La “prova regina”…

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Non ci fossero di mezzo cinque vite (un bambino, due ragazzine e due giovani donne) spente da una follia incubata nella più banale e monotona normalità sociale, si potrebbe scrivere un best seller alla Dan Brown. La mattanza che ha ucciso Samuele Lorenzi, Meredith Kercher, Chiara Poggi, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, pare esser figlia di una sola malvagia entità che ha armato e guidato la mano dei cinque carnefici. Eclatanti fatti di sangue molto diversi e geograficamente distanti tra loro ma con una impressionante sequela di punti in comune: 1) non esistono rei confessi, 2) in tre casi le sentenze sono state ribaltate e tutto lascia pensare che ciò avvenga anche per gli altri due, 3) i RIS non sono riusciti a cavare un ragno dal buco, 4) i delitti sono avvenuti tutti in realtà provinciali, particolare non di poco conto, 5) in nessun caso sono state vincenti le due “micidiali” armi in dotazione agli inquirenti Italiani: intercettazione e delazione, 6) in nessuno dei casi si è giunti alla individuazione certa del movente, 7) tutte le sentenze fin qui emesse sono zavorrate da un forte condizionamento mediatico e popolare, 8) nonostante l’efferatezza degli omicidi, le indagini sono state sempre condotte in modo approssimativo, pressappochista e con clamorose sviste e/o omissioni. Non trascuriamo le squallide sbronze da “sangue-auditel” senza precedenti delle reti tv, un laido gozzoviglio, come se i luoghi di morte fossero lupanari, altrettanto penosa l’esplosione del “turismo macabro” di massa. Quando era in auge Avetrana si è provveduto a organizzare pullman charter per “ammirare” la casa dei Misseri, possibilmente davanti alle telecamere collegate, così, tanto per salutare con la manina amici e parenti. Facciamocene una ragione, l’Italia è anche questa.

Dalle considerazioni che non vorremmo mai essere costretti a fare emerge un’altra verità da pelle d’oca, chiunque… casalinghe, studenti, manovali o contadini, “Fantozzi” qualsiasi incensurati e totalmente fuori dalle logiche criminali, possono commettere un omicidio e gabbare la macchina investigativa/giudiziaria. L’unico caso passato in giudicato è quello della Franzoni, serenamente a casa dopo solo sei anni. Per farla franca è sufficiente seguire un protocollo ormai standardizzato: non lasciare tracce-firma, evitare di confidarsi con terzi, non fuggire, assumere un atteggiamento da “Signor nessuno” (niente arroganza né eccessivo vittimismo),  sfruttare la risonanza mediatica per proclamare la propria innocenza, meglio se sul luogo del delitto come fosse un set per fiction. Tutto il resto lo fanno l’inefficienza della giustizia e i giornalisti, particolarmente bravi nel dividere il popolo tra innocentisti e colpevolisti insinuando dubbi/scoop in quantità industriale. Conquistare una significativa quota di innocentisti aiuta, il miglior avvocato difensore si chiama “vox populi”.

Nel nostro Paese manca una struttura come la FBI, una cellula investigativa capace di reclutare potenziali agenti da addestrare in modo adeguato dopo rigidissime selezioni, non solo, dovrebbe avere anche il potere di avocazione nel caso in cui si ritenesse inadeguato l’operato della procura competente, come accade negli USA e in alcuni Paesi Europei. Si dovesse giungere, per qualsivoglia cavillo, a una NON colpevolezza di Massimo Bossetti, ci ritroveremmo di fronte a un fallimento giudiziario di portata epocale, nonostante anni di indagini e mezza bergamasca sottoposta al test del DNA. Inaudito apprendere che l’ipotesi di una fecondazione extraconiugale sia stata ventilata da un tecnico di laboratorio, non dall’ufficio preposto alle indagini.

Veniamo al vero plot del post… L’arresto di Bossetti ha dato vita a un vortice di comunicati interpretabili e notizie mal gestite affiancate a quelle inventate di sana pianta, non sta a me stabilire se il muratore sia colpevole o innocente ma ho la sensazione che la tanto sbandierata “prova regina”, si stia trasformando in “prova cortigiana”, vedremo quanto peserà nella fase dibattimentale. Su una cosa ci hanno erudito magistralmente, la prova del DNA non è bibbia giuridica e/o comunque, nel caso lo diventasse, si aprirebbero agghiaccianti scenari sul panorama delinquenziale, galeotta una dichiarazione dell’indagato: “non so come sia capitato il mio DNA sul corpo di Yara”. Ci troviamo di fronte alla involontaria teorizzazione del delitto perfetto, quando ho sentito questa affermazione mi è venuta in mente la paternità estorta a Boris Becker con una fellatio. Non è assolutamente complicato impossessarsi dell’altrui DNA, dello sperma in particolare (basterebbe la complicità di una donna), spargerlo sulla vittima e poi agevolare indagini e sospetti verso il “colpevole” designato. I giudici giudicanti si troveranno di fronte a un bivio rischiosissimo. Qualora il muratore venisse condannato sulla sola base del DNA, si creerebbe un pesante precedente, non è fantasia cinematografica immaginare innocenti sprovveduti all’ergastolo e machiavellici assassini in assoluta libertà.

Tullio Antimo da Scruovolo

Arte e cultura sfruttano il corpo delle donne…

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Da illo tempore un gasteropode divide con una viscida striscia di bava l’avvenenza dalla intelligenza, oggetto del contendere quell’assemblaggio di particolarità fisiche denominato “donna”, non sempre corroborato da neuroni Stakanovisti ansiosi di palesarsi. La bellicosa disputa si consuma solo ed esclusivamente nelle pink-room, un uomo non si pone minimamente il problema in quanto ritiene ovvio l’emergere del cervello, qualora esista. Ciò che si pretende, capziosamente, è che i maschi abbiano la capacità di individuare il QI di una femmina osservandone le fattezze. Potrà mai un uomo “normale” interrogarsi sulle conoscenze scientifiche e filosofiche di una Barbie che deambula, sculettando ammiccante, su vertiginosi tacchi indossando una mini inguinale e una scollatura ombelicale??? Falsa icona del “bella e oca meglio che intelligente” è stata Sandra Milo, una scelta comportamentale meditata, sicuramente anche sofferta ma mantenuta per decenni, difficile credere appartenga a questo target. Le bonazze si scopano e si scaricano, lei è stata l’amante/confidente per tantissimi anni di uomini come Bettino Craxi e Federico Fellini, anche loro erano babbei pronti a sbarellare davanti a una “gallina”???

“Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo è una “opera feroce” intrecciata con corde contraddittorie e la negazione storico/culturale della mediaticità contemporanea. La giornalista si è avventurata in una improbabile, puerile e grottesca crociata anti Ricci, alias anti Mediaset, alias anti Arcore. Peccato lo abbia fatto sponsorizzata da “Repubblica”, un fronte editoriale uso riempire i propri magazine con donne nude e il sito web con video hard. Qualcuno dica alla Zanardo che per cingersi la vita con il laticlavio e assumere atteggiamenti ieratici credibili occorrono presupposti a lei sconosciuti. Far passare come “corpi sfruttati” veline e ragazze fast food significa insultare le SCHIAVE VERE costrette a subire tremende angherie, a volte pure la morte, da parte di aguzzini senza scrupoli. Lo sfruttamento del corpo delle donne, quello negativo, non è un caposaldo del mondo dello spettacolo e della comunicazione, tutt’altro, di tali universi e di quello culturale pare ne sia addirittura linfa vitale.

Recentemente l’ottuagenario attore Lino Banfi ha rilasciato una dichiarazione “pesante” volutamente ignorata dai media obnubilati dall’olezzo moralista: “la commedia pecoreccia e godereccia degli anni 70/80 riempiva le sale cinematografiche producendo incassi notevoli, introiti che hanno dato ai produttori mezzi per realizzare film d’autore, impegnati e di denuncia”. Qui emerge una verità inquietante ma inconfutabile, la cinematografia “culturale”, “artistica”, “sociale” e di “qualità” realizzata in quegli anni, deve la luce alla coscia lunga di Edwige Fenech, al culo di Nadia Cassini, alle mammelle di Carmen Russo e al pelo pubico di tante “sgallettate”. Questo “due sponde con effetto a tenere” è tangibile anche in altri settori.

Molti grandi editori hanno “linee da cassa” nella penombra del redditizio “eros e thanatos”, rotocalchi piccanti e cliccatissimi siti hot. L’ultimo evento letterario Italiano degno di menzione a livello cifre (3.000.000 di copie vendute) è stato: “Cento colpi di spazzola…”, pruriginoso diario in salsa porno di una minorenne lanciatasi anzitempo nel vortice del sesso trasgressivo. Ampliando il raggio oltre confine è doveroso citare: “Cinquanta sfumature di…”, circa sei milioni di volumi piazzati per diffondere una tendenza sessuale controtendenza, il rapporto “Padrone-cagna”, apoteosi della riduzione a “oggetto” della donna. Lascia perplessi apprendere che il grosso della utenza sia di sesso femminile, repentina e affascinante inversione di rotta, agguerrite femministe di giorno in pubblico e cagne che anelano un Padrone da servire e riverire nella intimità della notte, lunare e lunatica alta marea delle pulsioni inconfessabili.

Si persevera diabolicamente nel far passare per vero un dettame artefatto: “gli uomini giudicano le donne in base all’aspetto esteriore”, non è assolutamente vero, sono le donne attraenti a impalcare esistenza e socialità sulla propria estetica. Il: “vorrei essere apprezzata per la mia intelligenza e non per la mia bellezza”, è un florilegio mendace annoverato tra i “classici”, nessuna donna accetterebbe di imbruttirsi per incrementare e trasformare in punto di forza la propria intelligenza, per contro, moltissime intelligenti bruttarelle baratterebbero volentieri pezzi di cervello per un corpo da copertina. Il canovaccio scritto negli ultimi decenni ripropone, replica pedissequamente, l’esiziale lasco tracciato da alcune manipolatrici della realtà, scaricare sugli uomini problematiche prettamente femminili… alibi antidepressivo??? Retorica femminista??? Posizione di comodo??? Uscita di sicurezza??? Verticalizzazione del diagonalismo???

Se il corpo delle donne è servito per diffondere cultura e arte… ripescate le allegre ed “estroverse” figliole, è sufficiente analizzare alcuni trend evolutivi per comprendere il funzionamento degli ingranaggi, il “pretino” Fabio Fazio ha iniziato come imitatore/cabarettista, la Littizzetto interpretando la borgatara “minchia Sabry”, il compianto Faletti per scalare l’olimpo degli Autori è partito dal campo base Vito Catozzo. Non dimentichiamoci che la “folgorata” Claudia Koll, la bravina Caprioglio e la rilanciata Sandrelli devono molto, se non tutto, all’odiato maschilista Tinto Brass. Chiudo con un quesito Amletico, esistenziale (si fa per dire): “prima di autodefinirsi una “grande” intellettuale di sinistra, cosa faceva Alba Parietti???”

Tullio Antimo da Scruovolo

Siamo noi a ballare coi lupi, quelli famelici…

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Non sono una star Hollywoodiana  ma, qualora lo fossi, dubito che mi sputtanerei interpretando il ruolo del deficiente in uno spot pubblicitario, a prescindere dal compenso. Dopo lo sciroccato Banderas che flirta con una gallina è arrivato Kevin Costner, uomo di mondo, scafato, vissuto, uno che la sa lunga, talmente lunga che in un posto da favola, con un mare da favola in cui si pesca pesce da favola… mangia tonno in scatola e insalatine di mare industrialmente prodotte. Prima o poi vedremo Bruce Willis entrare in una celeberrima “enoteca tempio” per ordinare un calice di Tavernello.

Gli spot realizzati dalle agenzie che gestiscono i cospicui budget delle multinazionali nascono da approfonditi studi ed elaborate ricerche, il creativo estroso, fricchettone, stralunato, flashato da eclatanti e geniali intuizioni si è estinto. Dietro una campagna pubblicitaria moderna ci sono sociologi, psicologi, esperti della comunicazione, strateghi del marketing, maghi della tecnologia, analisti  e fighetti in carriera pieni di spocchia. Il tutto si traduce in una poco lusinghiera constatazione, “sparare” a tappeto uno spot idiota significa considerare idiota il mercato, cioè il consumatore finale, cioè noi.

Logica vorrebbe che Kevin Costner si trovasse tra prati e faggi, magari dopo una lunga camminata sentisse la nostalgia del mare (Waterworld), nostalgia lenita dal piacere di gustare una scatoletta di tonno. Sarebbe stato un video tutto sommato accettabile, invece no. Il subdolo intento è quello di convincere che il loro tonno in scatola sia talmente buono da dover essere preferito al pesce, neanche a dirlo, appena pescato nelle limpide acque che fanno da sfondo, ecco… solo un lobotomizzato potrebbe emulare una simile belinata. Lo staff creativo che razzola cogitabondo sul set ci costringe a dedurre, intuire, capire quale sia la stima riposta nei confronti del target destinatario del messaggio.

Non sono solo i pubblicitari a trattare il popolo come un immenso gregge di stupide pecore pronte a seguire ovunque il caprone col campanaccio, questa convinzione è radicata anche, dovrei dire soprattutto, nelle teste dei politici e dei manipolatori dell’informazione. La metafora del “tonno Kevin” è significativa e attinente, farlo passare come pasto ideale in quel contesto è quantomeno pretenzioso, oltre che grottesco. Politicanti e giornalisti fanno la stessa cosa, si adoperano per rendere assurdo l’ovvio e ovvio l’assurdo, mutuano dal carrozzone della reclame il comandamento base. Quando non posso dire: “la mia offerta è migliore”, denigro la concorrenza, in alternativa la rendo accattivante sconfinando nell’inverosimile.

Sfuggire al bombardamento politico, mediatico e pubblicitario è tecnicamente impossibile, sempre non si decida di staccare il cordone ombelicale dalla società rinchiudendosi, vita natural durante, in un eremo per sfamare corpo e mente con bacche e perpetue meditazioni. Tuttavia è possibile arginare, contenere, ridurre l’influenza del suddetto assedio. La panacea consiste nell’acquisire una giusta dose di disincanto, realismo, cruda razionalità. Lo start per giungere a un modus pensandi “difensivo/protettivo”, si snoda su una oggettiva valutazione dei tre fronti: 1) le multinazionali hanno un solo fine, per perseguirlo non lesinano mezzi discutibili, incrementare le vendite per aumentare gli utili, 2) quasi 70anni anni di Repubblica ci insegnano che i politici nostrani di sicuro non si alzano al mattino per il nostro bene, 3) in Italia non esiste la stampa indipendente, non c’è grande editore che non sia ammanicato con la politica.

Non per giocare in contropiede ma per ricordare che… tra generalizzare e analizzare tendenze/andazzi esistono differenze abissali, non tutti i pubblicitari realizzano spot ingannevoli ma spessissimo accade, non tutti i politici Italiani sono ladri ma il malcostume da sempre li contraddistingue, non tutti i giornalisti sono faziosi ma quelli che contano sì, dichiaratamente faziosi. Queste tre categorie che a vario titolo ci condizionano la vita, condividono due direttrici inamovibili: 1) ammaliarci trasformandosi in sirene di Omerica concezione, 2) considerarci coglioni involontari portatori di soldi, gloria e potere. Niente di più, niente di meno.

Nota di servizio: lo spot è stato girato sulla costiera Amalfitana, gli abitanti del luogo si sono ribellati perché il faro/abitazione è un tarocco, infatti è stato ricostruito al computer sopra una torre Saracena simbolo storico della località. Se veramente Kevin Costner andasse in vacanza da quelle parti, le donne del posto sgomiterebbero per portargli ogni giorno pesce freschissimo cucinato con maestria, altro che scatolette e insalatissime industriali. SO GOOD!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

i figli “polizza”…

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“DIN-DON”… nella lussuosa casa riecheggia il celestiale, dolce, suono del campanello dei ricchi (quello dei poveri emette un irritante e rauco gracchiare), Anacleto indossa la vestaglia di seta pura acquistata durante un soggiorno a Pechino e, con passo felpato, attraversa l’immenso salone pensando che la Filippina sia arrivata in anticipo. Apre sereno la porta e si trova di fronte tre donne in fila indiana, la prima è giovane, regge tra le braccia un pargoletto, sorridendo perfida dice: “ciao, ti ricordi di me? Sono Elena, questo è tuo figlio”, dietro di lei fa capolino una tracagnotta pettinata da Zefiro che col cipiglio della candidata suocera sentenzia: “stessi occhi… stesse mani…”. La terza apre il cappotto mostrando un camice bianco, professionalmente serafica: “sono la Dottoressa Carmilla, devo farle un prelievo per il test del DNA”…!!!

La querelle “Raffaella Fico/Mario Balotelli”, con allegata bimbetta somigliante sulle copertine dei rotocalchi, è l’ennesimo affluente che porta acqua al fiume gossipparo tracimante finta umanità da audience. Lui è un ragazzone con la testa calda e i piedi buoni, lei una ragazzotta con la testa bacata e un bel culo, accoppiata vincente, si fa per dire, sul ring il “frutto del peccato” che tra qualche anno si ritroverà, inevitabilmente, a domandarsi se sia più pirla il padre oppure più “opportunista” (eufemismo anti querela) la madre. Forse non tutti sanno che la Fico, una volta uscita dalla casa del Grande Fratello, non trovò modo migliore per comunicare al mondo il suo bisogno di “amore” se non quello di “offrire”, quando si dice l’ottimizzazione, la propria sbandierata verginità in cambio di una “simbolica” cifra, 1.000.000 di Euro (avrà la vagina poliglotta, dotata di porta USB, pacchetto office, studio casting e contabile incorporato).

Negli anni in cui gli Italiani viaggiavano sulla “Fiat 500”, quella con le portiere controvento, le ragazze madri erano costrette a subire una feroce emarginazione, i loro piccoli venivano classificati come “figli di padre ignoto” (sinonimo di bastardi). Donne forti capaci di sopportare ogni angheria sociale e famigliare custodendo in cuor loro, per tutta la vita, il segreto della paternità, sempre frutto di una “prova d’amore” estorta subdolamente. Nell’era dell’aborto legale, degli anticoncezionali e della informazione dilagante, alcune “ragazze madri” spopolano raccattando vana gloria e solidarietà ipocrita, non grazie alle conquiste progressiste bensì al business dei “figli polizza”. I padri o presunti tali si sono trasformati, senza volerlo, da segreto inviolabile a “peni distratti” da mettere alla gogna mediatica, ancor prima del parto. Il perché è disarmante nella sua essenza, non sono più manovali, contadini nullatenenti o militari di passaggio, NO, sono inseminatori ricchi, milionari, famosi. Balotelli è solo l’ultimo di una lunga serie.

Quando le forze dell’ordine scoprono, smascherano bordelli di lusso, tra i frequentatori gaudenti saltano sempre fuori alcuni calciatori, ovviamente la gente si domanda: “ma come… sono belli, sani, assediati da fica disponibile, eppure vanno a pagare le puttane???”, eccerto… si sollazzano nei postriboli per non rischiare di ritrovarsi padri incastrati. E’ tragicomica la macchiavellica trappola tesa al tennista Tedesco Boris Becker, divenuto padre di una bambina grazie a una fellatio praticatagli dalla guardarobiera di un ristorante, complice un medico che aspettava in auto con la dovuta attrezzatura, fecondazione assistita centrata al primo colpo. Neanche a dirlo il tribunale, pur dopo aver sgamato l’infame tranello, ha dichiarato la piccola SUA figlia con tutte le logiche economiche consequenziali.

Credo sia giusto tutelare in primis gli interessi dell’incolpevole figlio/a, tuttavia ritengo lo sia anche trovare un modo per arginare il fenomeno delle paternità carpite, sarà squallido e poco romantico ma arriverà il giorno in cui le trombate saranno precedute da firme apposte sotto dichiarazioni deresponsabilizzanti, ammesso che queste possano avere valore legale. La gravidanza “polizza” ha origini antiche ma negli ultimi decenni è diventata classista, colpisce solo i danarosi, quando muore un possidente gli eredi legittimi vivono nel terrore che spunti fuori qualche figlio seminato in giro a reclamare parti di patrimonio. Non è mai successo che qualche potenziale erede si sia fatto avanti, reclamando il riconoscimento, una volta scoperto di avere un padre biologico indebitato fino al collo e magari in testa alla black list di Equitalia.

I figli dovrebbero essere la sublimazione di un sentimento, di un progetto di vita, i figli sono la continuità del proprio passaggio terreno, il futuro. Come è possibile trasformarli in fonte di reddito??? La vendetta femminista, dalle “sedotte e abbandonate” siamo passati ai “sedotti e spennati”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il “maschicidio” è un reato minore…

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Zapping notturno, su “La7d” va in onda la replica di: “DONNE, vittime e carnefici”, trasmissione che in ogni puntata tratta un evento di “nera” che ha come protagonista una donna. Descrivo brevemente ma fedelmente il caso esaminato… Adele Mongelli è una donna di 50anni, sposata e madre di quattro figli in quel di Gioia del Colle (BA), per fisicità e look è molto appariscente, al punto da far invaghire un ragazzo di 28anni che la corteggia ostinato. Dopo alcuni mesi lei capitola e nasce una relazione clandestina che la porta ad innamorarsi perdutamente, al punto da prendere l’insana decisione di sfasciare la famiglia. Dopo soli due anni arriva l’ultima cena, il ragazzo va a casa di lei, mangiano una pizza e poi consumano un rapporto sessuale (non ho capito il perché ma la conduttrice ha sentito il bisogno di particolareggiare definendolo “molto carnale”), nei successivi momenti di rilassamento lui le confessa di essersi fidanzato con una coetanea, lei lo uccide, anzi, lo massacra letteralmente con ben TRENTOTTO coltellate, passa la notte a contemplare il suo operato e il mattino dopo scoppia il bubbone. La corte d’assise è clemente, concede le attenuanti generiche e NON tiene conto delle aggravanti (il movente passionale, il non aver chiamato subito i soccorsi e l’aver infierito sul cadavere in momenti diversi), 15 anni di carcere, la corte d’appello conferma la condanna. Per stessa ammissione dell’avvocato difensore, è praticamente certo che la donna venga presto mandata ai domiciliari, l’efferata uccisione di Giuseppe De Marinis, un giovane 30enne, vale pochissima galera.

Aspetti che lasciano sgomenti.

1)      Durante tutta la trasmissione la conduttrice, l’immancabile psicologa ospite in studio e due giornalisti (M/F) che hanno seguito il caso, non hanno fatto altro che arrampicarsi sugli specchi per tentare di sminuire al massimo, giustificare, l’omicidio perpetrato dalla Mongelli. Addirittura si è arrivati a dire che la donna, essendosi sposata a soli 17anni dopo la classica fuitina, nella sua vita non avesse mai conosciuto l’amore, il messaggio subliminale è questo: “in nome dell’amore un donna può comprensibilmente uccidere”

2)      La figura del giovane morto è passata in quarto/quinto piano, il giornalista, l’unico ad aver speso qualche parola, lo ha definito: “un bravo ragazzo, serio, senza macchia che lavorava sodo nell’azienda agricola di famiglia, purtroppo era rimasto attratto da una donna matura”, neanche la cosa fosse una colpa

3)      Come avrebbero trattato il caso se fosse stato un uomo sposato di 52anni a uccidere la giovane amante di 30? La risposta è semplice, standardizzata, si sarebbe parlato di: “un lurido porco che non voleva restituire la GIUSTA libertà a una povera giovincella che si era FINALMENTE destata dal torpore dei sensi”

4)      Nessuno si è calato nei panni del Signore e della Signora De Marinis, genitori che si sono ritrovati il figlio fatto a pezzi da una donna che avrebbe potuto essere sua madre, una donna incapace di controllare pulsioni e gelosia che mai pagherà in modo adeguato per ciò che ha commesso.

Giuseppe De Marinis NON era un violento, NON era uno stalker, NON era un “cacciafiche” incallito, era un normalissimo ragazzo turbato dal fascino e dalla avvenenza di una donna in età. Un ragazzo che è morto ammazzato solo perché rinsavito dal pressante bisogno di tornare alla normalità. Ma quale futuro si aspetta una 50enne che si relaziona con un 28enne???

Non mi interessa dare vita a squallidi conteggi, da questo fattaccio emerge prepotente, ancora una volta, quella stortura sociale interpretativa che certo non aiuta a contrastare in modo adeguato pericolose tendenze, siano esse di natura femminile o maschile. E’ sbagliato definire “amore estremizzato” le nefandezze femminili e “maschilismo bastardo” quelle maschili, non è partendo da questa classificazione che si giunge alla riduzione/eliminazione dei reati connessi ai rapporti di coppia. Trasmissioni come quella sopracitata hanno uno scopo ben preciso, mirato, pianificato, far passare per vittime le donne, anche quando si trasformano in carnefici, pericolosissimo insegnamento. Sarebbe allucinante constatare la volontà di rispondere al “femminicidio” incentivando il “maschicidio”.

Anche uscendo dai fatti di sangue… basti pensare all’incesto, quello padre/figlia è SEMPRE vissuto come espressione di violenza, quello madre/figlio è SEMPRE vissuto come una forma esasperata di amore, i danni permanenti subiti da un ragazzo concupito dalla madre non sono più blandi di quelli inflitti da un padre laido alla figlia. La sensazione è che si voglia ibridare il maschilismo alla galanteria retrò strumentalizzandone l’effetto, la donna ha sempre il paracadute della fragilità e dei sentimenti, l’uomo NO. Anche in situazioni che non creano disastri irreversibili, se un uomo confessa pubblicamente di aver sfregiato l’automobile della sua compagna perché tradito, viene sommerso da fischi e insulti, se invece è una donna ad ammettere di aver fatto la stessa cosa, scrosciano liberatori applausi femminili, una donna che colpisce gli uomini è una sorta di vendicatrice/giustiziera, a prescindere.

I comandamenti base del neofemminismo (espressi più volte anche da autorevoli opinioniste) sono i seguenti: 1) anche le “povere” escort che incassano 30mila ero al mese (esentasse e senza sfruttatore) si prostituiscono per colpa degli uomini, 2) se una moglie tradisce la colpa è sempre del marito, invece i mariti tradiscono solo perché sono dei maiali, 3) una donna ha il diritto di vestirsi come gli pare e andare dove gli pare all’ora che gli pare, nessuno parli di “provocazione” (quando mia figlia era adolescente le ho insegnato la differenza che corre tra ciò che è opportuno e ciò che è inopportuno, forse sarò stato un padre all’antica ma ancora oggi vivo nella convinzione che prevenire sia meglio che curare), 4) non esistono donne porche, troie o roba simile, NO, esistono donne deboli che per amore si lasciano trascinare in luridi vortici da uomini depravati, 5) un uomo che cerca di trombarsi la moglie di un amico è un “pezzo di merda”, una donna che seduce il marito di un’amica “risponde a inequivocabili appelli lanciati da un cuore incompreso/ferito”, 6) una donna che in un locale mostra a tutti di non indossare le mutande “gioca col proprio corpo”, un uomo che entra in un pub con l’uccello di fuori è considerato, direi giustamente, un manico sessuale, 7) è cosa giusta, doverosa, civile organizzare manifestazioni contro il bunga-bunga ma è altrettanto giusto, doveroso, civile (secondo loro) tacere di fronte alla Cassazione che toglie il carcere preventivo agli stupratori di gruppo, 8) “DONNE vittime e carnefici”, ci ha detto (il plot è questo): “se c’è di mezzo l’amore, uccidere un uomo non è reato grave”.

Sarebbero queste le armi con le quali si vuole combattere il femminicidio e la violenza sulle donne??? Sarebbero questi i valori da insegnare alle nuove generazioni??? Sarebbero questi i nuovi dettami del rispetto nei confronti della vita propria e di quella altrui???

Tullio Antimo da Scruovolo