“Le donne belle sono invisibili”…

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Quella riportata nel titolo del post non è una affermazione attribuibile alla “filosofia informale”, è il frammento di un dialogo che ho carpito durante uno dei miei zapping notturni, “frase/spunto” troppo stimolante per essere ignorata. Difficile individuare la linea di demarcazione, realtà e concezioni da brodo primordiale raramente vengono mixate come in questo caso. Prima di attaccare la mula al carro e avventurarci negli oscuri sentieri che mappano la foresta della psiche, facciamoci un drink al chiosco dei pregiudizi periferici.

“Le donne belle sono oche (le oche sono animali intelligentissimi)”, “le donne belle si guardano ma non si vedono (miopia e presbitismo sono una mera questione di distanza)”, “donna bella è sinonimo di guai (quella brutta è sinonimo di gioie?)”. Non vi è dubbio alcuno che le strafiche siano una grandinata di paranoie per gli uomini insicuri, è altresì accertato che il dire di Andy Warhol: “la bellezza è già intelligenza”, non agevola il bisogno di viaggiare con un “QI 150” attaccato al culo.

“Le donne belle sono invisibili”… Concetto accettabile, credibile se supportato da alcune riflessioni, una donna bella diventa invisibile nel momento in cui si trasforma in chimera, miraggio, sogno, un po’ come la volpe e l’uva: “ignoro, quindi non vedo, ciò che non posso avere”. In subordine si potrebbe ipotizzare una “trasparenza” dovuta alla bellezza “barriera/alibi”, una donna bellissima e intelligentissima terrorizza gli ometti, questo la rende “invisibile” e la destina a percorsi fatti di solitudine.

Quando anni addietro la solita “University made in USA” stilò un rapporto/ricerca sulle problematiche vissute dalle donne belle, emersero dati che lasciarono sgomenti frotte di uomini e donne “diversamente belle”. La “top fica” pare scopi meno delle “normali” e pure in malo modo in quanto stimola l’egoismo sessuale degli uomini, è immersa nella invidia delle altre donne e inocula, praticamente sempre, il tarlo della gelosia nel proprio compagno. Per estensione… ha un pessimo approccio con l’universo maschile, più è ampio il “campionario” più è facile “inciampare”, non solo, la tendenza alla promiscuità, più o meno forzata, ammorba l’esigenza di annodare la propria mente a quella altrui. La donna bella, per plausibili motivi, sogna meno delle altre, socializza meno delle altre (tra le belle esiste competizione, non amicizia), ha esigenze diverse dalle altre, sfugge da vincoli e sentimenti (valgo troppo per farmi monopolizzare), il terrore di essere “sfregiata” da una impietosa vecchiaia condiziona pesantemente gran parte dell’esistenza. Praticamente essere belle è una sfiga da Guinness… sarà!!!

E’ notorio, gli Americani vivono di eccessi ma questa requisitoria contro la bellezza ha trovato conferme in tutto il mondo evoluto. Nonostante il “corpo” sia un diffusissimo business di considerevole portata, nella società contemporanea la bellezza è ancora un pesante fardello, non una leggiadra levitazione. Essere una leccornia sessuale oppure un “oggetto/vanto” da esibire è tremendamente penalizzante.  La bellezza fisica non è una dote interiore, non è una qualità occulta da sfoderare alla bisogna, non è intima, è palese, evidente al punto da divenire nemica e prevaricatrice della propria essenza, con le ovvie e dovute eccezioni.

Le donne belle non sono invisibili ma possono diventarlo se soccombono alla loro estetica, ogni forma di “ricchezza”, sia essa fisica, materiale o spirituale necessita di oculata gestione, viceversa si trasforma in dipendenza schiavizzante. Le donzelle che investono tutto sulla loro bellezza stiano lontano dalle ipocrisie, il cervello alberga solo ed esclusivamente nella scatola cranica, non ha emanazioni né filiali in altre parti del corpo.

Tullio Antimo da Scruovolo

La grande bellezza… di essere politicamente scorretti

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Quando sul volto di Paolo Sorrentino, nei servizi tv post-premiazione, ho colto il ghigno perfido tipico di chi è riuscito nella storica, memorabile impresa di gabbare il sistema, ho deciso di vedere “La grande bellezza”, non l’avesse trasmesso “Canale 5” sarei andato a cercarmi il DVD. Questo film mette in evidenza, più di ogni altro, quanto i critici cinematografici siano incompetenti e/o asserviti alle logiche mediatiche e alla tasca di “Pantalone”. Il regista Partenopeo scala l’olimpo cinematografico portando sullo schermo la messa al muro del pensiero “politically correct”. Vado ad argomentare, senza meno, i punti chiave che supportano il mio dire:

1)      Nonostante i gay siano componente fissa, immancabile, della Roma festaiola, Sorrentino li ignora, li taglia clamorosamente fuori, come non esistessero. Fa specie che le associazioni “omo” più integraliste non abbiano parlato di “omofobia” e nemmeno di “discriminazione sessuale” artistica.

2)      Il film riversa una quantità industriale di letame su due concetti base della società, la famiglia (disegnata come un paravento fucina di iatture) e l’amore (un dannoso limite da evitare sempre e comunque).

3)      Tutti i personaggi femminili vengono impietosamente demoliti, resi patetici, donne over 40 dipinte con i tetri colori della decadenza fisica, delle paranoie, dello squallore, del fallimento, della ipocrisia, della “puttanità”, dello sclero, del vuoto interiore e della depressione. Una vetrina che espone  una compilation di problematiche “figlie” del femminismo e della autodeterminazione, messaggio inequivocabile.

4)      L’autore ridicolizza l’universo clericale imbarcandolo sul carrozzone del grottesco. Dalla giovane suora che beve champagne in un locale notturno in compagnia di un vecchio gaudente, alle monache di clausura che da sotto il velo sorridono e ammiccano a nerboruti Africani seminudi. Particolarmente irritante il Cardinale frivolo più incline alle ricette culinarie che a quelle “salva anime”. Il colpo di grazia lo cala creando una contrapposizione micidiale con la suora missionaria semi-santa, ultracentenaria, che si nutre di sole radici, dorme sul pavimento, parla pochissimo e si avventura in un rischiosissimo sacrificio votivo. Il cattivo esempio sputtanato dal buon esempio.

5)      Jep Gambardella (interpretazione eccelsa di Toni Servillo) è quasi surreale, apatico, accidioso, umanamente indefinibile, un alieno sotto mentite spoglie, il suo ruolo è, nella sostanza, quello di fare da anello di congiunzione tra un personaggio e l’altro.

Sorrentino piazza alcuni “colpi d’uncino” (amo definire in questo modo i passaggi che fanno la differenza), “colpi d’uncino” che vorremmo trovare in ogni film e in ogni libro, speranza troppo spessa disattesa. A) Jep dichiara: “io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire (delirio di onnipotenza)”. B) L’unica donna che lui rispetta veramente è la sua editrice nana, con lei si “normalizza” al punto da farsi chiamare “Jeppino” e condividere cene composte da risotto scaldato e minestrone, fugaci pasti proletari consumati sulla scrivania (un forte richiamo all’umiltà). C) La “santa” riunisce, sul terrazzo di Jep, uno stormo di uccelli migratori bisognosi di un tranquillo riposo (qui entriamo nel limbo della genialità).

Parallelismi, paragoni e similitudini con “La dolce vita”, vaneggiati da tanti, non reggono, neanche sforzandosi. Il regista Romagnolo ha raccontato un Roma fresca, vogliosa di mondanità esplosiva incentivata dal boom economico e ubriacata dai fasti di Cinecittà. Fellini amava esaltare la femminilità e la sensualità, soprattutto sviscerava gli aspetti psicologici dei suoi personaggi. “La grande bellezza” mette a nudo il declino, la merda di una mondanità capitolina inarrendevole e puzzona. Sorrentino questo lo fa con uno spudorato cinismo mascherato da maschilismo, non solo, evita accuratamente di fare introspezioni e riduce i protagonisti a una masnada di stronzi che galleggiano nello stagno della superficialità. La dichiarazione di essersi ispirato a Federico Fellini è sicuramente da “interpretare”.

L’oscar è meritato, senza ombra di dubbio, il coraggio di andare controcorrente, di osare, di ribellarsi al pensiero comune paga raramente ma quando questo avviene si sale in vetta. Chiudo con due “note di servizio”, Paolo Sorrentino è rimasto orfano a soli 17 anni e ha fatto il classico dai Salesiani (riflettere su questo può servire a comprendere meglio alcuni punti). Quando nei titoli di coda ho letto i ringraziamenti al contributo della regione Lazio e del comune di Roma… ho giustificato l’immenso marchettone pubblicitario, stile pro-loco, sulle bellezze della capitale che hanno fatto da sfondo per tutta la durata del film, che il mondo guardi e ammiri. Bravo Paolo, bravi tutti.

Tullio Antimo da Scruovolo