Drugs & alcohol, rassegnazione o inarrendevolezza?…

drugs and pills

L’aumento del consumo di sostanze stupefacenti e bevande alcoliche è la sintesi di una gonorrea sociale scientemente ignorata (probabilmente gestita), pandemia causata da un inarrestabile virus concettuale, foreste che ardono senza incenerirsi e senza diffondere calore, fuoco buio e freddo occultato da un paravento ossimoro. Lo stravolgimento giovanile, adolescenziale, quello che più impensierisce e sgomenta, NON è dovuto al disagio imperante, NON è una risposta alla miopia istituzionale, NON è un grido di ribellione né un urlo che implora aiuto, è semplicemente un angosciante trend omologante. Difficile stringare in un post quella “spiega” che io ritengo essere verità acclarata ma volendo…

La gioventù contemporanea attribuisce ad alcol e droga una valenza aggregante, un potente brand identificativo finalizzato alla socializzazione e alla condivisione del cazzeggio anomalo fatto bibbia. Una barriera, un test, un rito iniziatico da superare per essere accettati, affiliati a quella “carboneria” inzoccolita capace di garantire una “second life” nel target di appartenenza, rigogliosa mammella pronta a dissetare e sfamare sete e fame di essere ciò che non si è. Tossici e alcolisti sono individui che hanno ceduto al nemico la trincea della razionalità, “prigionieri” che hanno abbandonato armi, bandiera e territorio in cambio di…

Eminenti sociologi e osservatori parlano di “inevitabili derive evolutive”,  scorie di un progresso fagocitante bastardissimo e selettivo, in parte è vero, per sillogismo, personalmente preferisco parlare di incompetenza genitoriale, il nebbioso porto delle giustificazioni che punta l’indice contro l’annichilimento massivo e massificante l’ho cancellato dalle mie mappe. Troppo comodo infilarsi il preservativo alibi deresponsabilizzante. Mettere al mondo un figlio NON significa conservare una stirpe, NON significa creare emanazioni, NON significa rendere tangibile la propria virilità, NON significa adeguarsi al sistema. Mettere al mondo un figlio significa firmare una cambiale in bianco che scade ogni giorno, un costoso investimento a perdere che, nella migliore delle ipotesi, produce esclusivamente gratificazioni morali e affettive.

Dopo i moti del ’68 e il successivo spurgo armato del terrore rosso e nero, i nostri governanti hanno elaborato una subdola strategia per tenere lontano i giovani dalle piazze e dalle velleità rivoluzionarie, un planning condiviso da altri Paesi Europei, allargare le maglie della tolleranza cedendo spazio ad alcol, droga e decibel. Per dirla in termini da bar periferico… “lasciamo che rincoglioniscano”, infame piano che ha garantito tranquillità urbana fino al famigerato G8 di Genova, i ragazzi sono tornati nelle piazze ma con droga e alcol divenuti normalità, indispensabili elementi di supporto.

Grazie a inchieste giornalistiche abbiamo scoperto che molti deputati e senatori consumino abitualmente cocaina, così come relatori, conferenzieri, conduttori, giornalisti, manager e AD, tuttavia ciò che più accappona la pelle è la dipendenza da alcol di molti medici chirurghi, soggetti dai quali spesso dipende la nostra vita. Se gli “apprendisti” tendono a “fondersi” per colmare vuoti, gli “arrivati” ricorrono all’uso di additivi per reggere il peso del successo e della responsabilità. Abbiamo sempre pensato, creduto, che il bisogno di estraniarsi dalla realtà riguardasse solo gli artisti, visionari per indole, Caravaggio (non solo lui) era avvezzo a ubriacarsi, nella Parigi della belle époque l’assenzio scorreva a fiumi. Anche “letteraturaland” è contaminata, per non stilare lunghi elenchi mi limito a citare Cesare Pavese e Baudelaire.

Nel relativamente recente divismo Hollywoodiano e di Cinecittà droga e alcol spopolavano, l’elenco di musicisti/attori morti per overdose o micidiali cocktails viene funestamente aggiornato in continuazione, i tentacoli della dipendenza da tempo hanno aggredito i condomini della normalità. Il popolo tende ad adeguarsi all’autolesionismo seguendo modelli, emulazioni distruttive, molti anni fa chiesi a un ragazzo: “perché sniffi?”, risposta: “pippano Agnelli e Maradona… perché io no?”.

Duole dirlo ma non vi è salvezza, saranno sempre più numerose le persone che si aggrapperanno ad ancore devastanti come droga, alcol, psicofarmaci, viagra, doping, anabolizzanti, chirurgia estetica e tutto quel disonesto sottobosco del bluff. Inevitabili domande: 1) “dove ci porterà questo irrefrenabile desiderio di raggiungere il successo alterando/modificando le qualità di base?”, 2) perché i governanti del mondo evoluto nicchiano di fronte all’incessante prodursi di amebe?”

Tullio Antimo da Scruovolo

Anche i “fortunati” sono incazzati con la vita…

baratro

Non sono solo i poveri, i meno abbienti, l’ovile metropolitano e i “ratti” da borgata a essere incazzati con la vita, considerato l’elevato tasso di rassegnazione che si tange tra i “vorrei ma non posso”, non è azzardato affermare che il livore significativo, quello destabilizzante, serpeggi maggiormente tra i “potrei ma non riesco”. Chi è costretto a mangiare ali di pollo non trova consolatorio apprendere che il filetto al sangue impenni il colesterolo, coloro obbligati a recarsi al lavoro in bicicletta oppure a piedi, sfidando rigidi inverni e torride canicole, faticano a credere che i moderni “clima-bi-tri-quadri-zona” montati sulle automobili facciano venire il torcicollo e aggravino la cervicale.  Ma allora… che avranno i benestanti, ricchi, belli e famosi di così alienante da essere incazzati con la vita???

I “fortunati” incazzati con la vita sono afflitti da una sindrome non ancora messa a fuoco dalle solite menti illuminate, una patologia diffusa che nasce da una miscela: “beni materiali & carenze esistenziali”, talmente micidiale da alterare gli equilibri basici. Un “peccato originale” ancora privo di battesimo purificatore, è lunghissimo l’elenco dei “fortunati” e dei “talentuosi” caduti nelle spire della negatività e di quell’odio interiore che chiama e anticipa la morte. Ne cito tre su tutti: Michael Jackson, Christina Onassis, Diana Spencer. Un grande talento, un immenso patrimonio e un futuro scolpito nella storia, tre percorsi diversissimi ma accomunati da un rifiuto/ribellione estremizzato fino a renderlo letale.

Ho scritto “sindrome” ma forse avrei dovuto parlare di “pandemia”. Ritengo giusto partire da una considerazione rilevante, coloro che costruiscono con le proprie “mani” imperi e fortune sono immuni, come fossero vaccinati contro questo virus strisciante e subdolo. I ricchi e gli arricchiti da impresa stanno lontano dal baratro (i casi più unici che rari sono “giustificati” da fallimenti epocali), tanto meno intraprendono strade e stili di vita che conducono alla premorienza indirettamente. Da ciò si evince una anomalia che porta a ipotizzare una risposta inquietante vestita da ulteriore domanda: “i nati fortunati e/o talentuosi rischiano di crollare sotto il peso dei “sensi di colpa” (il “peccato originale” di cui sopra)???

Il venire al mondo dotati di innato talento oppure immensi patrimoni, potrebbe essere penalizzante??? Quanto destabilizza la consapevolezza di NON dover costruire bensì semplicemente sfruttare ciò che natura e avi hanno donato??? Sarebbe errato pensare che determinati squilibri nascano da una unica esigenza talmente vorace da cannibalizzare le altre??? E’ una vita a metà quella priva di impegni costruttivi??? Un talentuoso e una ereditiera hanno complessi di inferiorità nei confronti dei “self made man”??? E’ pesante l’angoscia di poter perdere in qualsiasi momento e per qualsivoglia motivo dote e doti???

Quando ci giunge notizia che un piccolo artigiano si è suicidato perché strozzato da Equitalia, quando un padre di famiglia si impicca perché non più in grado di sfamare i figli… ci assale lo sconforto da impotenza sociale e ci chiediamo, seppur solo momentaneamente e in linea teorica, cosa potremmo fare per evitare simili drammi. Quando i media comunicano al mondo l’avvenuto suicidio, rapido o lento, di un personaggio a cui la vita aveva dato tutto… rimaniamo perplessi e ci immergiamo in una sequela di interrogativi sintetizzabili in una sola parola: “perché???”.

La vita è una bilancia, se rimane in perfetto equilibrio tra realtà e sogni/aspettative, viviamo sereni, nel momento in cui inizia a pendere da una parte, rendiamo logico l’illogico e piombiamo in un limbo surreale che nessun’altro potrà mai vedere né capire. Ultimo dubbio… ricchi da stirpe a parte, moltissimi “artisti”, di caratura mondiale e storica, sarebbero diventati tali se si fossero tenuti lontano da alcool, droga e additivi vari???

Meritano menzione anche quegli “eletti” incazzati con la vita causa storture strutturali, il Presidente della Repubblica guadagna meno di molti anonimi “segretari”, un manager Bocconiano stressato da responsabilità e obiettivi capestro, incassa meno di un “calciatoruncolo” di serie B. Moltissimi atleti che dopo anni di sacrifici e privazioni conquistano l’oro olimpico, percepiscono meno di un cazzone fancazzista che vince il Grande Fratello. Tragicomica la “Montecarlofobia”, il Principato di Monaco è l’unico luogo al mondo in cui i ricconi si incazzano oltre misura, puoi avere la top car più bella e la barca più maestosa… lì troverai sempre qualcuno con una fuoriserie superiore alla tua e una barca più grande. Si diceva. “anche i ricchi piangono”, aggiorniamo: “anche i ricchi si incazzano con la vita”, pure tanto, pare.

Tullio Antimo da Scruovolo