La TV maschilista tanto amata dalle donne…

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Su “Canale 9” sgomitano format mutuati dal circuito “Discovery”, accozzaglia di esiziali programmi che “autorevoli” critici vaticinanti considerano un agognato orgasmo tantrico del femminismo ma che in realtà, non me ne vogliano i maître à penser, sono maschilisti alla terza. Mi riferisco a: “abito da sposa cercasi”, “crea la tua festa”, wedding planner”, “donne mortali”, ecc. ecc. “Docustory” che mettono a nudo gli aspetti grotteschi, pittoreschi, perfidi, capricciosi, crudeli, biasimevoli e assurdi dell’universo femminile. Il massimo dei minimi lo si coglie in: “Alta Infedeltà”, un prodotto nostrano spacciato per video verità con situazioni interpretate da attori ma corroborato da testimonianze dirette dei presunti interessati, quindi, come suol dirsi… è tutto vero ma qualora fosse tutto falso, non cambierebbe minimamente la sostanza del messaggio. E’ solo viagra che impenna l’audience.

ALTA INFEDELTA’… uno spaccato tutto Italiano, disinvolte cornificazioni creative che paiono partorite da una mente deviata, non vi sono solo amanti uncinati nel wood del quotidiano vivere, non di rado trattasi di tradimenti perpetrati con cognati, suoceri, vicini di casa, amici intimi (la migliore amica di lei o il migliore amico di lui, un must), instancabile la mano che pesca il bussolotto nel sacchetto del pruriginoso adulterio. In ogni episodio, a prescindere dal fedifrago o dalla fedifraga, l’immagine della donna viene sistematicamente compromessa, ridicolizzata, sminuita a fragile vittima dei sensi e/o del tasso di umidità. Storie che sfatano molti luoghi comuni e allineano le femmine agli stereotipati vezzi maschili. Tragicomiche le vendette poste in essere dai/dalle traditi/e.

Niente di nuovo, che il mondo fosse popolato anche da “uteri estroversi” pronti a giocarsi lavoro, famiglia e consolidate amicizie perché incapaci di resistere alla carnale tentazione di una chimica ingestibile e travolgente, lo sapevamo da illo tempore, peculiarità erroneamente attribuita da sempre solo ed esclusivamente agli uomini. Chi non vorrebbe passare una notte di luna piena, schizzatina di romanticismo retrò, nel resort della passione tra le braccia di un ipnotico e tenebroso Cavalier errante o tra le cosce di una ammaliante femmina avvenente e perversa??? Una volta sgamati ci si può sempre aggrappare ai tic retorici: “non è come pensi”, “non so cosa mi sia successo”, “mi domando ancora adesso cosa mi abbia spinto a cedere”, “in quel momento non ragionavo”, “si vive una volta sola e la vita è breve”, “sapevo di sbagliare ma non ho resistito”… e avanti così annaspando nel trogolo delle “minchità”. Strano nessuna abbia tirato in ballo lo “spleen Baudelairiano” o si sia messa a farfugliare carnevalesche elucubrazioni sui “rapporti fatti di istanze”. Non sarebbe molto più figherrimo e dignitoso uno spudorato: “mi faceva sangue e ci ho scopato senza farmi alcuna para”???.  

Questo post nasce da un articolo (chiamiamolo così) che ho letto su un importante quotidiano nazionale, un testo che mi ha incuriosito al punto da indurmi a seguirne alcune puntate, “Alta Infedeltà” va in onda all’ora di colazione, cosa che non mi ha nemmeno fatto perdere tempo. Sinceramente il pezzo del giornalista, dopo aver constatato di cosa si trattasse, mi ha lasciato basito. Fossi donna non mi sentirei affatto lusingata dal suo considerare le corna narrate una conquista femminile, sempre non si voglia, come ho scritto sopra, capitalizzare una significativa riduzione del profilo, per quanto possa essere utile l’abbattimento di impalcature concettuali arrugginite e pericolanti. Indubbiamente nei reconditi meandri psichici delle donne stazionano piccoli o grandi desideri di vendetta, di certo non giova vivere le protagoniste del programma come novelle Robin Hood in gonnella, le vittorie di Pirro hanno il deprimente retrogusto della meschinità.

Il perché del mio dire è di una ovvietà cristallina, nelle due combinazioni canoniche (lei, lui l’altra/lui, lei l’altro) vi è, immancabile, una figura femminile negativa, se non è zoccola la moglie lo è l’amante, il più delle volte amica/parente/collega/coinquilina della cornificata. Comunque la si rivolti, in questo contesto sono sempre le “quote rosa” a rimetterci le piume della onorata coda, per contro, il giudizio femminile sugli uomini, che tradiscano o siano traditi, non muta di una virgola da secoli: “o è puttaniere o se le meritava (le corna)”, una metonimia che fa sorridere ma tant’è.

E’ tempo di fuggire dall’ipocrita guisa, non fa più snob né trendy indossare il cappotto in agosto e il bichini a gennaio, se gli uomini sbarellano davanti a uno stacco di coscia o uno spicchio di mammella… le donne fanno lo stesso al cospetto del figaccione di turno. Perché non cassare il concetto eliminando così il mendace dislivello sul baratro delle pulsioni??? Non è che, tutto sommato, a molte faccia ancora comodo predicare bene e razzolare male, magari nascondendosi dietro quell’obsoleto perbenismo vittoriano di facciata prontamente rinnegato alla bisogna??? Lo chiamano “salto della quaglia”, prendiamone atto, il poetico: “al cuor non si comanda”, si è trasformato in un prosaico: “quando gli ormoni fanno l’appello è d’uopo alzarsi e rispondere”.

Tullio Antimo da Scruovolo

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Quando il sesso diventa clausola sindacale…

 

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Procopio e Adalgisa sono sposati da 25anni, un dignitoso galleggiare sulla monotonia, per opporre resistenza all’oblio dei sensi e arginare la crudeltà anagrafica, hanno tacitamente concordato di fare sesso ogni sabato pomeriggio, niente lavoro e figli fuori casa. Location standard, camera da letto, serranda a metà, posizione del missionario sotto le lenzuola per rimembrare pudori adolescenziali. Procopio procede in un meccanico andirivieni tenendo la fronte sul cuscino, ha la mente impegnata nell’individuare sei numeri potenzialmente vincenti da giocare al superenalotto, Adalgisa fissa il soffitto notando piccole scrostature, accidenti, è di nuovo ora di imbiancarlo. Dopo circa tre minuti decide di sensibilizzare il marito infliggendogli una feroce botta di libidine: “Procò… sbrigati a venire che devo andare a girare i ceci”…

Il sesso è come la pecunia, priorità assoluta quando scarseggia ma ove abbondi diviene facezia, per alcuni è una mensa aziendale, sfama il minimo indispensabile senza mandare in delirio palato, panza e valori sentinelle della salute , un file temporaneo non degno di essere salvato. Nel momento in cui l’umanità si desterà dal fuorviante torpore sottoscriverà, senza remore né tentennamenti, la ricollocazione del sesso nella sua dimensione reale, un giro di boa che indurrà tantissimi a cambiare registro.

I remi che conducono in darsena la barca dell’accoppiamento sono di variegata foggia, una compilation di motivazioni ormai note anche ai più cristallini, per brevità espressiva e pigrizia analitica sono state raggruppate in quattro macro direttrici: 1) il sesso nobilitato dai sentimenti, 2) il sesso fine a se stesso, 3) il sesso investimento (dal mercimonio al mantenimento passando per carriere, regalie, contratti, elargizioni, favori e tutto il cucuzzaro della “genital-economy”), 4) il sesso strumento di ritorsione e/o gratificazione (vendetta, ripicca, competizione, invidia, rinvigorimento dell’autostima, vanità, egocentrismo e avanti tutta saltellando dalle molle al lattice). Nulla da eccepire ma ci vediamo costretti, nostro malgrado, a rilevare una madornale omissione, l’elenco è monco, incompleto, gli autori non hanno avuto l’ardire di includere il movente più diffuso in assoluto: 5) il sesso praticato per “obblighi sindacali”.

Ipotizzando che ogni giorno nel mondo vengano consumate un miliardo di copule (indicativamente), non sarebbe affatto inverosimile affermare che gran parte di queste siano dovute al punto “5”. Il “sesso sindacale” è una forca caudina che tende ad assoggettare i soggetti, maschi e femmine, impelagati in relazioni stabili, restyling dell’ormai obsoleto “dovere coniugale”. Nei “menage quaresima” capita, inevitabilmente e più di quanto si pensi, di dover immergersi nella accondiscendenza sessuale, non che la cosa corrisponda esattamente a un cilicio ma potrebbe divenir tale qualora si ripetesse pedissequamente solcando il confine della amorevole accettazione. Lanciamo una ciambella di salvataggio rispolverando un vecchio detto popolare ma ever green: “mangiare, bere, chiacchierare e scopare… basta incominciare”.

Se interpretato, vissuto positivamente, il “sesso sindacale” diventa una giostrina per bambini, poco esaltante farsi un giro ma l’importante è che il/la pupo/a la smetta di scartavetrare il cervello con lagne e musi lunghi. Quando assume tinte e toni di una via crucis sono “bitter cocks”, in tutti i sensi, non solo in quello metaforico. Una problematica discriminante, alle femmine è sufficiente ripassare le vocali ad alta voce, ai maschi, quando “Geppetto” fa lo gnorri, non basta tutto l’alfabeto, con tanto di j, x e y annesse. E’ qui che la storia si fa acida, le sceneggiature d’emergenza giungono in soccorso e l’alcova si popola di aitanti stalloni e avvenenti donzelle, quelli/e con la coscienza appesantita da extra budget sono agevolati/e. Dovessero materializzarsi le fantasie rincorse durante il “sesso sindacale”… ogni coito si trasformerebbe in seduta orgiastica.

Si consiglia di non ascoltare consigli nè adottare controproducenti tecniche comportamentali per sottrarsi al “sesso sindacale”, procrastinandolo a oltranza si innescano pericolose reazioni a catena, negarsi aumenta esponenzialmente l’altrui desiderio fino alla esasperazione. Il “sesso sindacale” è altresì un efficace rilevatore di fedeltà/infedeltà, le repentine oscillazioni (quando subisce cadute verticali oppure viene concesso con insperata nonchalance) addrizzano anche le antenne.

Non che mi diverta a demolire luoghi comuni (bugia) ma tant’è, la gag dell’uomo in costante Priapismo e della donna in perenne emicrania pare sia una verità parziale,  inoltrandosi negli “anta” il calo di desiderio maschile entra in contrasto con  l’impennarsi di quello femminile. Da ciò si evince una inversione di tendenza, raggiunta una certa età il “sesso sindacale” diventa “patata” bollente per gli ometti in avvilente disarmo. Il celeberrimo, prosaico: “Antò… fa caldo”, viene sostituito da un altrettanto prosaico: “Filomè… damme tregua”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Tesorinoooooo… hai stirato le camicie???

A young woman swamped under a pile of ironing.

Le coppie che condividono lo stesso tetto, di fatto o contrattualizzate che siano, hanno in comune un pomo della discordia, una spada di Damocle inclusa nel “pacchetto menage”: la camicia stirata. Un oggetto del contendere causa di litigi, mugugni, scatti di ira, mortificazioni, frustrazioni, musi lunghi, serate saltate, emicranie da rivalsa e coiti procrastinati. LEI: “lo fa apposta per farmi incazzare, su cento camicie ne ho stirate novantanove e lui si presenta a torso nudo per chiedermi ansioso dove abbia messo la centesima”. LUI: “lo fa apposta per farmi incazzare, è una strega dotata di poteri paranormali, fra tutte le camicie che ho riesce sempre a non stirare proprio quella che intendo indossare”. Non illudetevi di risolvere l’onnipresente diatriba ingaggiando una colf versione “Miss Vaporella Easy”, potrebbe anche stirarle tutte ma quella desiderata risulterebbe, sempre e comunque, l’unica con il colletto schiacciato in quanto posizionata sotto tutte le altre impilate a grattacielo. Sì, esiste una legge di Murphy anche sulle camicie.

Non ci sono alternative ipotizzabili, per risolvere il problema la “Regina” della casa si produce, immantinente, in una estemporanea “prova d’amore” stirando la centesima “in diretta”, sorridente e felice, senza cedere alla tentazione di elaborare biografie poco lusinghiere sulla suocera ed eventuali ex. Loro sì infallibili nel pescare la camicia giusta, anche ad occhi chiusi, immergendo semplicemente la mano nel mucchio. Alle donzelle che in questo momento provano l’irrefrenabile impulso di mandarmi in gita nel posto più affollato del mondo, suggerirei di considerare la citata “prova d’amore” come un investimento sulla propria immagine. Niente al mondo valorizza/denigra una “donna-moglie-compagna” più della camicia indossata dall’uomo di casa. Rifletteteci, se un collega si presenta in ufficio con una camicia mal stirata, addirittura ciancicata, chi va sotto accusa??? Chi diventa bersaglio di perfide critiche e taglienti malelingue???

La camicia è un indumento con peculiarità uniche, lancia messaggi palesi e subliminali. Presente in ogni look, dal casual al classico, dallo smandrappato allo smoking, ce l’hanno poveri e ricchi, fino a pochi anni addietro la si indossava anche per svolgere i lavori più umili. Oggetto che ha creato espressioni popolari, nascere con la camicia significa essere fortunati, rimboccarsi le maniche della camicia vuol dire essere operosi, i sodalizi duraturi vengono definiti: culo e camicia. Forse non tutti sanno che la camicia da uomo è il capo più odiato dagli stilisti, complicato da innovare e proporre, pure da regalare, non esiste griffe o brand al mondo che non abbia toppato una collezione di camicie. Difficile da indossare, visto il suo accrescere o ridurre il tasso qualitativo degli outfit che la comprendono. La camicia sta agli uomini come i tacchi stanno alle donne, la poca confidenza impaccia, rende goffi, penalizza la disinvoltura.

Questa seconda pelle che ci copre il busto ha poteri ignorati dai più. La camicia verbalizza stati umorali, amor proprio, sessualità, personalità, carattere, chiavi di lettura esistenziali, tendenze, comunica al resto del mondo, spesso involontariamente, il proprio universo interiore, lancia una infinità di messaggi. Gli uomini tendono a sottovalutarne gli aspetti erotizzanti, la camicia è l’indumento maschile leader indiscusso nell’immaginario fetish delle donne, una delle fantasie femminili più ricorrenti consiste proprio nell’esser posseduta da un uomo che indossi solo la camicia, non generalizziamo, esiste una mirata tipologia di maschio che stimola questo desiderio. Per capire il perché è sufficiente elaborare alcune concezioni Freudiane, nelle famiglie tradizionali la prima camicia che si imparava a stirare era quella del padre, una mansione responsabilizzante che elevava al rango di “donna” e creava un contatto intimo, seppur indiretto, con la figura paterna. Sul desiderio di annodare la cravatta al papà e poi sistemargli il colletto della camicia si potrebbe scrivere un interminabile trattato… territorio marcato e coscienza ipotecata!

E’ doveroso ricordare l’aspetto ecologico, per “realizzare” una camicia di cotone occorrono, tra le altre cose, circa 7.000 (SETTEMILA) litri di acqua, quindi, esimie lettrici, quando stirate le camicie del vostro uomo, fatelo veramente con amore perché avete tra le mani un bene prezioso che custodisce inimmaginabili segreti. Piccolo suggerimento alle neofite della convivenza, è un capo rivelatore di tradimenti, niente è in grado di raccogliere e mantenere prove visive e olfattive come una camicia, se poi volete “punire” il fedifrago con una vendetta capace di gettarlo nello sconforto più totale, tagliuzzategli (come un distruggi documenti) la camicia preferita, quella alla quale è più legato, una evirazione psicologica che lascia tracce indelebili. Se preferite una ritorsione più subdola ma ugualmente efficace, bruciategliela col ferro da stiro e fatevi trovare il lacrime al suo ritorno, si incazzerà lo stesso ma metabolizzerà meglio e prima l’attacco di odio.

Tullio Antimo da Scruovolo

La verginità…

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La “gestione” della verginità è un termometro sociale, uno specchio dei tempi, un indicatore delle tendenze, non è un azzardo definirla una affidabile vetrina dei costumi. Fino a mezzo secolo fa l’imene intatto era parte integrante, fondamentale della dote, indispensabile, come le lenzuola di lino ricamate a mano e il mobilio di qualità. Maritarsi vergine era una “conditio sine qua non”, le sciagurate che concedevano la “prova d’amore” prima di presentarsi davanti al prete venivano, quasi sempre, abbandonate senza clemenza (ciula ciula, ciao ciao). Fenomeno diffuso nelle realtà rurali era “la fuitina”, dichiarazione pubblica della avvenuta deflorazione finalizzata a un matrimonio riparatore, la salvaguardia dell’onore annientava le ostilità del “parentame”. Poi è arrivata la svolta…

A cavallo tra gli anni sessanta e settanta fummo travolti da un micidiale tornado (accoppiata ’68 & femminismo) che spazzò via ogni vincolo morale, il primo “valore” a capitolare fu proprio la verginità, molte ragazze iniziarono a considerarla un fastidio, un limite, una prigionia, una frustrazione. In quel periodo esplose una “moda” che rese felice l’universo maschile, le adolescenti la davano lucidamente al primo ragazzo papabile solo per liberarsene e quindi erigersi a rango di “Donna evoluta”. Nel decennio successivo le nostre case furono invase dalle tv commerciali, altrimenti dette “private”, realtà imprenditoriali con disponibilità economiche limitate che diedero vita alla “fabbrica dei sogni (tutt’ora in auge su scala nazionale)”, la valorizzazione a basso costo della “ragazza della porta accanto”. Qualsiasi sciacquetta presentabile poteva ambire ad apparire in televisione, programmino casalingo, spot pubblicitari locali, concorsini di bellezza, televenditume, vallettame e balletteria varia. Siccome le malelingue asserivano che per essere scritturate e diventare una “diva del quartiere”, fosse obbligatorio sostenere i provini in posizione orizzontale, le ragazze vergini si adoperarono per non dover subire deprimenti discriminazioni.

Oggi viviamo nell’era della “scopata” interpretata come forma di comunicazione, aggregazione, sperimentazione, bisogno fisiologico, crescita, maturazione, molto in voga tra i giovani la figura del/della “trombamico/a”, massima espressione del “sesso senza amore”. E’ notorio, ciò che fa veramente tendenza è l’andare contro tendenza… negli ultimi anni ha preso ad allungarsi la fila delle figliole che vogliono mantenere e dichiarare liberamente la propria verginità, magari custodirla gelosamente per donarla al maschietto capace di “scardinare” prima il cuore. Un rigurgito “sentimental chic” molto apprezzato da sociologi e genitori.

Salendo anagraficamente… una donna non più giovincella con un certo vissuto alle spalle, non è sicuramente vergine, qualora dovesse innamorarsi perdutamente di uomo, quali pietre miliari potrebbe scolpire per sancire storicamente il proprio sentimento??? Semplice, donare le “verginità” alternative, quelle mai concesse prima (fellatio completa e/o lato “B”). A questo punto la situazione si ingarbuglia. Per una Donna che vive serenamente e giustamente varie relazioni nel suo percorso di vita, ha più senso donare tutte le “verginità” a un solo uomo, oppure mantenere qualcosa di intatto per un ipotetico futuro “principe azzurro” sempre presente nelle speranze e nei sogni??? Difficile stabilirlo ma questo è un forte punto di incontro, se per una donna è importante rendere tangibile il proprio coinvolgimento concedendo una “verginità”, per un uomo lo è altrettanto coglierla. La questione è più psicologica che fisica, per entrambi. Una donna che a 40anni incontra, finalmente, l’uomo della vita, se non ha niente di “nuovo” da offrirgli diviene preda di rimorsi??? Un uomo che si “imbarca” di una donna già “collaudata” in ogni anfratto, vive la cosa come una amara lacuna??? Il concetto: “quando c’è amore certe cose passano in secondo piano” non mi ha mai convinto, se la congiunzione carnale fosse, per ipotesi, veramente espressione d’amore, le “esclusive” apporterebbero un grande valore aggiunto. Questo è un capoverso che “teorizza”, mi pare ovvio ma è meglio ribadirlo.

Sono contrario alla verginità prematrimoniale, il sesso è troppo importante per essere vissuto come un “gratta e vinci”, penso sia giusto, opportuno “testarsi” prima di convolare a nozze, quando questa veniva imposta dalla società e dalla religione, molte donne si sono ritrovate a vivere enormi disagi per tutta la vita. In alcune aree geografiche non sono ancora state dissotterrate becere scorie culturali, molte mogli danno all’amante ciò che negano al marito, per contro, molti mariti chiedono all’amante (spesso alle puttane) pratiche considerate tabù all’interno del matrimonio. Nessuno si porta nella tomba “fascicoli inevasi” ma l’importante è che l’altro/a lo creda.

Tullio Antimo da Scruovolo

The wedding planner…

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Da anni ho ridotto al minimo sindacale la mia partecipazione ai matrimoni, assistere impotente al debello della libertà mi provoca angoscia, anche se credo sia un’esperienza che dovrebbero vivere tutti, tifo per i matrimoni/contratto a tempo determinato. Dieci anni di vita coniugale, diciamo dai 30 ai 40, vissuti full immersion (oppure all inclusive) in tutte le opzioni che il “viaggio di coppia” offre, poi, come prestabilito, separazione e divorzio consensuale con tanto di firme tra un sorriso e l’altro. Mettiamoci pure una cordialissima stretta di mano con allegati bacetti sulle guance, senza strascichi destabilizzanti, guerre legali e nemmeno appropriazioni più o meno indebite di figli, cose, soldi, amicizie e frequentazioni.

Torniamo all’oggetto del contendere, organizzare le nozze è uno stress che produce insopportabili ansie (ma da quando?), troppe cose da ricordare, programmare, gestire, controllare, si rischia di giungere al momento fatidico con la stessa verve che ha un minatore dopo 18 ore passate a 1.500 metri di profondità. Ma ecco che finalmente una nuova figura professionale si staglia all’orizzonte: “the wedding planner”, pensa lui a tutto, dal più piccolo dettaglio al catering, dai fiori all’automobile d’epoca, dal vestito al make-up, dal gazebo alle damigelle, dalla lista nozze alla luna di miele, dalle fedi al bouquet, dall’addio al celibato all’addio al nubilato. Poiché il “wedding planner” offre un servizio “chiavi in mano”, si consiglia di sceglierne uno gay, tanto per evitare eccessi di zelo (quel “chiavi in mano” è ambiguo e lo “Ius primae noctis” della vigilia è tentatore).

Per diventare un/a perfetto/a “wedding planner” è sufficiente fare un corso/seminario di due giorni, al momento dell’iscrizione urge “tossire” qualche centinaio di Euro ma il “ritorno” è pressoché garantito. L’insegnamento prevede anche lezioni di “business plan” e “at work”, affiancamento pratico sul campo. Questo “consulente” lucra, credo/penso/deduco/ipotizzo, su tutto ciò che necessita per la buona riuscita del memorabile evento, non incassa solo la parcella dagli sposini, è presumibile che introiti royalty elargite da commercianti, artigiani e imprese coinvolte a vario titolo. Un po’ come la “shopping planner” (altro innovativo ruolo al servizio del consumismo) che accompagna le mogli dei nuovi ricchi Russi, Cinesi, ecc. ecc. nelle boutique con le quali ha pattuito laute provvigioni.  Quale società di catering o ristorante non pagherebbe la “stecca” per accaparrarsi un redditizio pranzo/buffet di nozze??? Lo stesso dicasi per fiorai, gioiellieri, negozi di liste nozze, alberghi, sarti e via andando fino al noleggio auto con relativo chauffeur e compagnia di musicanti. Sia chiaro che è tutto legale, se c’è emissione di fattura e/o ricevuta, ovviamente.

Quando pagai pegno io non esisteva il “wedding planner”, tuttavia ritengo che qualora fosse già stato su piazza, lo avrei evitato accuratamente, per due motivi specifici: 1) tutto quello che lui guadagna potrebbe trasformarsi in risparmio, 2) lo sbattimento organizzativo di un matrimonio è tappa fondamentale per capire e ben predisporsi nei confronti del nuovo corso da lì a venire. Un preludio, una avvisaglia, una proiezione quasi terapeutica, propedeutica, utile per testare quanto sia irto e pieno di rovi il sentiero che ci si accinge a intraprendere. Mi si perdoni il sarcasmo ma in questo caso è dovuto e voluto. I preparativi sono il modo migliore, in assoluto, per verificare quanto sia spaccapalle la futura moglie o menefreghista il futuro marito, delegare a terzi tali incombenze, fare gli struzzi, potrebbe rivelarsi errore irrimediabile.

Il “wedding planner” incarna l’ultimo, in ordine di tempo, escamotage finalizzato alla ottimizzazione prezzolata, una scuola di pensiero che mira ad avvilire l’efficienza domestica, la creatività da sogno, quel tocco che personalizza, quella originalità che dovrebbe contraddistinguere, il “WP” si muove plasmando servizi al budget stanziato. Vogliono mortificarci la capacità di ibridare tradizione e innovazione, vogliono “educarci”, “indottrinarci”, trasformando in necessità il superfluo attraverso la valorizzazione di opinabili tendenze. Che fine hanno fatto quegli album di fotografie col carillon e centinaia di pose simili immortalate davanti a verdi e fresche frasche??? Non esiste, non è mai esistito né esisterà mai una festa di nozze NON criticabile a livello organizzativo, a prescindere dal “wedding planner”, ergo, che senso ha buttare via quattrini quando niente e nessuno potrà addolcire le taglienti lingue del parentame inacidito da spese, trasferte e immancabili disagi??? “Il vino sa di tappo, gli affettati di frigo, questi ravioli sono scotti, la macedonia l’hanno fatta ieri, il bambino è capriccioso, le scarpe nuove mi fanno male, il perizoma mi si infila nel culo, le autoreggenti scendono… in questa chiesa non c’è un fiato d’aria…”.

Volete proprio sposarvi??? Fatelo in jeans e sneakers alla presenza dei soli testimoni, se siete credenti imbucatevi in una sperduta chiesetta di montagna con un prete rubizzo avvezzo a calarsi qualche bianchetto pre-funzione, con solo quattro astanti la predica si riduce alla radice quadrata, sermone minimalista dovuto anche al fatto che se ha bevuto avrà sicuramente impellente bisogno di mingere. Fottetevene dei regali, è un investimento in perdita che vi vincola a farne vita natural durante, niente doni ricevuti niente doni da ricambiare, se poi non vi invitano… tanto meglio, i matrimoni mettono una tristezza infinita, con buona pace del “wedding planner” isterico con tanto di giacca Rosa Schiapparelli e occhialini bluette. “W GLI SPOSI, sì ma… il limoncello quando lo servono??? ‘Na cosa fresca mi ci vorrebbe proprio”.

Tullio Antimo da Scruovolo