La grande bellezza… di essere politicamente scorretti

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Quando sul volto di Paolo Sorrentino, nei servizi tv post-premiazione, ho colto il ghigno perfido tipico di chi è riuscito nella storica, memorabile impresa di gabbare il sistema, ho deciso di vedere “La grande bellezza”, non l’avesse trasmesso “Canale 5” sarei andato a cercarmi il DVD. Questo film mette in evidenza, più di ogni altro, quanto i critici cinematografici siano incompetenti e/o asserviti alle logiche mediatiche e alla tasca di “Pantalone”. Il regista Partenopeo scala l’olimpo cinematografico portando sullo schermo la messa al muro del pensiero “politically correct”. Vado ad argomentare, senza meno, i punti chiave che supportano il mio dire:

1)      Nonostante i gay siano componente fissa, immancabile, della Roma festaiola, Sorrentino li ignora, li taglia clamorosamente fuori, come non esistessero. Fa specie che le associazioni “omo” più integraliste non abbiano parlato di “omofobia” e nemmeno di “discriminazione sessuale” artistica.

2)      Il film riversa una quantità industriale di letame su due concetti base della società, la famiglia (disegnata come un paravento fucina di iatture) e l’amore (un dannoso limite da evitare sempre e comunque).

3)      Tutti i personaggi femminili vengono impietosamente demoliti, resi patetici, donne over 40 dipinte con i tetri colori della decadenza fisica, delle paranoie, dello squallore, del fallimento, della ipocrisia, della “puttanità”, dello sclero, del vuoto interiore e della depressione. Una vetrina che espone  una compilation di problematiche “figlie” del femminismo e della autodeterminazione, messaggio inequivocabile.

4)      L’autore ridicolizza l’universo clericale imbarcandolo sul carrozzone del grottesco. Dalla giovane suora che beve champagne in un locale notturno in compagnia di un vecchio gaudente, alle monache di clausura che da sotto il velo sorridono e ammiccano a nerboruti Africani seminudi. Particolarmente irritante il Cardinale frivolo più incline alle ricette culinarie che a quelle “salva anime”. Il colpo di grazia lo cala creando una contrapposizione micidiale con la suora missionaria semi-santa, ultracentenaria, che si nutre di sole radici, dorme sul pavimento, parla pochissimo e si avventura in un rischiosissimo sacrificio votivo. Il cattivo esempio sputtanato dal buon esempio.

5)      Jep Gambardella (interpretazione eccelsa di Toni Servillo) è quasi surreale, apatico, accidioso, umanamente indefinibile, un alieno sotto mentite spoglie, il suo ruolo è, nella sostanza, quello di fare da anello di congiunzione tra un personaggio e l’altro.

Sorrentino piazza alcuni “colpi d’uncino” (amo definire in questo modo i passaggi che fanno la differenza), “colpi d’uncino” che vorremmo trovare in ogni film e in ogni libro, speranza troppo spessa disattesa. A) Jep dichiara: “io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire (delirio di onnipotenza)”. B) L’unica donna che lui rispetta veramente è la sua editrice nana, con lei si “normalizza” al punto da farsi chiamare “Jeppino” e condividere cene composte da risotto scaldato e minestrone, fugaci pasti proletari consumati sulla scrivania (un forte richiamo all’umiltà). C) La “santa” riunisce, sul terrazzo di Jep, uno stormo di uccelli migratori bisognosi di un tranquillo riposo (qui entriamo nel limbo della genialità).

Parallelismi, paragoni e similitudini con “La dolce vita”, vaneggiati da tanti, non reggono, neanche sforzandosi. Il regista Romagnolo ha raccontato un Roma fresca, vogliosa di mondanità esplosiva incentivata dal boom economico e ubriacata dai fasti di Cinecittà. Fellini amava esaltare la femminilità e la sensualità, soprattutto sviscerava gli aspetti psicologici dei suoi personaggi. “La grande bellezza” mette a nudo il declino, la merda di una mondanità capitolina inarrendevole e puzzona. Sorrentino questo lo fa con uno spudorato cinismo mascherato da maschilismo, non solo, evita accuratamente di fare introspezioni e riduce i protagonisti a una masnada di stronzi che galleggiano nello stagno della superficialità. La dichiarazione di essersi ispirato a Federico Fellini è sicuramente da “interpretare”.

L’oscar è meritato, senza ombra di dubbio, il coraggio di andare controcorrente, di osare, di ribellarsi al pensiero comune paga raramente ma quando questo avviene si sale in vetta. Chiudo con due “note di servizio”, Paolo Sorrentino è rimasto orfano a soli 17 anni e ha fatto il classico dai Salesiani (riflettere su questo può servire a comprendere meglio alcuni punti). Quando nei titoli di coda ho letto i ringraziamenti al contributo della regione Lazio e del comune di Roma… ho giustificato l’immenso marchettone pubblicitario, stile pro-loco, sulle bellezze della capitale che hanno fatto da sfondo per tutta la durata del film, che il mondo guardi e ammiri. Bravo Paolo, bravi tutti.

Tullio Antimo da Scruovolo

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Chi ha incastrato Giacinto Canzona???

Il tizio con la faccia da fauno raffigurato nella foto sopra riportata è l’ennesimo “italian fox” smascherato da “striscia la notizia”, il suo sguardo “da punta” è dovuto ad una patologia molto diffusa comunemente chiamata insonnia, anziché riposare membra e mente per rigenerare la serotonina, preferisce utilizzare il silenzio delle tenebre come musa ispiratrice al fine di fecondare e partorire “bufale” da inoltrare alle agenzie di stampa col divenir dell’alba…

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Lo squalo e la iena…

Quando scrissi, più volte e molto tempo fa, che l’astio di Rupert Murdoch nei confronti di Silvio Berlusconi avesse, ed ha tuttora, esclusivamente radici di tipo economico/personale, furono in molti a storcere il naso. Il magnate ottantenne mal digerì il suo non esser riuscito a fagocitare Mediaset e ancor meno metabolizzò serenamente il raddoppio dell’IVA sugli abbonamenti Sky (una imposizione Europea che venne fatta passare per concorrenza sleale dai soliti bugiardi)…

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Famo a capisse…

Il Corsera, il prestigioso Corsera, l’autorevole (non di rado autoritario) Corsera, ignorando tutto l’avvenir circostante, sbatte in prima pagina un articolo che analizza e sviscera la più terribile iattura mai capitata ai mangiaspaghetti, lo spot promozionale della Regione Calabria. Gian Antonio Stella, colui che scrisse in batteria con Sergio Rizzo un libro sulle “caste” dimenticandosi di menzionare la più perigliosa, quella di sua appartenenza, si arma di carta, penna, calamaio e dopo due mumble mumble carezzandosi il mento inizia a cecchinare sul video pubblicitario che impazza in tv…

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