che mestiere fai? faccio l’antipatico…

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Di fronte a un simile scempio vorremmo tutti essere affetti da prosopagnosia, siamo nell’era dello Sgarbismo 2.0, la povertà endemica, un lungo zembo che mira al localismo espressivo fatto contrasto emozionale per inerpicarsi sui sentieri dell’antinomica concettuale. I simulacri dell’antipatia godono di trascorsi storici, un linguaggio idiomatico personalizzato di datata memoria, niente di nuovo.

Per diventare figure assertive (in teoria) urge calarsi nelle lande del finto sgurz, una contraddittoria scuola di pensiero rigorista che disconosce qualsivoglia indulgenza, in realtà ci troviamo di fronte a un celeberrimo concetto Mussoliniano: “che ne parlino bene o che ne parlino male, l’importante è che ne parlino”.

Siamo giunti alla elaborazione della sinestesia mediatica, praticamente una osmosi, un continuo esacerbare pagano, l’ara del Dio audience non ha rivali.

Se non riesci a entrare nel gineceo della gradevolezza punta dritto su quello della sgradevolezza, forse potrai godere di una inaspettata e favorevole dicotomia.

Quando Maurizio Costanzo lanciò lo Sgarbismo, sicuramente ignorava l’ancillare deriva, sì, lo Sgarbismo 2.0 è fatto di ancelle in gonnella e pantaloni, l’irritazione, lo smottamento emotivo negativo calamita le masse più dello stereotipato pietismo.

Nelle giornate uggiose o plumbee siamo soliti uscire con l’ombrello, un ombrello che non osiamo aprire di fronte a individui che hanno trasformato in fonte di reddito il marketing mediatico negativo. Una catarsi al contrario.

Chiudo in termini terricoli… se sono coglioni quelli che amano i simpatici, quanto lo sono quelli che si sentono rappresentati dagli antipatici??? Rivalsa??? Pochezza interiore??? Acidità di stomaco??? Magari semplicemente meschinità??? Forse siamo tutti in attesa di agognata disambiguazione!!!

“quod placuit principi, habet vigorem legis”… ammesso che il Principe sia un canale di comunicazione.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

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Passami il telecomando…

monalisa

Una donna chiamata Procopiella è piombata nel tunnel degli antidepressivi perché non ha trovato il suo nome da appiccicare sul barattolo della Nutella”. Non è l’ultima bufala di Giacinto Canzona bensì una ipotetica conseguenza del battage pubblicitario in atto, particolarmente intenso e aggressivo nei periodi di vacche anoressiche. Il popolo ha bisogno di credere in qualcosa che passa sullo schermo, l’intrattenimento appaga la voglia di sognare, ridere ed emozionarsi, la cronaca inorridisce ma passa e va, ciò che arriva a toccare direttamente l’ombelico di tutti sono politica e pubblicità, “balls” somiglianti ma non uguali seppur entrambe ricolme di sillogismi, similitudini, imitazioni, scopiazzature, parodie e spudorate menzogne.

Politicanti e spot trasformano la TV in un quartiere a luci rosse attrezzato per soddisfare ogni tipo di depravazione.  Quando un onorevole o aspirante tale appare sullo schermo, soprattutto in campagna elettorale, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una vecchia baldracca per militari che ammicca laida, tailleurino color guano, spolverino in ecotopo, capelli cotenna e zoccoli da zoccola rosa Schiaparelli. Scoordinate mosse similfeline scoprono macerie reggicalzate, la lingua bovina lecca l’aria sbavando lasciva e paventando godurie inaudite. Meno osceni gli spot pubblicitari, soft, patinati, cosce tornite, culi sodi e mammelle di giuste dimensioni ingentilite da occhi perversamente innocenti , anche i ragazzotti palestrati semi ignudi hanno sguardi teneri, adolescenziali, “rocce” bisognose di coccole materne. La pubblicità non discrimina, lusinga e valorizza anche la massaia inciaciottita, l’ometto tricoleso con la panza, l’adolescente sfigato/a, il vecchietto petulante che si piscia sotto e i fornai sciroccati come Banderas che parlano con le galline (quelle pennute). Diciamo che la “reclame” è un accogliente, bizzarro topless bar.

Politica e pubblicità hanno fronti condivisi, sia l’una che l’altra vogliono sedurci, cambiarci la vita, ci promettono felicità, si propongono come “problem solving”, si adoperano alacremente per “il nostro bene/benessere” ma alla fine vogliono SOLO i nostri soldi. Cogliamo comunque rilevanti differenze, un prodotto si può testare rapidamente e pure a costi contenuti, un politico no, una volta piazzato lì si rischia di doverselo tenere per epoche, la concorrenza commerciale alza la qualità e abbatte i costi, la concorrenza in politica induce a scegliere, ahinoi, il meno peggio. A livello comparativo la pubblicità deve rispettare un ferreo codice etico, in politica… denigrazione, insulti, illazioni, sputtanamenti e calunnie sono inamovibili punti di forza.

Gli italiani sono sempre più indaffarati, oberati da incombenze, innumerevoli cose da fare, soprattutto i benestanti e le ben maritate. Nonostante abbiano colf, baby sitter, catering in abbonamento e non lavorino… piagnucolano perennemente per il loro non riuscire a far tutto… mah… !!! Gente che potrebbe, dovrebbe godersi la vita si alza al mattino presto per andare a caccia di stress, evidentemente fingere di essere sempre di corsa eleva a ranghi superiori, chi non ha un milione di cose da fare ogni giorno è un borderline, un tagliato fuori. Tuttavia ci sono quelle due o tre sere al mese, impegni permettendo, in cui si riesce a trovare anche il tempo  di cenare in famiglia e, volesseiddio, accendere quel televisore ultrapiatto pagato caro e usato poco causa vita intensa. Spaparanzati in salotto ci si sorbisce il Fernet digitale in un amletico dubbio: cosa rovina di più la digestione…  le cazzate sparate nei talk politici oppure gli spot dei pannolini che imprigionano la pupù liquida? Il voyeurismo di Santoro (Micheluzzo è sempre più grasso, pare un Landrace) o le gengive che sanguinano?, la mellifluità di Vespa o gli assorbenti per vulve con le guarnizioni vetuste? L’ipocrisia del “pretino” milionario Fabio Fazio o la preparazione H?, l’ennesima puntata della saga “B” vs “antiB” oppure la tosse catarrosa curata col bronchenolo? “Dove accidenti ho messo quel DVD sulle larve del Burkina Faso???”

I media hanno bisogno della pubblicità, la pubblicità foraggia la politica, la politica ha bisogno dei media, questo orgiastico triangolo dura da sempre, prima che Berlusconi irrompesse sul mercato con i suoi network, la Sipra (concessionaria che aveva il monopolio della pubblicità televisiva e di tutti i quotidiani politici) finanziava i partiti attraverso un pernicioso meccanismo chiamato “minimo garantito”. Quando suona la campanella della mensa e giunge il momento di riempirsi ventre e tasche… crollano anche le più insormontabili barriere ideologiche, le coop rosse pubblicizzano i loro prodotti sulle reti Mediaset,  la Mondadori ha pubblicato e pubblicizzato “gomorra” dell’antiberlusconiano Saviano. Per fare ascolti degni di nota, impennare lo share e il fatturato pubblicitario, La7 ha dovuto chiedere all’odiato Berlusca di passare a prendersi un caffè dalle parti di Travaglio. Per tre edizioni il festival di Sanremo, programma top della RAI, è stato vinto da cantanti targati Maria De Filippi, deus ex machina di Mediaset.

Politica e pubblicità, adulanti mignatte, eterozigote gemelle bresciolde.

“Procopiellaaaaaaaaaa… per cortesia portami un diger selz, ho le budella che stanno giocando ai quattro cantoni”.

Tullio Antimo da Scruovolo