Evoluzione negativa della specie, cilicio 2.0

libroblog

Il discusso e discutibile (anche lessicalmente e semanticamente) detto: “vivere da malati per morire da sani”, in atavico conflitto con le logiche dei gaudenti, ha da anni specchiato un nuovo acerrimo nemico, l’evoluzione trendy dell’autoflagellazione e del rifiuto di se stessi socialmente cassato. Questa new entry ha sdoganato viscerali e segrete paranoie trasformandole in improbabili performance circensi periferiche, apoteosi del concetto “borderline”, percorso spianato da una branca della psicologia che non punta alla demolizione delle “macerie” bensì alla palese valorizzazione delle medesime, mission impossible.

Nell’era in cui fummo studentelli col grembiulino e i fiocchetti ci insegnarono la famigerata “prova del 9”, è sufficiente adattarla e applicarla ad alcune tendenze contemporanee per meglio capire i risvolti degli integralismi esistenziali.

La salute è un bene primario ma è da boccaloni pensare di ingabbiarla in regimi alimentari fatti di privazioni da eremita e attività fisiche degne di Sparta, evviva il tanto odiato ozio (per chi crede… ci fu un momento in cui anche Dio decise di riposarsi). Lungi da me creare una trincea anti… “prova del 9”, se, come per incanto, domattina diventassimo tutti vegani, ci estingueremmo nel giro di un anno, probabilmente meno. Il veganesimo è stato inventato dalle multinazionali della soia adottando l’iper collaudato principio base del marketing applicato: “se non riesci a convincere il popolo sulle qualità del tuo prodotto, trasformalo in filosofia di vita”, i latini la chiamavano “captatio benevolentiae” ma forse bisognerebbe parlare di “dialettica eristica”. Esistono poi igienisti e salutisti, niente da opinare fin quando non si sviluppano fobie nei confronti di tutto ciò che teoricamente potrebbe essere dannoso: “ non stringo la mano a nessuno per evitare microbi, non bacio nessuno per evitare batteri, pulisco casa e automobile in continuazione, non vado nei bagni dei locali pubblici, ecc. ecc.”. C’è chi compra le sigarette a stecche, chi le birre a casse e chi riempie il baule di Mastro Lindo. Scrivendo questo capoverso mi è tornata in mente una vecchia barza, un tipo si reca dal medico: “Dottore, voglio una medicina che mi faccia campare in salute fino a cento anni, “bella richiesta, mi dica, lei fuma?”, “assolutamente no Dottore”, “beve?”, “sono astemio totale”, “si droga?”, “mai, neanche una canna”, mangia con ingordigia?”, “ma per carità, sono vegano minimalista”, “fa tanto sesso?”, “ma si figuri, quella è la strada più facile per contrarre laide malattie”, “mi scusi Signor paziente, posso farle una domanda?”, “mi dica Dottore”, “ma per quale cazzo di motivo lei dovrebbe campare cent’anni?”.

Doveroso dedicare un minimo di attenzione ai gaudenti, soggetti che hanno personalizzato a proprio uso e consumo lo slogan mussoliniano: “meglio un giorno da leone che…”, ogni mente pensante si è ritrovata, prima o poi, a porsi l’amletico quesito: “meglio rischiare di crepare prima e spassarsela o meglio rinunciare a piaceri e stravizi sperando di crepare il più tardi possibile?”. Tradotto in termini filosofici è un po’ come chiedersi se nella tomba sia meglio portarsi rimorsi o rimpianti, William Blake sosteneva: “la strada degli eccessi porta al palazzo della saggezza” (ammesso ci si arrivi), a fargli da eco George Bernard Shaw: “le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare”. Corollario… il mondo degli artisti e dei maestri del pensiero, antichi, rinascimentali e moderni, menti illuminate che curavano e curano tutt’ora “ernie al cervello” con “vizi”, “vizietti” e “additivi”. Nonostante l’ipocrisia cristallizzata nei riti da corridoio, quella che discerne la genialità dalla “demenza spurgo”, pochezza intellettuale tutt’altro che endemica.

Nella ouverture del post ho parlato di autoflagellazione e di rifiuto di se stessi, problematiche massicce mutate in cospicuo business creatore di mostri relegati a mere e inguardabili funzioni decorative, mi riferisco a tatuaggi, piercing, dilatazioni e chirurgia estetica estrema. Non vi è nulla di deprecabile in un tatuaggio, in un orecchino piazzato da qualche parte (i piercing sul glande e sulle grandi labbra evocano una fusione ben lontana dalle concezioni di Einstein) e nemmeno in una correzione estetica nel caso la natura fosse stata taccagna. Le perplessità nascono nel vedere corpi trasformati da capo a piedi in pinacoteche, ferramenta dinamiche o addirittura resi somaticamente somiglianti ad animali, per non parlare poi degli inserimenti sottocutanei di materiali sintetici, occhi e lingue colorate, denti da vampiro e via discorrendo. Per divenire “fenomeni” degni di nota (si fa per dire), occorre sottoporsi a innumerevoli, costosissime e dolorosissime sedute, in alcuni casi si praticano vere e proprie mutilazioni/menomazioni. Errato pensare che gli adepti a tale martirio siano prevalentemente sfigati/e che intraprendono anomali percorsi per emergere dalla insignificanza sociale. Per quanto possa stranire, anche le strafiche e gli strafichi rischiano di essere risucchiati nel vortice della “non accettazione di se stessi”. Non intendo sparare pistolotti sulla società avariata, nemmeno sulla manipolazione delle masse frutto di un collassato sistema di acculturamento, ciò che spinge ad accanirsi drasticamente sul proprio corpo è sempre e solo una anemia psicologica.

Per quanto possa apparire banale, credo che miliardi di individui, maschi e femmine, quotidianamente optino per un accettabile ibrido, cioè una vita più o meno sana/regolare con segmenti trasgressivi o trash. Fino a quando siamo noi a gestire piaceri/vezzi va tutto bene, nel momento in cui sono loro a prendere il sopravvento si trasformano in “dipendenze” schiavizzanti. Sia chiaro, si diventa schiavi di tutte le scelte integraliste, salutismo, veganesimo, svacco a oltranza, palestra intensiva, tattoo e piercing a manetta o pokémon go, trattasi sempre e comunque di “cilicio 2.0”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Annunci

il “FROTTEURISMO”…

Mano_dentro_una_bara

Si narra di giornata plumbea oppressa da una angosciante cappa grigia che infondeva accidiosa malinconia, i colori apparivano sciapi, impastati. Improvvisamente un assordante boato squarciò le nubi, il cielo si terse d’azzurro e accaddero gli eventi… perle di acume e sapienza piovvero sulla umanità. Fu quel dì che alcuni sfaccendati “intelligentoni”, dopo essersi scioccamente messi al riparo, mutuarono dall’incolpevole arte frottage il termine “frotteurismo” per definire una delle più subdole forme di sesso rubato, strusciarsi sul corpo di donne tutt’altro che consenzienti per infiammare libidini pre-onanistiche. Opinabile originalità del neologismo a parte (più appropriato un nostrano “Brassismo”), il vero colpo di uncino consiste nell’aver declassato/elevato (punti di vista) tale perversione a parafilia. Quindi, esimie donzelle, il laido figuro che struscia la fastidiosa e non ambita pellecchia sulle vostre terga, non è più un porco da redarguire con sdegno bensì un malato diversamente naif da comprendere e compatire.

frot 1Il “frotteurista” persegue la sinestesia facendo “talpa & polpo” sui mezzi di trasporto, nelle resse che si formano ai concerti, alle partite, agli sportelli e in tutte quelle circostanze che rendono la calca prima complice e poi alibi. Non ha strategie standardizzate, a volte punta la preda nel mucchio e si adopera per raggiungerla ma spesso la intercetta casualmente. Insomma, vi sono “frotteuristi feticisti” che selezionano le vittime rincorrendo determinati criteri estetici (fisico, look, acconciatura, scarpe, calze, make-up e orpelli vari), altri, probabilmente la maggioranza, optano per prosaici “carpe diem” (ndo cojo cojo). Estensione naturale del “frotteurismo” la celeberrima accoppiata “mano morta/piedino”. Forzando si potrebbe parlare di pseudo dicotomia, lo strusciamento è, quasi sempre, un contatto mascherato, mano morta e piedino sono approcci palesi, diretti, inequivocabili.

Gli avvezzi a questa viscida forma di molestia trovano nella arroccata vigliaccheria un denominatore comune, chi struscia la propria erezione sulle natiche di una sconosciuta in contesti in cui il contatto fisico è inevitabile, capitalizza una castrazione ambientale, i dubbi sulla volontarietà tendono a reprimere reazioni veementi. Non meno deprecabile e squallida l’attitudine a palpare o far piedino in situazioni che, sono molteplici, inducono le destinatarie delle avances a subire in silenzio per non dare origine a bellicose derive (diciamo per evitare un possibile effetto boomerang), apparente indifferenza fittiziamente letta come accondiscendenza.

Onestà intellettuale impone riportare una scissione niente affatto marginale, omaggiando la sintesi… sono state catalogate come “perversioni” quelle sessualità articolate/bizzarre che richiedono comunque una condivisione, una interazione. Vengono invece classificate come “parafilie” (tra le quali il “frotteurismo”) quelle poste in essere unilateralmente, senza esplicita accettazione. Nelle sconfinate lande del “sesso” la forma batte sempre ai punti la sostanza. Suddivisione che ha creato due scuole di pensiero, una annosa diatriba tra strizzacervelli rigoristi vecchio stampo e psicoterapeuti new age. Una patologia è sempre trattata con indulgenza dalla legge, soprattutto quando, come il “frotteurismo”, non ha risvolti fisicamente violenti né strascichi alienanti come lo stalking. L’unico pericolo reale che corrono questi “malati” è imbattersi in fidanzati/mariti/amici incazzosi non individuati prima di passare all’azione.

up1Pleonastica precisazione, il “frotteurismo” è peculiarità prevalentemente maschile, anche se non scarseggiano le femminucce amanti del contatto fisico carpito (restyling, evoluzione, modernizzazione della obsoleta gatta morta). Tuttavia il corrispettivo femminile resta pur sempre l’esibizionismo eccessivo, la provocazione sfrontata. Il parallelo non è azzardato, il “frotteurista” crea disagio, imbarazzo, ansia e turbamento, esattamente come le donne ardite che alimentano il proprio ego prendendo di mira il nerd di turno con gratuiti atteggiamenti lascivi al limite dell’hard. Sfatiamo cariate leggende, non tutti gli uomini anelano trasformarsi in bersaglio da arrapare e mandare in bianco. Guardare e non toccare da una parte, toccare senza guardare dall’altra.

Nel vortice delle devianze la parità è cangiante come un caleidoscopio. Il mefitico afrore che sale dal ghetto delle interpretazioni è prodotto da un ingannevole libertinaggio posticciamente impalcato su menomate concezioni. Se una donna entra in un locale con l’intento di emulare Sharon Stone mostrando a tutti, “casualmente”, di avere una idiosincrasia nei confronti delle mutande, non succede niente di eclatante (la bella Sharon ha fatto tendenza, cliccatissime sul web le immagini di celebrità, aspiranti tali e anonime sciacquette che arieggiano in pubblico l’ignudo sorriso verticale). Se un uomo entra in un locale con la patta aperta mostrando a tutti, “casualmente”, di avere l’ammennicolo “Spartacus”, rischia prima un palliatone dagli astanti e successivamente una denuncia. Differenza che pochi sanno spiegare in modo razionale e convincente senza aggrapparsi alle chiome dei luoghi comuni e delle solfe ideologiche.

Non è una becera competizione tra generi né tra degenerati, psicologicamente parlando è un discutibile modo per soddisfare e imporre anomali erotismi, pulsioni che invitano a riflettere su quanto sia corretto perseverare nel separare la sessualità tattile (attribuita alle donne) da quella ottica (attribuita agli uomini). Diversificazione generalizzante e anacronistica che fornisce humus a “frotteuristi” e “frotteuriste concettuali” (le provocatrici).

Blake amava dire: “la strada degli eccessi conduce al palazzo della saggezza”, il vecchio William non difettava certo di ottimismo ma trattasi di percorso lungo, irto, tortuoso e pieno di insidie che attraversa boschi popolati da moralisti ipocriti, satiri depressi, perfidi folletti e autorevoli ignoranti.

Un saluto a Faber: “si sa che la gente da buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”

Tullio Antimo da Scruovolo

Upskirt… intimità violate!!!

upskirt

“Upskirt”, letteralmente “gonna alzata”, nel gergo internettiano “sotto la gonna”, ovvero immagini rubate col cellulare che immortalano le intimità di ignare e distratte donzelle, preferibilmente in luoghi pubblici, possibilmente affollati. Cliccatissimi portali e profili social che raccolgono assortita varietà di mutandine, perizoma, tanga, dimenticanze alla Basic Instinct e imbarazzanti sorpresine niente affatto glamour. La modernità ripudia obsoleti paradigmi, le comode, caste, timorate e blindanti mutandazze “suoriche” di bianco cotone sono diventate reliquie per feticisti del vintage.

Le situazioni a “rischio” si annidano perfide nella quotidianità come tagliole in un bosco d’autunno, la “cintura nera” del voyeurismo open space  spetta di diritto al montare/smontare dall’automobile, inevitabile apertura del “compasso” che ha erudito sfoglia-gossip sui gusti di attrici e starlette in tema di “ninnoleria” intima (avviso alle naviganti… gli uomini chauffeur che aprono la portiera alle donne non lo fanno tanto per melensa galanteria quanto per prevenzione e curiosità terricola: 1) non dare alla Dama l’opportunità di sbattere con violenza lo sportello, 2) sbirciare tra le cosce auspicando una verve collaborativa). Molto gettonate le scale mobili dei centri commerciali (solo in salita), così come autobus, metro, bar, pub e locali dotati di alti sgabelli e basse poltroncine, tacchi modello trampoli e gonnelline “rinfrescanti” calamitano gli “upskirt hunters”.

Si vocifera che gli scoop dei giornaletti scandalistici siano in gran parte programmati da pseudo vip per catturare attimi di visibilità, probabilmente è vero ma c’è da scommetterci lo sia anche il grosso dell’upskirt immesso nel web. I ladri di intimità sono un surrogato dei paparazzi e le donnine “colpite a tradimento” spesso ci mettono del loro, quantomeno in disattenzione, andare al supermercato con un vestitino a fil di natica per imparare a memoria etichette di prodotti ubicati nei piani alti o bassi degli scaffali… se non è una provocazione è un rischio calcolato, visto che ormai tutti sono dotati di megapixel da taschino e connessione prêt-à-porter. L’upskirt agevolato è un “gimme five” tra esibizionismo femminile e l’occhio da verro di molti maschi, tra l’altro consci di incarnare il bersaglio della casualità.

Alla stregua dei seminatori di tag, gli Arsenio Lupin dell’upskirt competono tra loro a colpi di “carpe diem” sempre più audaci, temerarietà che amplia notevolmente il raggio d’azione, non più solo belle ragazzotte in abiti succinti, molto ambita la “matura” in lingerie sexy, è probabile che per “pizzicarne” una col reggicalze ne debbano fotografare dozzine. Chiaramente non si cestina niente e tutte finiscono sparate nella grande madre rete, anche quelle che indossano collant contenitivi e calze mille denari.

Il successo dei siti upskirt è dovuto principalmente a un fattore “tecnico”, il tipo di inquadratura, involontaria stimolazione di pulsioni per lo più ignorate da registi e fotografi ma già individuate secoli orsono. L’apparato intimo femminile visto dal basso produce reazioni differenti, in alcuni scatena recrudescenze infantili di stampo Edipico, in altri l’istinto della conquista, una vetta da scalare, una maestosa imponenza vissuta come sfida, una drogante tirannia con la quale misurarsi. Degna di menzione l’icona sadomaso dello schiavo sdraiato supino con la Mistress in piedi sopra il suo volto, quindi potremmo sommariamente azzardare che i consumatori di upskirt siano suddivisibili in tre orientamenti: A) gli Edipici, B) i sottomessi, C) i conquistatori.

Era prevedibile che dopo una overdose di pornografia da baraccone riemergessero fantasie ruspanti, il culo della porta accanto, il “caminetto” della dirimpettaia, il monte di Venere della collega acida, il tutto virtualmente condiviso. Forse ha colto nel segno colui che su facebook ha scritto: “cosa fa il 95% dei maschi subito dopo aver raggiunto l’orgasmo??? Cancella la cronologia!!!

L’avvento di internet e relativa tecnologia di supporto hanno sicuramente condizionato la nostra vita, questo possiamo affermarlo senza tema di smentita, pacifico e doveroso acquisire la consapevolezza che non l’abbia fatto solo in positivo, l’upskirt è un fenomeno degno di considerazione, pur senza cadere in facili allarmismi. Non tutte le donne hanno velleità esibizioniste e nemmeno anelano ritrovarsi lato B e cameltoe in rete con relativi commenti da taverna accodati. E’ certamente alienante vivere nella incessante paranoia di cadere vittima di qualche “upskirt hunter”, tuttavia è possibile arginare il pericolo adottando alcuni accorgimenti, soprattutto nei contesti citati. Quando la violazione della propria intimità non disseta la vanità, rimane in gola l’arsura dell’impotenza e l’amarezza di aver subito una sgradita intrusione.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il cuckoldismo…

61011_249950548505502_1588113087_n

“Cuckold” è un neologismo Inglese mutuato dall’anomalo comportamento sessuale del cuculo, uccello monogamo che nel periodo della riproduzione abbandona il nido, solo temporaneamente, per concedere ad altri maschi l’opportunità di accoppiarsi con la sua femmina. Termine semi-onomatopeico che sostituisce l’irridente espressione: “cornuto contento”. Il Cuckoldismo ha conquistato la pole position nel Gran Premio delle perversioni new age, il successo (chiamiamolo così) è dovuto al suo essere compensativo, un incastro tra due devianze: il voyeurismo domestico maschile e l’esibizionismo femminile performante. Eruzione cerebrale di pulsioni che si concretizzano in una deriva carnale totalmente estranea a combinazioni arcinote come orge, scambi di coppia, triangoli, gang bang e compagnia cantante, la coppia cuckold trasforma un/a potenziale amante in coadiuvante erotico vivente. In genere è l’uomo a cedere la propria donna al “bull” (gergo) ma esiste anche la variante al femminile, in percentuale ridotta per motivi di egocentrismo e praticità.

Le molle che spingono ad avventurarsi in questa selva oscura sono molteplici e fumose, non è un gioco erotico né una esperienza annoverabile tra le trasgressioni “una tantum”, le coppie adepte sono solide, quasi sempre unite in matrimonio, dichiarano di amarsi profondamente e di non vivere nessun rigurgito “post-rate”. Anche nel cuckoldismo esistono picchi estremi come l’amante fisso amico di famiglia e addirittura l’ingravidamento ma non è la “norma”. Chi non conosce questa sessualità deviata immagina un rapporto schiavizzante in cui la donna subisce le insane fisime del marito despota, niente di più sbagliato, nel sottobosco “cuck” è l’uomo a vivere lo status di “sub”, è l’uomo l’anello debole. Una matassa ingarbugliata che ha comunque un bandolo, i motori di ricerca dicono poco e in modo superficiale, meglio cercarla nelle deduzioni psicologiche elaborando alcuni punti saldi.

Dividiamo la gelosia in due categorie: A) la gelosia distruttiva, B) la gelosia afrodisiaca. La prima mette in piazza le insicurezze, la seconda le nasconde sotto il tappeto della libidine. Per individuare quella di appartenenza basta decodificare la reazione dominante durante le incursioni esterne, detta in spiccioli, quando un ganassa fa il broccolone con la vostra donna… quando una fimminastra fa la gatta morta col vostro uomo… se provate istinti omicidi appartenete alla categoria “A”, se vi assale una irrefrenabile voglia di fare sesso appartenete alla categoria “B”. La premessa ha un senso, il cuckoldismo è l’esorcizzazione massima della gelosia, i cinici la chiamerebbero “ottimizzazione”, posta comunque in essere attraverso una forma di controllo/gestione, è sempre il marito a individuare il bull, incombenza accettata di buon grado dalla moglie consenziente, per logica applicata.

I contorti aspetti cerebrali si evincono da alcune metonimie, il cuckold (the original) non partecipa attivamente, si limita al solo guardare ma non sempre, alcune volte non presenzia nemmeno alla “monta” (sempre gergo) optando per una tormentata e solitaria attesa in altri luoghi, esasperando così la propria eccitazione. Scelta parossistica che incornicia il godimento in una corsa contromano, il cuckold non trasforma una proiezione in realtà, trasforma la realtà in proiezione, proiezione che si “ri-materializza” durante i coiti coniugali successivi alla seduta con il bull. Lo scopo consiste nel rendere reali, vissute, le fantasie che colorano, arricchiscono e popolano il talamo di tantissime relazioni. Tutti o quasi hanno fantasie erotiche “allargate”, le coppie “normali” si limitano a sceneggiarle, quelle cuckold il film lo realizzano. Tra i principianti è in voga la versione “soft”, ridotta esclusivamente alla provocazione in luoghi pubblici come bar, pub, ristoranti, cinema, ecc.. Se un avventore si ritrova a essere oggetto di attenzioni da parte di una donna che lancia sguardi ammiccanti e mostra, sfrontatamente, parti anatomiche nonostante la presenza di un compagno “distratto”, non si illuda di aver fatto breccia col suo fascino, è molto probabile che una coppia cuckold lo stia usando per eccitarsi.

Tema ricorrente, fil rouge, la centralità, il punto di forza… è l’amore, difficile a credersi ma un dato è certo, per poter blindare un rapporto al punto da non cedere a nessun’altra infiltrazione che non sia quella carnale voluta, una base robusta deve pur esserci e non credo bastino il potere della complicità e gli elementi già menzionati (compensazione e incastro). Potrebbe essere un errore scorporare i sentimenti da un rapporto capace di coinvolgere altri ma, contemporaneamente, di escluderli categoricamente da ogni raggio extra-sesso, inamovibile comandamento, almeno in teoria.

Osservando con occhio critico… il cuckold è, di fatto, un giocatore d’azzardo che scommette sulle proprie sicurezze/insicurezze, la posta in palio è altissima ma non vince mai, al massimo pareggia. Da quando è esploso il fenomeno, in Italia ha preso a diffondersi progressivamente nei primi anni ’80, fior di menti si sono prodotte in considerazioni, analisi e valutazioni, come sempre discordanti. Gli interrogativi rimasti in sospeso sono due: “In un maschio risucchiato dal tunnel del cuckoldismo, si nasconde forse una omosessualità repressa???, l’uomo “cuck” trasforma in morbosa goduria frustrazioni e umiliazioni, è corretto monitorare il cuckoldismo come una articolazione del masochismo???”.

L’aspetto misterioso di tutto l’ambaradan sta in quel bizzarro cubo di Rubik che si autoincasina nelle circonvoluzioni femminili. La moglie di un cuckold non è certamente etichettabile come zoccola (se lo fosse zoccolerebbe in proprio venendo meno al giuramento di “fedeltà cuck”), si concede a uomini che non sceglie, ha rapporti carnali programmati in cui il raggiungimento dell’orgasmo è relativo e/o ininfluente, apparentemente plasma la propria sessualità alle pulsioni del marito, si assume totalmente i rischi e accetta di trasformarsi in “oggetto”. Spontaneo chiedersi perché lo faccia, esibizionismo e protagonismo sono leve insufficienti per motivare simili carature, più credibile una drogante sensazione di potere da sdoppiamento, una second life inebriante, l’adrenalina di convivere con una intima identità segreta. L’essere cuckold di se stesse. Curiosità… saranno più numerosi gli uomini che hanno trascinato nel cuckoldismo le loro donne oppure le donne che hanno trascinato nel cuckoldismo i loro uomini??? La risposta non è affatto scontata, i maschi lo propongono, le femmine lo costruiscono step by step.

Tullio Antimo da Scruovolo

INFIBULAZIONE, parliamone…

imagesXRRIPPT9

Le origini della infibulazione, ribattezzata con l’acronimo “MGF” (Mutilazione Genitali Femminili), sono avvolte in una coltre impenetrabile blindata da irrisolti misteri che negano l’approdo a dati certi, il ritrovamento di una mummia infibulata risalente al 2300 a.C. autorizza a imputare gli Egizi ma con formula dubitativa. Esistono vari livelli di infibulazione, da quella base limitata alla “sola” escissione della clitoride a quella “faraonica”, una devastazione che comprende anche l’amputazione di grandi e piccole labbra nonché la quasi totale “cucitura” della vulva. Dopo le nozze Il marito provvede personalmente alla “apertura”, ovviamente conforme alle dimensioni del proprio membro, eseguendo un intervento chirurgico casalingo propedeutico alla deflorazione. Effetti collaterali come patologie, infezioni e decessi durante il parto sono all’ordine del giorno. Non meno allucinante la “recidiva”, vedove, divorziate e spesso anche le puerpere, vengono sottoposte a “reinfibulazione” ripristinante.  Pare un film dell’orrore ma tutto ciò è cruda, crudele realtà in molti Paesi.

Considerare l’infibulazione una semplice impalcatura maschilista finalizzata alla eliminazione delle ansie da prestazione e confronto, sarebbe riduttivo, addirittura banale, oltre questo filo spinato concettuale c’è qualcosa di molto più terrificante. Nelle aree interessate, da sempre, ci si adopera alacremente per diffondere la convinzione che tale pratica sia un valore “culturale”, NON religioso. Escamotage che radica la “MGF” nei putridi acquitrini del percolato filosofico.  Penso che il “comitato” ideatore dell’infibulazione, sicuramente composto anche da donne, abbia elaborato un percorso basico tutto sommato poco arzigogolato, facilmente intuibile, provo a sintetizzarlo: “nel momento in cui la donna raggiunge l’orgasmo cessa di appartenere all’uomo che la possiede, si stacca da lui rapita dalla ubriacante lussuria, il richiamo dei sensi indebolisce la devozione fino ad annientarla. Anche in assenza di velleità fedifraghe il vincolo passionale avrebbe la meglio sull’asservimento istituzionale, per quanto possa dilatarsi nel tempo la passione è inconfutabilmente effimera e quindi non garantista. Una donna in grado di godere vive il proprio uomo come un amante potenzialmente gestibile, di conseguenza trascinabile nel vortice della irrazionalità fino alla mortificazione, parziale o totale, della mascolinità intesa come ruolo inalienabile. Una donna che approda al piacere finisce inevitabilmente per cercarlo, diventando sessualmente attiva acquisisce il potere, seppur teorico, di destabilizzare/condizionare assetti famigliari e sociali. Una femmina infibulata non conosce la voluttà, non lotta contro le tentazioni da essa provocate e, per effetto a cascata, non entra nel tunnel della gelosia, della febbre del possesso (qui nasce l’accettazione di ulteriori mogli), si vota all’uomo promessa nella più lucida e incondizionata consapevolezza”. Nessuno mi toglierà mai dalla testa che questa sia la vera genesi. L’ipotesi che l’infibulazione nasca dalla paura di veder crescere la clitoride fino a trasformarsi in un grosso pene rivale, è solo una delle tante, tantissime leggende popolari. Considerando epoche e modus vivendi, volendo proprio forzare… ritengo più attendibile ipotizzare fosse, in origine, una barriera protettiva per arginare tentazioni e gravidanze incestuose ma, razionalmente parlando, questa è la motivazione reale che per millenni ha reso indispensabile la verginità prematrimoniale ad ogni latitudine e longitudine.

Lo sbigottimento permane apprendendo quanto sia in forte espansione l’infibulazione spontaneamente accettata dalle donne occidentali, Italiane comprese, avvezze a intrecciare relazioni con uomini provenienti da Paesi dediti alla suddetta barbarie. Anche raschiando il barile delle assurde logiche travestite da antichissime tradizioni, risulta impossibile giustificare una menomazione psicofisica imposta, impresa fattibilissima nei cortili della irreversibile “libera scelta”. Per poter meglio comprendere decisioni così autolesioniste e traumatizzanti, prima di salire a bordo degli alianti piombati nello stallo dell’amore, sarebbe doveroso calarsi nei cunicoli esistenziali, quelli che conducono al trucido lottare contro la propria insignificanza. Gravissimo errore non considerare l’infibulazione VOLUTA “anche” una perversione/ritorsione, estrema e subdola nel suo germogliare all’ombra di una presunta sudditanza. L’humus psicologico consiste, sostanzialmente, nel ripudiare il proprio piacere al fine di umiliare il maschio negandogli la più tangibile, eclatante, appagante, gratificante attestazione di virilità. Da anni in occidente prolifera il nascere di “nicchie” in cui abbienti acculturati, maschi e femmine, sperimentano innovative fusioni tra sesso cerebrale e tormento delle carni, l’infibulazione semplice (clitoridectomia) pare sia entrata in questo circuito come sublime suggello di una definitiva autodeterminazione. Siamo alla aberrazione della inviolabilità sacrale.

La “galassia infibulazione” dissemina meteoriti che lasciano perplessi. Nessun dettame religioso la menziona, nemmeno il Corano, il Cristianesimo la bandisce ma i Copti la praticano, nasce migliaia di anni addietro assolutamente NON in nome degli dei. Accantonando califfi ai quali è stato dissequenziato il DNA, possiamo affermare, senza tema di smentita, che religioni e infibulazione non hanno niente da spartire. Parrebbe siano i maschi a trarne vantaggio ma nella realtà applicata trattasi di vittoria pirrica, in una comunità in cui le donne adultere vengono lapidate, le single infibulate e la prostituzione bandita, con chi si accoppiano gli uomini soli??? Molti antropologi attribuiscono a questa carenza l’atavica “normalizzazione” della pederastia. La “MGF” è totalmente gestita dalle donne, sono le mamme stesse a decidere le sorti sessuali delle figlie, ove è facoltativa la bilancia pende dalla parte del “sì”, nonostante non sia più elemento fondamentale per trovare marito. Come dicevo sopra, ci troviamo di fronte a uno zoccolo culturale particolarmente duro, non è un problema di Stato etico. La colpevolizzazione a tutto tondo dell’universo maschile è oggettivamente scorretta, nella migliore delle ipotesi semplicistica, nella peggiore una strumentalizzazione.

La strada più socialmente percorribile per giungere a una progressiva eliminazione della infibulazione, non è quella di proibirla tout court punendola severamente in modo altrettanto cruento, questo incrementerebbe i canali clandestini (vedi occidente) e creerebbe ampie sacche di resistenza identificativa. Più sensato il “gestirla” a livello di sanità pubblica investendo sulla creazione di consultori cuscinetto efficacemente dissuasivi. Qualora la si volesse a tutti i costi, si eliminerebbero comunque i rischi igienico-sanitari e sarebbe tenuta sotto controllo da monitoraggi ufficiali. L’esigenza start è quella di iniziare una inesorabile opera di demolizione per abbattere definitivamente quell’agghiacciante “muro” retto da mammane, clitoridi strappate a morsi, riti iniziatici e assurde espiazioni figlie bastarde di padri ignoti.

La “manipolazione” degli organi sessuali non è prerogativa esclusiva del genere femminile, non dimentichiamoci gli eunuchi, i “Farinelli” e le famigerate evirazioni punitive. In molte nazioni democratiche si applica la castrazione chimica, religiosa, virtuale. La castità imposta a preti e suore è una infibulazione psicologica (altro carcere sessuale da sempre fucina di ignobili abusi). L’obbligo di giurare fedeltà “al buio” non è forse una coercizione mutata in valore??? Non verrà mai meno il bisogno di esorcizzare le ataviche paure nei confronti del sesso, un immenso, attivissimo cratere che erutta tetre risate quando si tenta di assopirlo con “valori infibulanti” come onore, fedeltà, purezza, ecc. ecc.

Una donna che non conosce il piacere non ha segreti, una donna senza segreti è una Matrioska vuota, non affascina, non ammalia e non seduce, soprattutto non spaventa, non terrorizza, non mina quel “comune senso del pudore” tanto caro a moralizzatori e bigotte “cacadubbi” che annaspano tra insicurezze e pregiudizi.

Tullio Antimo da Scruovolo