che mestiere fai? faccio l’antipatico…

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Di fronte a un simile scempio vorremmo tutti essere affetti da prosopagnosia, siamo nell’era dello Sgarbismo 2.0, la povertà endemica, un lungo zembo che mira al localismo espressivo fatto contrasto emozionale per inerpicarsi sui sentieri dell’antinomica concettuale. I simulacri dell’antipatia godono di trascorsi storici, un linguaggio idiomatico personalizzato di datata memoria, niente di nuovo.

Per diventare figure assertive (in teoria) urge calarsi nelle lande del finto sgurz, una contraddittoria scuola di pensiero rigorista che disconosce qualsivoglia indulgenza, in realtà ci troviamo di fronte a un celeberrimo concetto Mussoliniano: “che ne parlino bene o che ne parlino male, l’importante è che ne parlino”.

Siamo giunti alla elaborazione della sinestesia mediatica, praticamente una osmosi, un continuo esacerbare pagano, l’ara del Dio audience non ha rivali.

Se non riesci a entrare nel gineceo della gradevolezza punta dritto su quello della sgradevolezza, forse potrai godere di una inaspettata e favorevole dicotomia.

Quando Maurizio Costanzo lanciò lo Sgarbismo, sicuramente ignorava l’ancillare deriva, sì, lo Sgarbismo 2.0 è fatto di ancelle in gonnella e pantaloni, l’irritazione, lo smottamento emotivo negativo calamita le masse più dello stereotipato pietismo.

Nelle giornate uggiose o plumbee siamo soliti uscire con l’ombrello, un ombrello che non osiamo aprire di fronte a individui che hanno trasformato in fonte di reddito il marketing mediatico negativo. Una catarsi al contrario.

Chiudo in termini terricoli… se sono coglioni quelli che amano i simpatici, quanto lo sono quelli che si sentono rappresentati dagli antipatici??? Rivalsa??? Pochezza interiore??? Acidità di stomaco??? Magari semplicemente meschinità??? Forse siamo tutti in attesa di agognata disambiguazione!!!

“quod placuit principi, habet vigorem legis”… ammesso che il Principe sia un canale di comunicazione.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

La Zalandomania…

Il “fenomeno Zalando” (oltre cento milioni di cliccate e un crescendo Rossiniano del fatturato) è un sonoro ceffone a venti anni di E-commerce, per dare vita a una idea vincente non c’è stato bisogno di scomodare equipe di creativi, esperti di marketing e santoni della comunicazione, “celoduristi” della fantasia in perenne riunione plenaria con damigiane di caffè e scatoloni di aspirine, niente di ciò, è bastato chiedere ad una casalinga: “ci dica quali sono le sue paure in merito all’acquisto di capi in rete”, risposta pronta, scontata, disarmante: “l’uso della carta di credito, problema taglia, spese di spedizione e ripensamento”. Detto fatto, con Zalando puoi pagare alla consegna, puoi ordinare due taglie e tenerti solo quella che ti va bene, non si pagano spese di consegna (nemmeno per i resi), se non sei soddisfatto ti vengono rimborsati i soldi, soldi, non buoni acquisto per altra merce. Tutto questo gli intelligentoni lo chiamano “uovo di Colombo”, una soluzione troppo semplice, terricola, elementare, per gli esosi elaboratori di paranoiche strategie aziendali “new age”.

I Tedeschi sono particolarmente efficienti e caparbi (purtroppo anche quando si chiamano Merkel), il gruppo che gestisce il business Zalando ha investito sulla ovvietà, avrebbero dovuto chiamare l’azienda “Lapalisse”, magari può essere che ci abbiano pure pensato ma sarebbe stato un immeritato omaggio a quegli antipatici dei Francesi. Il nuovo leader delle vendite on-line occupa un migliaio di dipendenti e ha adottato una gestione del magazzino seguendo i semplicissimi criteri delle farmacie, i rifornimenti sono quotidiani e di rimpiazzo, non lavorano sul venduto come molte realtà concorrenti (tutto ciò che appare sul catalogo virtuale è materialmente presente in deposito), questo garantisce “merce pronta”, rapidità nell’evadere l’ordinazione e riduce a tasso zero il rischio “disguidi”. Mi risulta informino addirittura via mail il percorso del collo. Tanto di cappello, modus operandi che dovrebbe fare scuola. Bene, adesso mi auguro di ricevere un lauto bonifico per questo marchettone redazionale.

Gli acquisti in rete di capi di abbigliamento hanno un certo fascino, un valore aggiunto, credo stimolino tantissimo la componente infantile che alberga in molti adulti. L’ansia di ricevere il pacco, il corriere che suona e lo consegna, la gioia di aprirlo e misurare vestiti e scarpe, se c’è un concetto che meglio esplichi l’idea del “regalarsi” qualcosa, è proprio questa forma di shopping. Certo è anche comodo ma ritengo non sia determinante, non come il rivivere momenti di spontanea, genuina contentezza da trecce e calzettoni. Era inevitabile che, presto o tardi, il commercio facesse leva sugli stati emotivi più radicati. Toccare, provare vestiti pescati nel mucchio in un negozio, non è paragonabile al pathos di una cliccata sul monitor, non crea un percorso mentale, non enfatizza un desiderio che si materializza a distanza di giorni. Contrariamente a oggetti e prodotti di varia natura, il vestiario stabilisce sinapsi con l’inconscio, solletica la vanità, è ciò che tutti vedono, è la vetrina, l’insegna personale, l’esternazione della propria essenza. Dimmi come e dove ti vesti e ti dirò chi sei. L’abito non farà il monaco ma un monaco senza saio rende sciapo il predicozzo e infruttifera la questua.

Affascina constatare gli effetti della tecnologia applicata alla psicologia di massa, collegamento singolare, il futuro che sfama bisogni primordiali soffocati. Ovviamente le clausole garantiste della Zalando, la qualità dei prodotti commercializzati e i prezzi depurati da costi filiera sono potenti incentivi, questo è innegabile, ma l’esplosione del “fenomeno Zalando” non può essere attribuito solo alla convenienza e alla praticità, nemmeno alla azzeccata e martellante campagna pubblicitaria. Qualche mente illuminata ha trovato la feritoia dove infilare il palanchino e scardinare resistenze cementate, siamo oltre il marketing, siamo oltre la comunicazione, siamo oltre la creatività. Questo è il livello della canalizzazione massiva, niente di grave, è solo l’inizio di un futuro inevitabile, già mappato, ci si adegua rapidamente e pure volentieri. Non mi stupirei dovessi scoprire l’esistenza di una community “Zalando club”, con tanto di chat e forum. A dirla tutta… non mi stupirei nemmeno se dietro questa brillante operazione ci fosse anche la collaborazione di qualche cervello Italiano emigrato nelle teutoniche lande.

Tullio Antimo da Scruovolo