Vivere ai tempi del Coronavirus…

Dagli Appennini alle Ande un solo grido si espande: “anche il più dotto pare ignorante!”

Biblico flagello che ha marcato e continua a marcare l’incapacità di distinguere la competenza dal pressappochismo, la lungimiranza dal tacconare maldestramente l’immediato e l’abilità gestionale/organizzativa dal tirare a indovinare. Nei talk, in rete e sui media, scienziati, luminari, sapientoni, virologi, infettivologi, fantini del nulla ed esperti in riti apotropaici, cantano a cappella “verità”, “soluzioni” e “profezie” di opposto registro rasentando risse di biscardiana memoria. Quando un argomento monopolizza totalmente la comunicazione, per mantenere lo share a livelli commercialmente appetibili, occorre ingaggiare giocolieri capaci di annodare la linea che divide la scienza dalla fantascienza. All’appello mancano le quartine di Nostradamus, le congiunzioni astrali, il mago Otelma, i sette Chakra per raggiungere il Nirvana, l’unguento magico della nonna, gli Alieni e il cambiamento climatico. Nel mentre si continua a crepare urlando un inascoltato e straziante: “perché?”, domanda alla quale nessuno risponderà mai in modo credibile ed esaustivo. C’è qualcosa di tetro, inquietante, ambiguamente macabro negli occhi e nella voce degli speaker che con magno gaudio annunciano: “la situazione migliora, oggi ne sono morti solo trecento!”

Il celeberrimo testo di Totò: “La Livella” (la morte rende tutti uguali), è condivisibile solo parzialmente. Trapassare causa attentato, calamità naturale, disastro aereo e/o in guerra, significa scolpire il proprio nome su una lapide che in futuro qualcuno (forse) commemorerà periodicamente, magari con tanto di banda musicale, autorità in ghingheri, fumanti paioli di polenta e fiaschi di sangiovese. Andarsene all’altro mondo uccisi da un virus “made in China” vuol dire assuefare gli scampati a lutti concettualmente distanti, subdole morti che si integrano nel quotidiano fino a “normalizzarsi”. Niente colpi di katana inferti alla sensibilità collettiva, non un evento circostanziato capace di pizzicare milioni di coscienze contemporaneamente, nessuna escursione nei labirinti emotivi, non un luogo simbolo da trasformare in meta di pellegrinaggio né una data “fosforo”, niente totem, niente di niente. A tantissimi di questi sventurati è stato negato anche il funerale, per quanto formale pur sempre un rito che consente di accomiatarsi dal mondo con una pennellata di dignità.

Plauso doveroso agli Italiani che hanno rispettato le consegne, intendo il “lockdown”, arresti domiciliari alleggeriti da qualche deroga per garantire la sopravvivenza, immancabili le fisiologiche sacche di disubbidienza. I cervelli umani sono come i pezzi prodotti da uno stampo in trafila, ogni tot ne viene uno di scarto. L’ammirevole e stoica resilienza non è certo dovuta, se non in minima parte, alla improvvisa esplosione di un inaspettato senso civico da Guinness, nooooooooo…! Tutta questa serena rassegnazione, accettazione e pazienza la si deve soprattutto a internet e derivati come webcam, videoconferenze, chat, wapp, social, piattaforme varie e tutta una serie di servizi e app che la quarantena ha capillarmente diffuso. “Toglieteci tutto, pure la libertà ma non il web”. Fossimo costretti a stare in casa senza pc né tablet né smart, insomma, senza la rete, isteria di massa, tafferugli e gesti inconsulti sarebbero all’ordine del giorno. La dipendenza dalla tecnologia drogante è diventata socialmente strutturale, anche gli ultimi baluardi sono stati abbattuti.

Le grandi tragedie collettive sono solite, nel loro nefasto passaggio, disseminare una lunga scia di piccoli e grandi drammi personali. Choderlos De Laclos: “com’è tipico del tuo cuore perverso desiderare solo quello che non può avere”, estendendolo alle linee comportamentali imposte dal “lockdown”, l’aforisma è calzante. Tendiamo a valorizzare le cose quando le perdiamo o ce le tolgono/proibiscono, tutto sommato, un periodo di privazioni e rinunce per molti potrebbe essere una educativa iniezione di priorità e realismo. Tra quelli rimasti in salute vi è una categoria particolarmente penalizzata, gli “amanti clandestini”, unici a non avere sbocchi a basso rischio e non mi riferisco di certo al virus. Per arzigogolare tracciati e percorsi “massonici” che portino a un rendez-vous segreto vincente, ci vorrebbero teste da giallisti oppure campioni di sudoku ma è pur vero che quando la carne arde di desiderio l’ingegno si aguzza e l’incoscienza si inturgidisce.

Coronavirus “fase 2”… Un crogiolo di norme squinternate che potremmo definire: “nebbia & folclore”, una su tutte, il ripristino dei funerali ma con un massimo di quindici partecipanti, non è dato sapere a quale “congiunto” tocchi l’infame incombenza di stilare l’elenco. Stato, Regioni e Comuni viaggiano su treni diversi diretti verso mete diverse, domanda, una tra le tante: “trattare Calabria (infettati prossimi allo zero) e Lombardia (record di infettati e decessi) con gli stessi criteri è democrazia applicata oppure ignoranza politica?” Una delle frasi più ricorrenti nelle ultime settimane: “niente sarà più come prima”, suona quasi come un anatema. Presto o tardi un vaccino salterà fuori e torneremo all’apparente normalità, in quel momento ci renderemo veramente conto del disastro reale provocato dal virus, non solo in termini di vite umane.

Tullio Antimo da Scruovolo