Siamo noi a ballare coi lupi, quelli famelici…

pecore 2

Non sono una star Hollywoodiana  ma, qualora lo fossi, dubito che mi sputtanerei interpretando il ruolo del deficiente in uno spot pubblicitario, a prescindere dal compenso. Dopo lo sciroccato Banderas che flirta con una gallina è arrivato Kevin Costner, uomo di mondo, scafato, vissuto, uno che la sa lunga, talmente lunga che in un posto da favola, con un mare da favola in cui si pesca pesce da favola… mangia tonno in scatola e insalatine di mare industrialmente prodotte. Prima o poi vedremo Bruce Willis entrare in una celeberrima “enoteca tempio” per ordinare un calice di Tavernello.

Gli spot realizzati dalle agenzie che gestiscono i cospicui budget delle multinazionali nascono da approfonditi studi ed elaborate ricerche, il creativo estroso, fricchettone, stralunato, flashato da eclatanti e geniali intuizioni si è estinto. Dietro una campagna pubblicitaria moderna ci sono sociologi, psicologi, esperti della comunicazione, strateghi del marketing, maghi della tecnologia, analisti  e fighetti in carriera pieni di spocchia. Il tutto si traduce in una poco lusinghiera constatazione, “sparare” a tappeto uno spot idiota significa considerare idiota il mercato, cioè il consumatore finale, cioè noi.

Logica vorrebbe che Kevin Costner si trovasse tra prati e faggi, magari dopo una lunga camminata sentisse la nostalgia del mare (Waterworld), nostalgia lenita dal piacere di gustare una scatoletta di tonno. Sarebbe stato un video tutto sommato accettabile, invece no. Il subdolo intento è quello di convincere che il loro tonno in scatola sia talmente buono da dover essere preferito al pesce, neanche a dirlo, appena pescato nelle limpide acque che fanno da sfondo, ecco… solo un lobotomizzato potrebbe emulare una simile belinata. Lo staff creativo che razzola cogitabondo sul set ci costringe a dedurre, intuire, capire quale sia la stima riposta nei confronti del target destinatario del messaggio.

Non sono solo i pubblicitari a trattare il popolo come un immenso gregge di stupide pecore pronte a seguire ovunque il caprone col campanaccio, questa convinzione è radicata anche, dovrei dire soprattutto, nelle teste dei politici e dei manipolatori dell’informazione. La metafora del “tonno Kevin” è significativa e attinente, farlo passare come pasto ideale in quel contesto è quantomeno pretenzioso, oltre che grottesco. Politicanti e giornalisti fanno la stessa cosa, si adoperano per rendere assurdo l’ovvio e ovvio l’assurdo, mutuano dal carrozzone della reclame il comandamento base. Quando non posso dire: “la mia offerta è migliore”, denigro la concorrenza, in alternativa la rendo accattivante sconfinando nell’inverosimile.

Sfuggire al bombardamento politico, mediatico e pubblicitario è tecnicamente impossibile, sempre non si decida di staccare il cordone ombelicale dalla società rinchiudendosi, vita natural durante, in un eremo per sfamare corpo e mente con bacche e perpetue meditazioni. Tuttavia è possibile arginare, contenere, ridurre l’influenza del suddetto assedio. La panacea consiste nell’acquisire una giusta dose di disincanto, realismo, cruda razionalità. Lo start per giungere a un modus pensandi “difensivo/protettivo”, si snoda su una oggettiva valutazione dei tre fronti: 1) le multinazionali hanno un solo fine, per perseguirlo non lesinano mezzi discutibili, incrementare le vendite per aumentare gli utili, 2) quasi 70anni anni di Repubblica ci insegnano che i politici nostrani di sicuro non si alzano al mattino per il nostro bene, 3) in Italia non esiste la stampa indipendente, non c’è grande editore che non sia ammanicato con la politica.

Non per giocare in contropiede ma per ricordare che… tra generalizzare e analizzare tendenze/andazzi esistono differenze abissali, non tutti i pubblicitari realizzano spot ingannevoli ma spessissimo accade, non tutti i politici Italiani sono ladri ma il malcostume da sempre li contraddistingue, non tutti i giornalisti sono faziosi ma quelli che contano sì, dichiaratamente faziosi. Queste tre categorie che a vario titolo ci condizionano la vita, condividono due direttrici inamovibili: 1) ammaliarci trasformandosi in sirene di Omerica concezione, 2) considerarci coglioni involontari portatori di soldi, gloria e potere. Niente di più, niente di meno.

Nota di servizio: lo spot è stato girato sulla costiera Amalfitana, gli abitanti del luogo si sono ribellati perché il faro/abitazione è un tarocco, infatti è stato ricostruito al computer sopra una torre Saracena simbolo storico della località. Se veramente Kevin Costner andasse in vacanza da quelle parti, le donne del posto sgomiterebbero per portargli ogni giorno pesce freschissimo cucinato con maestria, altro che scatolette e insalatissime industriali. SO GOOD!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

Dissertando di amore e sesso… “l’attesa del piacere è essa stessa piacere”

attesa 2

La frase riportata nel titolo è il plot del martellante spot Campari che “danza” sui media. Il “padre” dell’aforisma è tale Gotthold Ephraim Lessing, drammaturgo Tedesco che lo scrisse in un testo teatrale (Minna von Barnhelm) nel 1763 (confesso di non aver mai sentito nominare il suddetto, pertanto ringrazio sentitamente google). Fossi stato il creativo avrei rafforzato il messaggio pubblicitario rendendo omaggio anche a Puccini inserendo il celeberrimo “com’è lunga l’attesa” (se avete un appuntamento con qualcuno che ritarda, inviategli questo sms: “devo cantare la Tosca ancora per molto?”, sollecitazione che comunica un acculturato spazientimento).

L’attesa del piacere è essa stessa piacere” è una considerazione filosofica che dà adito a varie interpretazioni, non necessariamente univoche. Potrebbe essere una carezza consolatoria, effetto placebo, da elargire agli/alle sfigati/e in astinenza forzata??? Sì ma anche un sottile e perverso impulso sessuale a miccia lunga, stivare a tappo la Santabarbara della voluttà prima di farla esplodere. La “attesa” è o non è l’orlo di un baratro/trampolino psicologico??? Certamente è uno “stato d’ansia” contestualizzato. Evitiamo il tedio compiendo excursus da grossisti limitandoci a quello che pare essere l’humus delle genti, il binomio “amore-sesso”.

Il “sabato del villaggio” che precede il primo, AGOGNATO, appuntamento galante (quindi l’attesa), premia, sul piano emotivo, organizzativo e operativo, molto più le donne. La fase preparatoria (acconciatura, make-up, scelta dell’outfit, sradicamento dei peli superflui, tinteggiatura unghie, meticolosa ricerca di eventuali inestetismi, mentine anti-fiatella e varie ed eventuali), stando al loro stesso dire, è particolarmente galvanizzante e immaginifica, un riscaldamento che attiva i sensori umidificanti. Finalmente scocca l’ora X. Una donna non particolarmente sfacciata, aggressiva o assatanata, adotta un atteggiamento “attendista” anche ai piedi del talamo, passività analitica femminile (vediamo su quale binario viaggia costui). Molti uomini non hanno ancora metabolizzato quanto sia deludente bruciare ore di alacre impegno e dedizione in una manciata di minuti, è come fare implodere di botto una struttura pazientemente costruita pezzo su pezzo. Giunti alla “quarta di copertina”, dopo aver “consumato” in modo appagante per entrambi, l’uomo ripassa orgogliosamente la propria prestazione, la donna inizia a domandarsi se e quando ci sarà un altro “rate”, in pratica per lei ricomincia la “attesa”. L’itinerario compiuto dai maschietti è meno articolato… doccia, look adeguato al programma e “dopo”, se consci dei propri mezzi, la certezza quasi assoluta di uno o più replay. Sarebbe dunque azzardato affermare che il “piacere dell’attesa” sia una questione prevalentemente femminile??? Quella di puntare rapidamente al sodo “sfronzolando” ammennicoli rituali e condimenti aulici, non è forse prerogativa dei maschi???

Estendendo il concetto di “attesa”… è una schermaglia che movimenta, anima i rapporti, affascinante periplo, volteggio che mina in continuazione posizioni e arrocchi difficili da mantenere. Quanti “amano” ma si impongono di non dirlo per primi “attendendo”??? Reticenza non esecrabile se vissuta come protezione della propria vulnerabilità, a dirla tutta nemmeno quando si trasforma in uno stimolante gioco di nervi. In una società lassista ove impazza il sesso facile, è da considerarsi ancora un valore la sintesi del famigerato credo: “se vuoi conquistare un uomo devi fargliela piangere” (quindi tenerlo in “attesa”)??? Dopo una litigata per mere questioni di principio, ha senso assecondare l’orgoglio imponendosi di “attendere” che sia l’altro/a a far scattare il meccanismo di riavvicinamento??? Quando si realizza che una storia è giunta al “pussa caffè”, è più saggio affrontare il problema di petto oppure rimanere a bagnomaria in “attesa” di un evento complice???

La “attesa” non di rado inanella una lunga ma rapida sequenza di stati umorali, una vera e propria parabola cangiante. La vittima di un appuntamento disertato (il/la bidonato/a) vive, in ordine cronologico: “gioia, proiezioni galvanizzanti, preoccupazione/apprensione, ansia giustificativa, amarezza/delusione, calo di autostima, attacchi di ira funesta, propositi di vendetta”, una Salerno-Reggio Calabria emotiva momentaneamente destabilizzante. Frangente in cui la ricerca di un “ammortizzatore” si orienta verso lidi differenti. La donna tende a contattare la sua amica del cuore per vomitare livore e cercare solidarietà femminile, l’uomo, magari imprecando e sciorinando il consueto elenco di epiteti, fa rotta verso il pub guardandosi bene dal pubblicizzare il “due di picche” appena incassato, è una questione di immagine, non di riservatezza.

“Attesa” vuol dir anche “speranza”, “chi vive sperando…”, forse è proprio questo il messaggio subliminale dello spot, qualcuno cantava: “affogare in un bicchiere l’idea di essere stato preso per il sedere”, magari in “attesa“ di una nuova chance. Ovviamente un bicchiere di Campari, pensare che c’è chi odia la pubblicità, efficace maestra di vita (si fa per dire).

Tullio Antimo da Scruovolo

In comode rate…

DEBITI

Nella fantasiosa Napoli degli anni ‘50/60 era possibile acquistare la “pizza a otto giorni”, un’apertura di credito alimentare che sfamava rinvigorendo la sensazione di lune grasse prossime a giungere, erano gli anni dei sogni, della speranza, la voglia di schiodare il Cristo dalla propria croce si diffondeva come la più anelata delle epidemie. Nel resto della penisola dettava legge l’invenzione di un Toscano, la “cambiale”, una anomala striscia di carta che soddisfaceva bisogni azionando la leva della onorabilità, milioni di Italiani “si sono imparati” a mantenere fede alla parola data pagando le cambiali. Grazie ad esse si acquistavano mobili, elettrodomestici e pure automobili, innovazioni bramate per reggere il passo del progresso, manna dovuta. Oggi, nel terzo millennio, ci si indebita per lenire le ferite inferte dallo stress, un alibi/babau spalmato come nutella sul piattume sociale impoverendo tasca e spirito, apoteosi del superfluo fatto necessità, vortice che privilegia l’apparire a discapito dell’essere.

La “pizza a otto giorni” non discriminava, le finanziarie al consumo sì, lucrano sui meccanismi aggreganti del ceto medio, 12 rate mensili per andare in un villaggio esotico, 24 rate mensili per acquistare un maxi TV da piazzare in soggiorno, 60 rate mensili per un SUV e avanti così, più è lunga la lista delle detrazioni più ci si sente “vivi”. L’importante è non finire nella “black list” dei cattivi pagatori, cosa che precluderebbe la chance di continuare a vivere con una scarpa nella altrui presunta invidia e con l’altra nei debiti contratti. Bypassate le esigenze primarie ci si concentra sulle stranezze esistenziali, mi hanno sempre incuriosito gli individui affetti da “sindrome dell’emisfero Australe”,  quelli che amano passare capodanno in costume da bagno e ferragosto con piumino e cappuccio di lana in testa, tanto per capirci.

Anni addietro un economista di caratura mondiale ebbe a dire: “l’Italia è come un calabrone, considerando il rapporto corpo-ali non si capisce come riesca a volare”, in tempi recenti la contraddizione ha assunto connotati meglio delineati. Siamo un popolo di risparmiatori ma, contemporaneamente, anche il più portato a vivere al di sopra delle proprie possibilità, una parte accumula gruzzoletti e quella restante scialacqua e sciala indebitandosi. Esistono casi in cui la causa giustifica l’effetto, se una impiegata del catasto si indebita per indossare un tailleur di Armani e/o Versace non è biasimabile a prescindere, per meglio dire, è nobile e apprezzabile la voglia di valorizzarsi con picchi una tantum, è ignobile e squallido spendere per far rosicare colleghe che comunque vivono nel medesimo status economico, in genere le due motivazioni viaggiano a braccetto. Lo stesso dicasi per gli ometti, anche se questi inseguono vezzi sicuramente più esosi come le automobili, emanazione fallica di antica concezione riesumata e ravvivata.

Nei periodi di vacche anoressiche il consumismo può essere alimentato solo da governi, banche e finanziarie al consumo, fratellastri figli di padri diversi ma della stessa madre mignotta. Il meccanismo è sempre l’ABC del marketing applicato: “creazione delle esigenze e successive proposte per soddisfarle”. Tendenze, mode, status symbol, nuovi livelli di socializzazione e assuefazione tecnologica, riduzione dei contanti e possibilità di dilazionare nel tempo ogni qualsivoglia spesa (ultima nata la famigerata “card revolving”, usura legalizzata), appartengono a strategie predatorie che si avvalgono della preziosa complicità di quella sociologia d’assalto che impera da tempo nell’occidente. Un popolo indebitato è meglio gestibile e spremibile, la divulgazione di pietre di paragone create ad hoc stravolge la percezione reale della propria gestione economica.

Esistono svariate pubblicazioni sul come non pagare i debiti, magari sarebbe opportuno stampare consigli sul come evitarli, per quanto io creda sia impossibile cambiare rotta leggendo un manuale. Certamente aiuterebbe resistere al richiamo della omologazione e delle mode trendy, più facile a dirsi che a farsi, sentirsi “tagliati fuori” agevolerebbe il proliferare di disagi non sempre facili da sopportare.

“In comode rate”… non c’è televendita che non offra questa formula di pagamento, non c’è prodotto o servizio che non sia acquistabile “in comode rate”, non c’è minchiata che non sia pagabile a “gancio”. Le nuove generazioni crescono con un credo tremendamente condizionante, deleterio, il posto di lavoro fisso non è più la realizzazione delle proprie aspettative bensì elemento fondamentale per affrontare la vita “in comode rate”. Un tempo erano i debiti a stressare, oggi i debiti si contraggono per combattere lo stress. Non è affatto assurdo ipotizzare che tale “forma mentis” possa influenzare anche i rapporti sentimentali: “certo che ti amo e ti amerò a lungo, in comode rate”.

Tullio Antimo da Scruovolo      

venditori di olive cunzate ed “ex” venditori di olive cunzate…

dolce e gabbana

Gli spot pubblicitari sono la prova del fuoco per agenzie e operatori del settore, quanto di più difficile esista nel mondo della comunicazione visiva. Zippare in pochi secondi montagne di neve emotiva sparata improvvisamente dallo schermo è OPERA di rara portata, emozioni che si trasformano in umiliante resa per molti creativi quando, sempre più frequentemente, a raccogliere il guanto di tale sfida sono mostri sacri come Martin Scorsese e pari Paladini. L’ultimo commercial della “Dolce & Gabbana Perfumes”, realizzato dal cineasta Newyorkese, ha qualcosa di metafisico nella sua apparente semplicità in B/N. Il breve dialogo tra Matthew McConaughey e Scarlett Johansson ci insegna come sia possibile scopare il cervello degli spettatori percorrendo strade che rasentano il puritanesimo. Nella versione sottotitolata lui dice: “mi piace il tuo vestito”, lei risponde: “e tu piaci a lui”. UN UNIVERSO!!!

“Ex venditori di olive cunzate”… un mio personalissimo modo per definire, con grande ammirazione, tutte quelle persone di origini periferiche che sono arrivate a cogliere l’essenza della umanità, come il geniale regista del Queens. Non è possibile sorridere ai tuoni e nemmeno danzare seguendo gli spartiti della vita se non si è “ex venditori di olive cunzate”. Chi ha la “sfiga” di nascere nell’agiatezza, dovrebbe avere le palle di colmare il deviante gap andando a bottega, per significativi periodi, dai “venditori di olive cunzate”. Un Master di umiltà, una sauna di realismo, un ripulisti di concezioni.

DepartedNon ci si può fregiare della qualifica di “EX VDOC” se si viene al mondo poveri e si raggiunge l’arricchimento grazie a doti naturali come hanno fatto Maradona, Michael Jackson e molti altri eccessivamente premiati da madre natura. Lo stesso dicasi per ambiziosi e ascensoristi sociali, soggetti che accumulano fortune materiali guidati/spinti da arrivismo e/o da una forte incazzatura nei confronti del mondo, come Dolce & Gabbana, i committenti dello spot. Questi continuano ad essere “venditori di olive cunzate”, non “EX”. E’ inibito l’accesso al “club” anche a coloro che hanno tentato di vergare pagine di storia guadagnandosi la residenza nei gironi Danteschi. Gli “EX VDOC” very original, sono quelle menti che hanno acquisito una visione grandangolare del passaggio terreno ma non la presunzione, l’arroganza, di spandere e trasmettere più di quanto sia recepibile.

Diventare “ex venditore di olive cunzate” significa abbracciare una corrente filosofica, una scuola di pensiero Maestra di vita. Significa cogliere la differenza tra vivere ed esistere, tra il sentirsi parte integrante del mondo e l’essere “ospite d’onore del mondo” (il nostro vero ruolo). Un “EXVDOC” è un esperto di free climbing che scala la propria parete, non quella sociale, una volta giunto in vetta ringrazia il mondo, non se stesso. Martin Scorsese è un autorevole rappresentante della cinematografia mondiale, un “EXVDOC” DOC, viene dal basso, ha fermamente creduto nella sua passione e non si è mai asservito al sistema, è rimasto saldamente in sella anche quando i potentati di Hollywood hanno tentato di disarcionarlo, i suoi lavori sono analitici, non rivelatori né propositivi.

Le eccezioni che confermano la regola cozzano contro i miei principi ma ipapa riconoscimenti ad honorem no, pertanto, senza il minimo tentennamento, dono virtualmente la “Tessera Platinum n° 0001” della neonata associazione “ex venditori di olive cunzate” a Jorge Mario Bergoglio, detto Papa Francesco. Lo faccio da ateo convinto ritenendo che egli ricopra in modo egregio, seppur anomalo, l’impegnativo incarico di Amministratore Delegato della “chiesa romana spa”, il mio è un rispetto sentito, scevro di zavorre religiose. Un Papa “anti-Papa” intento a riparare i danni dei suoi predecessori (l’ultimo ancora in vita a rappresentare l’agonia di un lungo e tetro percorso). Questo Papa non cambierà il mondo, non tenterà nemmeno di farlo emulando il Polacco, non ha velleità da imperatore, è lì per fare una cosa più seria, ripulire la chiesa, un incisivo restyling, una meticolosa ristrutturazione eseguita personalmente, mattone su mattone, esattamente come farebbe un “ex venditore di olive cunzate”.

Martin Scorsese (anche lui da ragazzo ha studiato per diventare prete) e Jorge Mario Bergoglio hanno molte cose in comune, non scandalizzi il parallelismo irriverente solo in apparenza. Sono nipoti di una Italia umile, hanno vissuto, percorso le catacombe della sopravvivenza, è stata la gloria a cercare loro e non viceversa, hanno avuto la forza di non deviare, di non prostituirsi al potere, entrambi reggono saldamente agli assalti infami dei vili nemici. Martin si è impegnato per diffondere un nuovo profumo attraverso la metafora della sua vita, Jorge Mario si sta adoperando alacremente per eliminare l’aria mefitica da un credo in decadenza. Martin e Jorge Mario, due UOMINI, due GRANDISSIMI “ex venditori di olive cunzate”. Onore al manico.

Tullio Antimo da Scruovolo

Passami il telecomando…

monalisa

Una donna chiamata Procopiella è piombata nel tunnel degli antidepressivi perché non ha trovato il suo nome da appiccicare sul barattolo della Nutella”. Non è l’ultima bufala di Giacinto Canzona bensì una ipotetica conseguenza del battage pubblicitario in atto, particolarmente intenso e aggressivo nei periodi di vacche anoressiche. Il popolo ha bisogno di credere in qualcosa che passa sullo schermo, l’intrattenimento appaga la voglia di sognare, ridere ed emozionarsi, la cronaca inorridisce ma passa e va, ciò che arriva a toccare direttamente l’ombelico di tutti sono politica e pubblicità, “balls” somiglianti ma non uguali seppur entrambe ricolme di sillogismi, similitudini, imitazioni, scopiazzature, parodie e spudorate menzogne.

Politicanti e spot trasformano la TV in un quartiere a luci rosse attrezzato per soddisfare ogni tipo di depravazione.  Quando un onorevole o aspirante tale appare sullo schermo, soprattutto in campagna elettorale, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una vecchia baldracca per militari che ammicca laida, tailleurino color guano, spolverino in ecotopo, capelli cotenna e zoccoli da zoccola rosa Schiaparelli. Scoordinate mosse similfeline scoprono macerie reggicalzate, la lingua bovina lecca l’aria sbavando lasciva e paventando godurie inaudite. Meno osceni gli spot pubblicitari, soft, patinati, cosce tornite, culi sodi e mammelle di giuste dimensioni ingentilite da occhi perversamente innocenti , anche i ragazzotti palestrati semi ignudi hanno sguardi teneri, adolescenziali, “rocce” bisognose di coccole materne. La pubblicità non discrimina, lusinga e valorizza anche la massaia inciaciottita, l’ometto tricoleso con la panza, l’adolescente sfigato/a, il vecchietto petulante che si piscia sotto e i fornai sciroccati come Banderas che parlano con le galline (quelle pennute). Diciamo che la “reclame” è un accogliente, bizzarro topless bar.

Politica e pubblicità hanno fronti condivisi, sia l’una che l’altra vogliono sedurci, cambiarci la vita, ci promettono felicità, si propongono come “problem solving”, si adoperano alacremente per “il nostro bene/benessere” ma alla fine vogliono SOLO i nostri soldi. Cogliamo comunque rilevanti differenze, un prodotto si può testare rapidamente e pure a costi contenuti, un politico no, una volta piazzato lì si rischia di doverselo tenere per epoche, la concorrenza commerciale alza la qualità e abbatte i costi, la concorrenza in politica induce a scegliere, ahinoi, il meno peggio. A livello comparativo la pubblicità deve rispettare un ferreo codice etico, in politica… denigrazione, insulti, illazioni, sputtanamenti e calunnie sono inamovibili punti di forza.

Gli italiani sono sempre più indaffarati, oberati da incombenze, innumerevoli cose da fare, soprattutto i benestanti e le ben maritate. Nonostante abbiano colf, baby sitter, catering in abbonamento e non lavorino… piagnucolano perennemente per il loro non riuscire a far tutto… mah… !!! Gente che potrebbe, dovrebbe godersi la vita si alza al mattino presto per andare a caccia di stress, evidentemente fingere di essere sempre di corsa eleva a ranghi superiori, chi non ha un milione di cose da fare ogni giorno è un borderline, un tagliato fuori. Tuttavia ci sono quelle due o tre sere al mese, impegni permettendo, in cui si riesce a trovare anche il tempo  di cenare in famiglia e, volesseiddio, accendere quel televisore ultrapiatto pagato caro e usato poco causa vita intensa. Spaparanzati in salotto ci si sorbisce il Fernet digitale in un amletico dubbio: cosa rovina di più la digestione…  le cazzate sparate nei talk politici oppure gli spot dei pannolini che imprigionano la pupù liquida? Il voyeurismo di Santoro (Micheluzzo è sempre più grasso, pare un Landrace) o le gengive che sanguinano?, la mellifluità di Vespa o gli assorbenti per vulve con le guarnizioni vetuste? L’ipocrisia del “pretino” milionario Fabio Fazio o la preparazione H?, l’ennesima puntata della saga “B” vs “antiB” oppure la tosse catarrosa curata col bronchenolo? “Dove accidenti ho messo quel DVD sulle larve del Burkina Faso???”

I media hanno bisogno della pubblicità, la pubblicità foraggia la politica, la politica ha bisogno dei media, questo orgiastico triangolo dura da sempre, prima che Berlusconi irrompesse sul mercato con i suoi network, la Sipra (concessionaria che aveva il monopolio della pubblicità televisiva e di tutti i quotidiani politici) finanziava i partiti attraverso un pernicioso meccanismo chiamato “minimo garantito”. Quando suona la campanella della mensa e giunge il momento di riempirsi ventre e tasche… crollano anche le più insormontabili barriere ideologiche, le coop rosse pubblicizzano i loro prodotti sulle reti Mediaset,  la Mondadori ha pubblicato e pubblicizzato “gomorra” dell’antiberlusconiano Saviano. Per fare ascolti degni di nota, impennare lo share e il fatturato pubblicitario, La7 ha dovuto chiedere all’odiato Berlusca di passare a prendersi un caffè dalle parti di Travaglio. Per tre edizioni il festival di Sanremo, programma top della RAI, è stato vinto da cantanti targati Maria De Filippi, deus ex machina di Mediaset.

Politica e pubblicità, adulanti mignatte, eterozigote gemelle bresciolde.

“Procopiellaaaaaaaaaa… per cortesia portami un diger selz, ho le budella che stanno giocando ai quattro cantoni”.

Tullio Antimo da Scruovolo