Vivere ai tempi del Coronavirus…

Dagli Appennini alle Ande un solo grido si espande: “anche il più dotto pare ignorante!”

Biblico flagello che ha marcato e continua a marcare l’incapacità di distinguere la competenza dal pressappochismo, la lungimiranza dal tacconare maldestramente l’immediato e l’abilità gestionale/organizzativa dal tirare a indovinare. Nei talk, in rete e sui media, scienziati, luminari, sapientoni, virologi, infettivologi, fantini del nulla ed esperti in riti apotropaici, cantano a cappella “verità”, “soluzioni” e “profezie” di opposto registro rasentando risse di biscardiana memoria. Quando un argomento monopolizza totalmente la comunicazione, per mantenere lo share a livelli commercialmente appetibili, occorre ingaggiare giocolieri capaci di annodare la linea che divide la scienza dalla fantascienza. All’appello mancano le quartine di Nostradamus, le congiunzioni astrali, il mago Otelma, i sette Chakra per raggiungere il Nirvana, l’unguento magico della nonna, gli Alieni e il cambiamento climatico. Nel mentre si continua a crepare urlando un inascoltato e straziante: “perché?”, domanda alla quale nessuno risponderà mai in modo credibile ed esaustivo. C’è qualcosa di tetro, inquietante, ambiguamente macabro negli occhi e nella voce degli speaker che con magno gaudio annunciano: “la situazione migliora, oggi ne sono morti solo trecento!”

Il celeberrimo testo di Totò: “La Livella” (la morte rende tutti uguali), è condivisibile solo parzialmente. Trapassare causa attentato, calamità naturale, disastro aereo e/o in guerra, significa scolpire il proprio nome su una lapide che in futuro qualcuno (forse) commemorerà periodicamente, magari con tanto di banda musicale, autorità in ghingheri, fumanti paioli di polenta e fiaschi di sangiovese. Andarsene all’altro mondo uccisi da un virus “made in China” vuol dire assuefare gli scampati a lutti concettualmente distanti, subdole morti che si integrano nel quotidiano fino a “normalizzarsi”. Niente colpi di katana inferti alla sensibilità collettiva, non un evento circostanziato capace di pizzicare milioni di coscienze contemporaneamente, nessuna escursione nei labirinti emotivi, non un luogo simbolo da trasformare in meta di pellegrinaggio né una data “fosforo”, niente totem, niente di niente. A tantissimi di questi sventurati è stato negato anche il funerale, per quanto formale pur sempre un rito che consente di accomiatarsi dal mondo con una pennellata di dignità.

Plauso doveroso agli Italiani che hanno rispettato le consegne, intendo il “lockdown”, arresti domiciliari alleggeriti da qualche deroga per garantire la sopravvivenza, immancabili le fisiologiche sacche di disubbidienza. I cervelli umani sono come i pezzi prodotti da uno stampo in trafila, ogni tot ne viene uno di scarto. L’ammirevole e stoica resilienza non è certo dovuta, se non in minima parte, alla improvvisa esplosione di un inaspettato senso civico da Guinness, nooooooooo…! Tutta questa serena rassegnazione, accettazione e pazienza la si deve soprattutto a internet e derivati come webcam, videoconferenze, chat, wapp, social, piattaforme varie e tutta una serie di servizi e app che la quarantena ha capillarmente diffuso. “Toglieteci tutto, pure la libertà ma non il web”. Fossimo costretti a stare in casa senza pc né tablet né smart, insomma, senza la rete, isteria di massa, tafferugli e gesti inconsulti sarebbero all’ordine del giorno. La dipendenza dalla tecnologia drogante è diventata socialmente strutturale, anche gli ultimi baluardi sono stati abbattuti.

Le grandi tragedie collettive sono solite, nel loro nefasto passaggio, disseminare una lunga scia di piccoli e grandi drammi personali. Choderlos De Laclos: “com’è tipico del tuo cuore perverso desiderare solo quello che non può avere”, estendendolo alle linee comportamentali imposte dal “lockdown”, l’aforisma è calzante. Tendiamo a valorizzare le cose quando le perdiamo o ce le tolgono/proibiscono, tutto sommato, un periodo di privazioni e rinunce per molti potrebbe essere una educativa iniezione di priorità e realismo. Tra quelli rimasti in salute vi è una categoria particolarmente penalizzata, gli “amanti clandestini”, unici a non avere sbocchi a basso rischio e non mi riferisco di certo al virus. Per arzigogolare tracciati e percorsi “massonici” che portino a un rendez-vous segreto vincente, ci vorrebbero teste da giallisti oppure campioni di sudoku ma è pur vero che quando la carne arde di desiderio l’ingegno si aguzza e l’incoscienza si inturgidisce.

Coronavirus “fase 2”… Un crogiolo di norme squinternate che potremmo definire: “nebbia & folclore”, una su tutte, il ripristino dei funerali ma con un massimo di quindici partecipanti, non è dato sapere a quale “congiunto” tocchi l’infame incombenza di stilare l’elenco. Stato, Regioni e Comuni viaggiano su treni diversi diretti verso mete diverse, domanda, una tra le tante: “trattare Calabria (infettati prossimi allo zero) e Lombardia (record di infettati e decessi) con gli stessi criteri è democrazia applicata oppure ignoranza politica?” Una delle frasi più ricorrenti nelle ultime settimane: “niente sarà più come prima”, suona quasi come un anatema. Presto o tardi un vaccino salterà fuori e torneremo all’apparente normalità, in quel momento ci renderemo veramente conto del disastro reale provocato dal virus, non solo in termini di vite umane.

Tullio Antimo da Scruovolo

Italia sì, Italia no… la terra dei cachi!

Italiani, 60milioni di C.T. della Nazionale, scrittori, poeti, cuochi, opinionisti e tuttologi multitasking ma, secondo alcuni discendenti diretti di Dio, 60milioni di cerebrolesi boccaloni da lobotomizzare. La dice lunga il successo degli “influencer” (si moltiplicano come ratti), in assenza dei quali, pare, non sapremmo come vestirci, nutrirci, occupare il tempo libero, scegliere mete vacanziere, film, libri, risolvere l’annosa questione delle unghie incarnite e, grazie ai video-tutor, imparare a grattarci il culo e scaccolarci in pubblico senza farci sgamare (mica facile). Un accerchiamento a ranghi serrati che si fa beffe delle stoiche e sparute sacche di resistenza, accantonando scelte estreme come l’eremitaggio, non ci rimane che l’algido realismo, icona del politicamente scorretto. Ultima trincea per non farsi fagocitare.

Le incessanti bordate provengono da due unità ostili: TV e WEB, la prima è parzialmente eludibile, la seconda è una sorta di “TSO” inevitabile anche per i più scaltri, soprattutto perché particolarmente subdola nella forma e nella sostanza. Aprendo un sito di news ci imbattiamo, nostro malgrado, in personaggi più o meno famosi intenti a lavare “panni sporchi” in quella immensa e affollatissima agorà chiamata “rete”. Inversione di tendenza, ci fu un tempo in cui per un “big” la privacy era sacra, nell’era tecnologica i segmenti tragici del proprio vissuto sono una fucina di “like & follower”. Puoi avere dieci lauree o essere l’Einstein del terzo millennio ma, voce dei nuovi dettami, se non porti in dote un “container” tracimante “L & F”, rimani al palo come un jurassico Fantozzi.

Le confessioni intime non vengono postate in “ordine sparso”, assolutamente no, si procede per “filoni”, sordida strategia che surfa il redditizio reef del momento. Bypassando infanzie infelici, patologie gravi, molestie presunte o reali e l’immancabile depressione, i trend sul podio sono: 1) chiudere i rapporti sentimentali sul web, 2) fare coming out , 3) confessare un passato da tossici e/o alcolisti. Verrebbe da pensare che dietro tutto questo vi sia una mente diabolica capace di capitalizzare le famigerate e già citate “unità Aristoteliche”, quelle che hanno reso celebre la “tragedia greca” ma sarebbe una immeritata lusinga.

Saltiamo momentaneamente sul carrozzone TV con un confronto tra due “Regine” che offrono prodotti simili ma con “sentenze” diametralmente opposte:

Barbara D’Urso… esperienze in tutti i settori dello spettacolo: cinema, teatro, televisione; per un certo periodo è stata anche giornalista (con tanto di iscrizione all’albo) collaborando con alcuni mensili, tuttavia è il piccolo schermo a lanciarla nell’olimpo. GF, fiction e vari show ma il “botto” arriva con il contenitore pomeridiano, soprattutto quello domenicale, immancabili i “blocchi” trash. Ascolti che hanno provocato travasi di bile in quel della Rai che, nonostante il pedissequo avvicendarsi di conduttori, per anni non è riuscita a produrre una “domenica in” in grado di competere.

Maria De Filippi… ha più volte dichiarato pubblicamente che senza gli spintoni del potente marito (Maurizio Costanzo) non sarebbe mai diventata quello che è. Come lei stessa sostiene (onore alla onestà intellettuale), non sa recitare, non sa ballare, non sa cantare, non sa presentare (imbarazzante l’imbarazzo Sanremese), tuttavia il suo essere “alternativa” e fuori dagli stereotipi è apprezzato da molti. Ideatrice e conduttrice di due programmi tra i più discussi e discutibili: 1) “c’è posta per te”, casi umani, persone che si rincontrano dopo lustri, sputtanamento di beghe famigliari e tutto il cucuzzaro strappacore. 2) “Uomini e donne”, format inverosimile Top-fiche e Top-ganzi, ai quali basterebbe mettere piede in un qualsiasi locale per rimorchiare ogni ben di dio, vanno in televisione a cercare l’anima gemella dando vita a “pantomime tiramolla” per allungare brodo e presenze, in letteratura si chiamano “digressioni”. Anche qui il trash non latita, con tanto di opinionisti e giullari che aizzano i partecipanti come gli spettatori di un combattimento tra galli. Non sono un fan né dell’una né dell’altra, nemmeno seguo i loro programmi, un paio di puntate per carpirne la direttrice sono più che sufficienti.

Universi paralleli che stimolano riflessioni seriose.

Il mondo “social” ci erudisce sul come trasformare in valore aggiunto la strumentalizzazione dell’intimismo, messaggio preoccupante, sociologicamente pericoloso nel suo diffondere modelli comportamentali. Lo traduco in volgo chiedendo anticipatamente venia ai più sensibili: “metti tutti i cazzi tuoi in rete, manda affanculo il/la partner su twitter/facebook/instagram, spargi ai quattro venti la tua sessualità e rendi pubbliche le nefandezze esistenziali che ti opprimono, è l’unica strada per il successo, se ti dice bene, ci marci pure economicamente”. Valida alternativa è quella di sparare cazzate da mentecatti spacciandole per “esigenze primarie salvavita”, come ha fatto una certa Taylor Mega (ma chi è?): “per campare ho bisogno di un milione di euro al mese”. Effetti collaterali dovuti alla chiusura dei manicomi.

La “tv” ci propina una dubbia morale palesemente espressa nell’ultimo Sanremo, il popolo italiano, nelle vesti di utente/spettatore, è costituito da una massa di fessi, indirizzabile, manipolabile e gabbabile con il joystick della affettazione. La Signora Barbara viene quotidianamente crocefissa, per contro, la Signora Maria viene quotidianamente idolatrata. Impossibile spiegare razionalmente cotanto doppiopesismo, pur tenendo i piedi ancorati mentre le unghie grattano sugli specchi alla ricerca di una accettabile motivazione. Le prolisse e onnipresenti malelingue asseriscono con perfidia: “non conta ciò che fai, conta quanto conti”, in queste lande non c’è competizione.

E’ molto probabile che “massmediologi” e “pupari” della comunicazione siano giunti a una conclusione comune capace di incrociare le parallele, cioè creare “angeli” e “demoni” televisivi sfruttando il “percolato” dei social. E’ un circolo vizioso, le presenze televisive incrementano la popolarità sul web, la popolarità sul web incrementa le presenze televisive.

Impossibile chiudere il post senza una spruzzatina di sano cinismo: “i cecchini necessitano di un bersaglio e gli spaesati di un totem da venerare”.

Tullio Antimo da Scruovolo

“scrivo per me stesso”, firmato PINOCCHIO…

Non sentirete mai Rocco Siffredi dire: “le misure non contano”, non sentirete mai Bill Gates proclamare: “i soldi non fanno la felicità”, non sentirete mai una strafica sentenziare: “l’importante è essere bella dentro”, non sentirete mai un vero blogger dichiarare: “scrivo per me stesso”. Dubbia e inquietante affermazione che riporta ai paradossi Kafkiani, i più eruditi disserterebbero di volpi e irraggiungibili grappoli d’uva.

Nessuno “scrive per se stesso”, anche coloro che vergano le pagine di un diario segreto, vivono nella inconfessata/inconscia speranza che qualcuno lo trovi e legga. Per “noi stessi” scriviamo appunti, promemoria, la lista della spesa e poco altro, sicuramente niente che potrebbe attivare una interazione col resto del mondo. La scrittura è, in ordine cronologico dopo la parola, la seconda forma di comunicazione, quella che da millenni divulga storia, scienza e cultura elevando mente e spirito.

Verba volant, scripta manent… “scrivere per se stessi” in uno spazio virtualmente accessibile a miliardi di persone è una puerile contraddizione in termini, ambiguo masochismo ideologico tipico degli sprovveduti o dei soggetti in malafede. Antropologicamente affascinanti i paladini dell’egoismo letterario che, giusto per ammazzare le giornate, imperversano su tutti i social “auto-promuovendo auto-storie auto-prodotte”, probabilmente sta nel prefisso “auto” il paradigma dello “scrivere per se stessi”.

Lapalissiana ovvietà, chi “scrive per se stesso” brancola nei vicoli intimisti, l’intimismo cessa di essere tale nel momento in cui viene trasformato in blob e disperso ad minchiam, le parole immesse in rete diventano indelebili, più di quelle scolpite nella roccia. La sensazione è che l’ego alterato dei suddetti necessiti di spazi infiniti e vaste eco, altra contraddizione che ci porta nel wood evolutivo: “scrivere per se stessi 2.0”.

Pur soprassedendo sui commentini pre-confezionati e sugli ipocriti follower/like, seminati come olive caprine senza nemmeno leggere i titoli dei post, non possiamo certo ridurre alla radice quadrata le colonne portanti che reggono e alimentano la blogsfera: “condivisione e interazione”. Asserire di “scrivere per se stessi” nel santuario della condivisione e della interazione è, a dir poco, un mega ossimoro. Hercule Poirot (guru della deduzione logica) condividerebbe sicuramente: “chi afferma di scrivere per se stesso su un blog, diventa l’amante clandestino di peculiarità ufficialmente ripudiate”, capolinea agli antipodi della coerenza.

Sarebbe un colossale errore minimizzare, svalutare il potere della scrittura vissuta come canale introspettivo. Stati d’animo ed emozioni trasformate in parole scritte, sono una potente e benefica terapia solo se non destinate a finalità diverse dalla elaborazione della propria essenza. Non si traggono benefici nel fare il bidè all’anima in una gremita agorà.

La vexata quaestio più che il dove, come e quando, dovrebbe investire il “perché”. Quando internet iniziò timidamente a entrare nelle case degli Italiani, vi era una sola forma di interazione pubblica, i forum, aree di discussione in cui venivano affrontati svariati argomenti. Rilevante la disparità tra quelli che si limitavano a leggere (tanti) e quelli che avevano l’ardire di intervenire (pochi), squilibrio dato da un atavico timore, quello di sparare cazzate, baluardo psicologico abbattuto dalla successiva invasione di pseudo scrittori, roba che neanche le locuste. Una pandemia resistente a tutti i vaccini conosciuti. Mi domando dove trovino la convinzione di affollare le librerie, reali e/o virtuali, quei blogger/scrittori che faticano ad ammucchiare una manciata di commenti sotto i loro post, nasce forse qui l’alibi/paracadute:“scrivo per me stesso”???

Nella patria di Dante Alighieri chiamiamo “scrittore” Fabio Volo (uno per tutti), lungi da me fare diagnosi sullo stato di salute della editoria Italiana ma considerata la sintomatologia… direi che sostenere di “scrivere per se stessi” sia una poco impegnativa presa di posizione, una paraculata snob in abiti vintage.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

gli “UMARELLS” della blogsfera…

buca

“Umarell”, termine dialettale Bolognese, c’è da scommetterci che presto assurgerà a titolo di neologismo, il  team “fashion addicted” dello Zingarelli ha serie proposte da formulare in merito nei prossimi brainstorming “battezzanti”.  Identifica una figura che può essere interpretata in modo positivo o negativo: 1) il pensionato che osserva in silenzio l’altrui lavoro con una punta di sana invidia,2) il cacazzo che senza né arte né parte pontifica ad alta voce appoltigliando l’apparato riproduttivo di uomini che, immersi negli scavi, secernono sudore ben diverso da quello del fitness. In genere al primo offrono una accomodante e comprensiva bibita fresca, al secondo un caffè corretto Guttalax, giusto per guadagnare momenti di tranquillità. Parrà una banalità da solleone estivo ma, protezione 5.000, esistono anche gli “umarells” da web, roba da disinfestazione, gli assessorati alla sanità dovrebbero liberarci da queste fastidiose amebe.

Gli “umarells” della blogsfera…  ominidi testicoliformi  presuntuosi poco inclini a quell’onesto “outing” intellettuale che ne metterebbe in luce modestia e umiltà, simil api che tentano di impollinare astio, rancore e livore col pungiglione della invidia vivendo nella oligofrenica convinzione di trarne effimere, fittizie, meschine gratificazioni, praticamente sono dei Gargamella. Tali figuri ignorano totalmente di essere assoggettati a un meccanismo collettivo che, come un fenomeno carsico, erode con discrezione e inesorabile lentezza ogni loro velleità di poggiare le flaccide terga sul cadreghino del pensiero catalizzante. Sono assolutamente incapaci di coagulare rapporti fondati su quel do ut des che è linfa della interazione. Adultescenti concettuali, non potendo sedere alla mensa delle menti attive ne denigrano il menù.

Il cavallo di battaglia degli “umarells” della blogsfera, uno dei tanti, è il condannare a gran voce la “censura”, qui si evince tutta la loro ignoranza interpretativa, sia sul piano filosofico che pratico. Il concetto di libertà d’espressione sugli altrui blog è aleatorio e non rivendicabile. Ogni blogger ha il sacrosanto e inalienabile diritto di bannare gli utenti non graditi, questo non significa assolutamente rifiutare il confronto, significa esercitare una legittima volontà di scremare la propria utenza. Contestare questo principio vuol dire porre in essere una imposizione, una prevaricazione, una prepotenza, una invadenza biasimevole. Le opzioni “moderazione” e “black list” offerte dalla piattaforma consentono, ad ogni gestore, di compiere libere scelte, scelte incontestabili, la censura diventa deprecabile quando esercitata in aree neutre, i blog non sono tali, sono piccoli club, piccoli circoli, piccole comunità in cui il moderatore (tecnicamente il padrone di casa) funge anche da arbitro, in quanto tale ha il potere/dovere di espellere i soggetti molesti.

Non mi abbasso a fare considerazioni su alcuni comportamenti degli “umarells” della blogsfera, il loro modus operandi è caratterizzato da attacchi personali sferrati nei confronti di momentanei interlocutori a loro totalmente sconosciuti sul piano privato. Ovviamente lo fanno in contesti sicuri, cosa che li rende ancora più pavidi e squallidi. Poiché tali soggetti sono avvezzi a colpire alle spalle, non vi sono tecniche di difesa in grado di renderli innocui se non quella di affidarsi alla, per fortuna diffusa, intelligenza degli internauti, unico steccato capace di isolarli.

Gli “umarells” della blogsfera confondono i dati con le opinioni, non sanno distinguere un blog intimista da un blog che affronta tematiche sociali, decodificano a loro uso e consumo, distorcono la realtà, ipotizzano, hanno la presunzione di fare gli esegeti di testi che non comprendono, tentano sempre di deviare verso rotte di comodo. Insomma… meglio perderli che trovarli, soprattutto perché i loro interventi sono sempre di matrice distruttiva. Comunque niente di traumatizzante, cose da blog, in fondo anche la bella stagione porta in dote le zanzare, una spruzzata di Autan ed è risolto il problema.

Tullio Antimo da Scruovolo

La seduzione… arte, “sclero” o raggiro???

corso sex22

Le doglie che hanno preceduto il parto di questo post sono state indolori e rapide ma… L’argomento in questione mi ha creato una sorta di conflitto interiore, un bellicoso scontro tra il mio innato sarcasmo e la tentazione di produrmi in una ghigliottinante performance tecnica. Meglio risolverla salomonicamente dando una botta al serio e una al faceto.

Internet, svolta storica che più di ogni altra ha cambiato e continuerà a cambiare il mondo, più delle focaccine di Banderas, della Nail Art, dell’happy hour, del tacco 12, della salama da sugo, del mocio vileda e del reggipetto push-up.  Una conquista tecnologica che nemmeno la fervida fantasia di cineasti e scrittori ebbe mai l’ardire di immaginare, dopo oltre venti anni di progressiva e incessante diffusione, il “web-richiamo” che spadroneggia e detiene il record delle cliccate è lo stesso da sempre, il SESSO, leader incontrastato della grande madre rete. Il mouse è socialista ma al sesso bisogna comunque arrivarci, nonostante le varie rivoluzioni culturali abbiano semplificato, facilitato l’iter, risultano essere ancora tantissimi (uomini e donne) i soggetti incapaci di effettuare le giuste manovre per entrare in porto e ormeggiare al molo del gaudio carnale. Come ovviare a questa angosciante lacuna??? Niente di meglio che iscriversi a un efficace “Master” di seduzione, ovviamente on line, neanche a dirlo.

Leggendo la videata che ho riportato sotto il titolo mi sono, tra una risata e l’altra, domandato se siano più balenghi gli uomini che per acquartierarsi nell’ambita, calda e umida nicchia arroventano la carta di credito (gioielli, abiti costosi, viaggi esotici, raccomandazioni, cene  a tre stelle, ecc. ecc.), oppure quelli che sborsano € 9,90 convinti di apprendere le tecniche per accoppiarsi, “agratisse”, con qualche apprezzabile “sorriso verticale”. Meta non di rado ubicata tra le disboscate cosce di una femmina altezzosa, pretenziosa e reticente, come se portarsi a letto una stronza avvenente equivalesse a un oro olimpico.

Seppur con i dovuti distinguo, da tempo le donne manifestano analogie comportamentali, probabilmente perché è in fase di sgretolamento l’atavica convinzione che in ogni maschio, proprio tutti, si annidi quel tasso di idiozia sufficiente per sbarellare anche davanti a un roito inguardabile. Può essere che la crisi economica abbia inibito a molte cougar in fregola la possibilità di noleggiare aitanti gigolò XXL. Anche qui verrebbe da chiedersi quanto possa essere appagante coitare con un bellimbusto vanesio che se la tira e, cosa facilmente intuibile, si concede solo per poter fare un’altra tacca sulla cintura mentre ritira le Hogan last collection pagate dalla “signora”. Sì, decisamente, anche le donzelle hanno preso ad acculturarsi sulla seduzione low cost.

Lapalissiano, i corsi di seduzione, a prezzo delle zucchine o costosi che siano, sono annoverabili in quella area “imprenditoriale” che capitalizza la speculazione psicologica, un po’ come affondare la katana nel burro, non vi è niente di più vulnerabile e manipolabile di una persona in carenza da rapporti immersa nella palude della frustrazione.

Non ho avuto né voglia né tempo per cercare conferme ma vivo nella granitica convinzione che alla base di ogni corso di seduzione vi sia un punto fermo, un fil rouge, un leitmotive mutuato dal modus operandi più antico, duraturo ed efficace, “farsi desiderare”. Una pratica elementare che consiste nel dosare il corteggiamento alternando momenti di grande trasporto ad assenze, anche prolungate. Cosa ben diversa dalla meno conosciuta “seduzione isterica”, strategia che mira a convogliare le varie mancanze in un unico “vuoto” per poi gestirlo a livello di psiche. E’ sbagliato pensare alla seduzione solo come elemento propedeutico alla fisicità, la vera seduzione inizia dopo il primo mix di fluidi.  Se l’humus del “farsi desiderare” consiste nel concedersi a singhiozzo per ingigantire la voglia di rivivere un godimento già provato, la “seduzione isterica” è l’apoteosi di una enfatizzazione teorica, al limite della idealizzazione, ancor più vincolante. C’è dell’altro, il/la seduttore/trice isterico/a vive la deriva carnale rinnegando il proprio piacere, l’obiettivo unico è elargirne in grande quantità, riducendo all’osso i “rate”, per incrementare il potere schiavizzante.

Proviamo a tirare le somme… le spinte motivazionali che inducono a sedurre, almeno a provarci, possono essere suddivise su tre fronti: 1) sfamare egoisticamente le proprie voglie, 2) condividere totalmente il piacere (do ut des) con il/la partner, 3) donare piacere con premeditata parsimonia per consolidare il dominio. Il punto “1” riguarda prevalentemente (prevalentemente, non totalmente) gli uomini, il punto “2” è, dovrebbe essere, la norma, il punto “3” è d’uopo leggerlo prevalentemente (prevalentemente, non totalmente) al femminile. Nonostante sia notevole e difficilmente arginabile il rischio di mandare in corto circuito i sensi nel tentativo di filtrare pulsioni ed emozioni.

Considero la seduzione semplicemente un duello, una partita a scacchi, un braccio di ferro, un tirar di scherma tra fiorettisti… non esistono regole d’ingaggio. Quando si entra nei meandri della conquista, la vera sfida da vincere è quella con le proprie debolezze.

Molto interessante, per certi versi pittoresca, la incessante evoluzione dei rapporti, uomini e donne si accoppiano da sempre, ogni epoca ha avuto regole, dettami, certezze solide, purtroppo tra i contemporanei serpeggia una grande insicurezza. Doveroso omaggiare il sempreverde Seneca: “nessun vento ti sarà mai favorevole se non sai dove andare”.

Tullio Antimo da Scruovolo