio!

la-migliore-offerta-locandina

Giuseppe Tornatore se la cava nelle vesti di regista ma fa acqua in quelle di soggettista e sceneggiatore, la trama di questo film, una ribollita composta dalla solita congrega di compari che escogitano un piano machiavellico per depredare l’allocco di turno, pare essere un pretesto per lanciare opinabili e noiosi messaggi subliminali, spesso pure immersi nella muffa come certe sequenze.  L’intero movie è strutturato sul personaggio interpretato da Geoffrey Rush (grande performance), presente quasi in tutte le scene, al punto da avvilire anche un mostro sacro come Donald Sutherland relegato a un ruolo “tecnico”, è lui la mente “amica-Giuda” che organizza il colpo. La critica osannante sparge elogi interpretando due frasi dello scarno copione come fossero chiavi di lettura psicologica: “ in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, “vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua “è” l’offerta migliore”. Basta farsi un giretto sulla blogsfera per imbattersi in aforismi casalinghi molto più interessanti e originali, la metafora del film la si trova seguendo percorsi meno cervellotici.

Il deus ex machina della storia è un 60enne leader nel suo settore (arte e antiquariato), asessuato, vanitoso, tricotinto, potente, superbo, con qualche fobia nel cervello e un piede nella disonestà, un uomo granitico che si sgretola di fronte ad un amore improbabile (quando lui accetta il terzo appuntamento dopo due bidoni, si esce dal credibile e si entra nell’inverosimile), anche qui siamo nel solaio del déjà vu. Lo stereotipo del maschio vincente e maturo che capitola al cospetto di una bella e giovane ragazza capace di stimolarlo nei punti sensibili, segreti, ha un po’ stufato, si sente il sapore aspro di una schizzata di aceto politico. Il cineasta siciliano ha realizzato un minestrone i cui ingredienti sono stati scelti e dosati per puntare a nomination eclatanti, una buona dose di femminismo, debolezze maschili e la forza dell’amore capace di travolgere e distruggere tutto ma anche fortificare e generare speranza, evviva Nietzsche. Tornatore piazza nel film anche una bella lappata al deretano del defunto regista de “la dolce vita”, la nana disabile fuori di testa che accompagna gli spettatori con brevi ma costanti apparizioni, è un personaggio smaccatamente, spudoratamente Felliniano.

Nelle oltre due ore di proiezione, lo dico per onestà intellettuale, si coglie un parallelismo degno di nota,  le certezze, le sicurezze e la spocchia di Mister Virgil Oldman (il protagonista) si smontano, pezzo dopo pezzo,  nello stesso lasso di tempo in cui un automa meccanico viene ricostruito, anche lui, pezzo dopo pezzo. Non ho problemi a complimentarmi con il regista per questa intuizione, forse il vero plot del film, nella scena madre il robot si trasforma in alter ego per comunicare al raggirato quanto sia stato vittima di se stesso. Il tutto finisce in uno stranissimo ristorante arredato con giganteschi meccanismi da orologio, perfettamente funzionanti, che scandiscono il tempo dello sconforto ma anche della illusione. Finale “americano”, interpretabile soggettivamente, infatti non si capisce se Virgil sia lì per recuperare l’amore o il bottino, magari entrambi… magari niente, eventualità molto più realistica.

Non è la prima volta che Tornatore porta sullo schermo il concetto: “tira più un pelo di fica che un carro di buoi”, già in “Malena” aveva dato alla stupenda Monica Bellucci il potere di destabilizzare i potenti del paesello, messi addirittura sullo stesso piano dei ragazzini dediti a continue pratiche onanistiche turbati dalla sua avvenenza. Cito questo detto da taverna perché in una scena dell’ultimo film il regista il “pelo” ce lo mette, ce lo mette eccome, non solo, gli dà pure la forza di sconvolgere l’uomo. Sinceramente non capisco perché si continui a perseverare su luoghi comuni stantii, obsoleti.  “La migliore offerta” è un filmetto “aperitivo” poco convincente nel suo evolversi, non sazia, debole sotto l’aspetto narrativo e anemico sotto quello cerebrale, un uomo attempato intreccia paranoie vere con quelle finte di una ragazza, novella “Robin Hood”,  che riesce ad abbindolarlo per rubargli ciò che lui ha accumulato con l’inganno. Coinvolgimento sentimentale scontato, epilogo scontato, metonimie scontate. Andate a vederlo nei giorni in cui al cinema applicano prezzi scontati, che diamine, anche questo diamolo per scontato.

Tullio Antimo da Scruovolo