onde per cui la quale a sua volta…

Adoro i carciofi, mi piace cucinarli alla giudia, già ammiccano invitanti nei negozi di primizie. Mentre sono in coda per acquistarne una mezza dozzina, due attempate ma grintose Signore tentano di coinvolgermi nella loro accorata dissertazione, oggetto del contendere l’affaire “Anna Frank in blusa romanista”. Io satireggio, tu satireggi egli satireggia….

Gli stadi sono latrine ove spurgare livore e frustrazioni, ipotetici lettini psicanalitici sui quali uomini e donne di ogni ceto scaricano lo stress accumulato nella trincea esistenziale. Dagli spalti è possibile inveire con cattiveria contro le forze dell’ordine senza pagare pegno, urlare poco lusinghiere considerazioni sulla moralità di madri, sorelle, mogli e figlie degli arbitri senza essere querelati, invocare purificanti eruzioni vulcaniche e perfino sbeffeggiare i morti, come ben sanno tifosi Granata e Bianconeri. Ma, ahinoi, anche in codesta “zona franca”, purtroppo, sono arrivati bizzarri veti “politically correct” a sclerotizzare le arterie del sarcasmo goliardico bandendo, perentoriamente, satira/ironia su omosessuali, ebrei e negroidi (termine scientifico). Chi si è arrogato il diritto di stabilire che la dignità di omosessuali, ebrei e negroidi sia superiore a quella dei MORTI di Superga e dell’Heysel??? E’ solo una tra innumerevoli domande pertinenti.

Creatività e fantasia sono figli dell’intelligenza, furbizia e malizia fuoriescono da orifizi poco soleggiati, l’ipocrisia è un irrefrenabile conato che colpisce i meschini. Che la tifoseria Laziale non fosse propriamente una emanazione del partito comunista era cosa nota, così come era ed è tutt’ora cosa nota la presenza di attivisti politici nelle curve, i tifosi sono comuni cittadini, non strane forme di vita a intermittenza che tra una partita e l’altra si smaterializzano. Anna Frank in giallorosso non è stato sicuramente il migliore degli sfottò (magari i romanisti risponderanno mettendo la maglia biancoceleste a Che Guevara) ma l’assordante casotto che ne è derivato fionda fior di dubbi. La sensazione è che il bailamme sia servito per distrarre l’opinione pubblica da una porcata ben più seria e grave, l’approvazione (con la fiducia) della nuova legge elettorale grazie al decisivo consenso di Denis Verdini, una personcina a modo, costumata, timorata e senza macchia, praticamente la escort della “Renzi Jazz band”.

C’è da scommettere che molti, moltissimi indignati che biasimano la bravata laziale siano gli stessi che urlavano a squarciagola “je suis Charlie” nelle manifestazioni post attentato Parigino. Quello slogan ripetuto milioni di volte da milioni di persone, anche in rete, stampato su milioni di magliette e cartelli, adottato da tutti i media dell’occidente, aveva un solo NOBILE intento, difendere la “libertà di satira”. Per giornalisti e vignettisti di “Charlie Hebdo” la libertà di satira consisteva nella ridicolizzazione della religione Islamica e del suo Profeta, veri e propri pesantissimi oltraggi, bestemmie al cui confronto “Anna Frank versione forza lupi” pare la pubblicità di un borotalco.

Circostanziando le vignette di Charlie Hebdo e la goliardata in questione alla SOLA libertà di satira si rimane sgomenti, la pesante doppia morale sconcerta, insultare l’Islam è un diritto inalienabile, toccare gli ebrei è colpa grave, gravissima, al punto da indurre culi altolocati a prodursi in cazziatoni da caserma e sinistre reprimende. Qualcuno paghi un bicchiere di vino al “Presidentesso” Lotito ringraziandolo per aver reso pittoresca, grottesca e sdrammatizzante la manfrina “salva faccia”, una pantomima degna dei migliori Totò e Peppino.

Già duemila anni orsono gli antichi Romani avevano intuito quanto fosse saggio e importante concedere al popolo spazi in cui esprimere anarchia concettuale, noi, dopo 20secoli di presunto progresso ed evoluzione, ci adoperiamo alacremente per moralizzare terapeutiche arene come stadi e web, il tutto in nome di quella subdola, strisciante, pericolosa “santa inquisizione” chiamata “politically correct”. In Italia ci sarà anche un preoccupante calo demografico ma, come amava dire Costanzo: “la mamma dei coglioni è sempre incinta”, a me viene da aggiungere: “e sforna gemelli a ripetizione senza nemmeno concedersi un coffee break”.

Trasformare l’ipocrisia in pane e il doppiopesismo in companatico non è il menu ideale per appagare la fame di buon senso e logica applicata, due ingredienti che da troppi anni disertano le nostre tavole.

Tullio Antimo da Scruovolo

la libertà d’espressione non è onanismo tra le nuvole…

nuovola

Le recenti “Rambate” in quel di Parigi hanno dato il ciack all’immancabile gazzarra mediatica e, neanche a dirlo, destato il sonnecchiante web ancora in down post feste. Soprassiedo sulla fantasiosa sequela di analisi geopolitiche e religiose sputacchiate qua e là al solo fine di arieggiare l’ugola e riabilitare i polpastrelli, faccio mio il pensiero di Giuliano Ferrara che ha scosso l’annoiato salotto Santoriano: “l’Islam sta portando avanti una guerra contro il Cristianesimo e il Giudaismo, chi non lo capisce è un coglione”. I soliti intellettualoidi da strapazzo che campano ragliando negli studi televisivi e imbrattando pagine, hanno addirittura strumentalizzato il doppio attacco terroristico per mettere alla sbarra Oriana Fallaci, ancora oggi la più GRANDE giornalista Italiana, rea di non essersi allineata all’ipocrita pensiero “progressista”. La storia offre menù bizzarri e cangianti, dopo lo scontro tra oscurantismo e illuminismo ci tocca vivere il “glandismo”, epoca in cui pullulano teste di cazzo di variegata fatta.

L’aspetto più urticante della sopracitata caciara riguarda la teorizzazione di una nuova insidiosa scuola di pensiero: “la libertà d’espressione interpretata come valore assoluto al di sopra della logica e del rispetto”, dieci piani di morbidezza trasformati in ultimo baluardo per la sopravvivenza della democrazia occidentale. Credo sia il caso di puntare qualche spillo sulla questione. La Francia sarebbe il Paese simbolo di tale conquista (questa sì che è vera satira)??? Non direi proprio, quando quel galletto cedrone di Nicolas Sarkozy giocava a nasconderella nelle stanze dell’Eliseo con “Carlà Brunì”, alcune testate gossippare ebbero l’insano ardire di pubblicare pruriginose illazioni , risultato, con una sola telefonata l’allora Presidente chiese ed ottenne, seduta stante, il licenziamento in tronco di VENTICINQUE giornalisti. Nessuno scese in piazza urlando: “Je suis un journaliste”. Doveroso desumere che oltralpe la libertà d’espressione e di stampa sia un valore applicato random oppure in deroga.

In un futuro non lontano vedremo quanto sia stata illuminata la decisione di trasformare il vilipendio della religione in ideologia libertaria, il cervellotico blob di arringhe difensive a favore della satira blasfema ha rotto gli argini del buon senso tracimando nel wood delle seghe mentali. La libertà d’espressione no limits è un concetto astruso, contraddittorio, anarchico e, me lo si lasci dire, molto pericoloso se vissuto alla stregua di uno sport estremo. Milioni di “je suis charlie” cassano, ufficializzano, certificano il movente degli attentati, le “vignette” oltraggiose stampate su un giornaletto in odore di fallimento, disegni che hanno sentenziato anche l’uccisione di persone totalmente estranee alla causa. Come per incanto il poco amato Charlie Hebdo è diventato un simbolo, un totem, una bandiera innalzata sul pennone affinché garrisca sotto quel vento della libertà che ha l’ingrato compito di disperdere i rintocchi funebri delle campane.

Il delirio contraddittorio più scoreggiato dai “je suis charlie” televisivi: “noi non dobbiamo fare la guerra con gli Islamici, dobbiamo dialogare con loro per favorirne integrazione ed evoluzione religiosa senza rinunciare alla satira”, traduzione: “tu sei mussulmano, io rispetto la tua religione ma non devi fare il permaloso e non devi incazzarti se insulto il tuo Dio, bestemmiarlo è una mia inalienabile libertà d’espressione”. Urge sottoporre a test alcolemico e tossicologico questi “maitre à penser”.

Ancora una volta la dabbenaggine occidentale non riesce a distinguere l’opportuno dall’inopportuno. I caduti di “Charlie Hebdo” non sono martiri, sono vittime di una libera scelta, tra l’altro opinabilissima. Quando l’estremizzazione della libertà si materializza in un vampiro che succhia il sangue dell’intelligenza, del buon senso e della lungimiranza politica, i cittadini inermi divengono agnelli sacrificali e capri espiatori. Nel momento in cui alla aggressività di un nemico feroce e implacabile si contrappone la provocazione massima trasformata in vessillo della libertà, si firmano condanne a morte sulla schiena degli innocenti.

L’esplosione del “je suis charlie” e la sua ampliata diffusione dopo la strage non è una vittoria della libertà, è un palliativo, l’arroganza dei deboli, una infelice risposta di pancia, un paravento rappezzato per mascherare la totale inefficienza dell’apparato sicurezza Francese, ancora una volta le pecche vengono nascoste dietro un presunto valore. Tre uomini hanno compiuto una carneficina, hanno tenuto sotto scacco una nazione per giorni, hanno evidenziato tutte le lacune dell’intelligence, della polizia e delle istituzioni transalpine. Sono riusciti a smuovere il culo dei potenti di mezzo mondo, stupidamente ammassati in una unica piazza escludendo aprioristicamente che potesse essere proprio quello il vero obiettivo dei terroristi (infatti Obama e Putin se ne sono ben guardati dal presenziare). Nessun “Charlie Hebdo” stampato in milioni di copie ammanterà mai questa incredibile debacle della grandeur Francese, tutt’altro, è da idioti pensare che gli Islamisti non raccolgano la sfida e non la sfruttino per fare nuovi proseliti.

Si può morire per la Patria, per un ideale, per un obiettivo, per onore, per solidarietà, per mantenere un giuramento, per fede e per altri nobili motivi ma non si può e non si deve morire per difendere la bestemmia, lo dico da ateo convinto quale mi fregio essere. La satira blasfema non è una conquista sociale e nemmeno indice di libertà e democrazia. Per garantire sicurezza e serenità ai cittadini bisogna “armare” il cervello ed elaborare strategie preventive e interventiste, capaci di ridurre al minimo il pericolo di annunciate ritorsioni, quando si sceglie una risposta ancor più provocatoria, quando si sfodera la spada della spavalderia… delle due l’una: 1) a qualcuno è andata in pappa la materia grigia, 2) a qualcuno fa comodo alimentare il terrore.   

Tullio Antimo da Scruovolo