lo shopping è una “fumeria” per donne…

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I centri commerciali sono universi nell’universo, luoghi di trasgressione e cattiveria inaudita, una no bon-ton zone”. Le panchine di fronte ai punti vendita di abbigliamento a costo “agricolo” sono perennemente occupate da ometti “rassegnati”, “arresi”, “bolliti”, mariti, fidanzati e compagni che, nell’assoluto mutismo, invocano Santo Shopping affinchè l’altra metà della mela (il frutto del peccato), si decida ad acquistare un “toppino” da € 9.90 entro le canoniche 6/8 ore previste da un tacito, infame, demoniaco accordo sindacale. Si mormora che in alcuni outlet esistano, nientepopodimenoche, “sale attesa uomini” dotate di quel minimo, umano, pietoso comfort al fine di alleggerire il supplizio, invisibili altoparlanti squarciano la nebbia mentale con le note de “La Tosca” ( com’è lunga l’attesa). I mariti più scafati sono facilmente individuabili perché si trascinano dietro il “trolley della sopravvivenza” con dentro tutto “le nécessaire” per affrontare le interminabili soste, rasoio elettrico per radersi (magari pure due volte nello stesso giorno, in certi contesti la barba cresce a vista d’occhio), il tagliaunghie, un piccolo kit per pulirsi le scarpe, shampoo a secco e scovolino per eliminare i residui di cibo fast-food dalla dentatura. I neofiti osservano attoniti e preoccupati ma alleviati dall’I-phone, pare che in quei frangenti si ingaggino agguerriti tornei di Ruzzle tra “accompagnatori da shopping parcheggiati nei vari centri della Nazione”. Quando le mogli “scaldano” troppo la card e loro non vincono neanche una partita… gli avvocati divorzisti iniziano ad affilare le armi. L’alternativa è seguirla all’interno del negozio, operazione sconsigliata ai cardiopatici, vederla dirigersi verso i camerini con tre dozzine di capi stretti tra le braccia è roba da “coccolone”, per non parlare della irritante mansione di “servente al pezzo” e, contemporaneamente, “cane da guardia antisbirciata”. Prima o poi “striscia” pizzicherà i venditori abusivi di valium che spacciano il calmante nei pressi delle cabine

Istituti di ricerche antropologiche, scienziati, psicologi e sociologi, non sono ancora riusciti a individuare il “gene” femminile colpevole di una siffatta perfidia. Rielaborazione, rivisitazione di un crudele sadismo adattato ai tempi moderni, vendetta, eterna vendetta femminile. L’apoteosi della crudeltà la si raggiunge quando lei, dopo circa due ore, viene “sfrattata” dal negozio e con gli occhi pieni di vittimismo mormora: “non ho trovato niente che mi piacesse, quella commessa è proprio una stronza”. La sola idea di dover passare un’altra eternità di fronte al negozio venti metri più avanti… crea stati di allucinazione, attacchi di cannibalismo, viscerale ammirazione nei confronti di Hannibal Lecter e rafforza l’ipotesi di farsi frate Trappista. Di rilevante peso l’effetto collaterale del consulto, chiedere al proprio uomo pareri su un indumento “pescato” dopo cinque minuti significa ottenere una risposta sincera, razionale, farlo dopo cento minuti di “scavi” tra le rastrelliere vuol dire ricevere, inevitabilmente, un entusiasmante consenso versione: “ bellissimo amò, pijalo subbito e damose che s’è fatta ‘na certa…”

Lo shopping crea in molte donne uno stato di trance, una fase ipnagogica, un’oasi drogante che sfalda, fa implodere, annichilisce ogni qualsivoglia forma di rispetto e comprensione. Lascia sgomenti la coriacea rivendicazione del suddetto comportamento vissuto come un inalienabile diritto. Ad ogni gruccia presa in mano seguono proiezioni, veri e propri lungometraggi fatti di abbinamenti cromatici, “outfit” e relativo catalogo accessori. Ironia, sano sarcasmo ed estremizzazioni cabarettistiche a parte, dietro ciò che scrivo esiste un robusto fondamento di verità, verità supportate da un martellamento mediatico che non ha paragoni (regola prima del marketing, creare esigenze ed elaborare proposte per soddisfarle). Ripetersi perpetuo di una destrutturazione dell’io sostanziale a favore dell’io formale, esaltazione dell’apparire a discapito dell’essere, maniacale ricerca di una valorizzazione estetica che dondola, come una pendola, tra dubbi e frustrazioni. Se lo shopping compulsivo appaga il bisogno di spendere acquistando cose inutili per il solo piacere di farlo, quello “idealizzato” è, sperpero a parte, ancor più grave in quanto vissuto come un deludente surrogato. Per dirla in chiaro, eccezion fatta per le fasce economicamente più deboli, non esiste donna che non abbia nell’armadio o nei cassetti capi che non indosserà MAI, capi acquistati contro voglia e capi che, colpiti da strani malefici, una volta riprovati davanti allo specchio di casa palesano difetti sfuggiti nei camerini dei negozi.

Gli architetti “new age” dovrebbero progettare, di fianco ai centri commerciali, locali di intrattenimento accessibili solo agli uomini, cameriere in topless che servono cappuccini e cornetti caldi, musica soft che non rincoglionisce e ambiente rilassante, niente di che, giusto per ammazzare la noia. Credo la cosa sveltisca notevolmente le “ricognizioni” effettuate dalle loro compagne nelle “shopping gallery”.

Tullio Antimo da Scruovolo