Quell’alibi chiamato “destino”…

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Quando la natura cliccò “apri file” dando inizio alla grande avventura dell’uomo su questo pianeta, ebbe la perfidia di allegare un bug incancellabile, per sempre quello strano mammifero bipede in grado, chi più chi meno, di elaborare concetti, avrebbe convissuto con un atroce dubbio: “quella strana cosa chiamata DESTINO, la si subisce oppure la si gestisce???”.

Luca Argentero, un futuro da bancario, strada spianata in quanto figlio di un dirigente di un noto istituto creditizio Torinese, “carrieruccia” garantita che gli avrebbe consentito una vita decorosa, senza eccessi nè tribolazioni. Alla giovane età di 24anni (anno 2003) esce dai ferrei schemi famigliari e si infila nel carrozzone del Grande Fratello, il padre lo osteggia in tutti i modi arrivando addirittura a minacciare ritorsioni accusandolo di “minare” prestigio e onorabilità del cognome. Lui non molla, partecipa al reality, non lo vince ma gli si aprono le porte dello “show biz”, un calendario sexy per spargere fregole e poi la fiction “carabinieri”. Oggi Luca Argentero è uno degli attori più bravi, più ricercati e più pagati della sua generazione, il traguardo, il risultato ottenuto, il sogno realizzato, è frutto del “destino” o della sua caparbietà, determinazione, volontà???

Non vi è settore, dalla cultura allo sport, dallo spettacolo all’arte, dalla scienza alla progettazione, ecc. ecc. che non annoveri autorevoli personalità giunte alla vetta dopo aver mangiato e digerito tonnellate di merda, subìto e metabolizzato boicottaggi, attraversato le paludi del sacrificio e percorso le fogne dello scoramento. E’ giusto attribuire il merito di tali faticose scalate al “destino”??? Idem per chi si è perso per strada, è giusto mettere alla sbarra il “destino” imputandogli il fallimento degli arresi???

Al termine “destino” associamo, istintivamente, due vocaboli che incutono terrore e speranza: “sfiga e fortuna”,  uno strano, anomalo triangolo appeso al filo di un’altra parola inquietante: “fatalità”. Ci vorrebbe uno spazio ampio come una galassia per contenere la miriade di soggettive riflessioni in merito, ognuno ha proprie convinzioni, certezze, quando l’oggetto del disquisire è il “destino”. Credo sia IMPOSSIBILE rispondere, senza tema di smentita, alla domanda che chiude il primo capoverso, ciò nonostante ritengo coerente col mio interpretare la vita dare una “spallatina” verso l’agorà della razionalità, mettendo un piede nella logica e tenendo l’altro sollevato da terra in un surplace filosofico.

E’ innegabile che per vincere a un gioco basato sulla casualità sia fondamentale il fattore “C”, ma è altrettanto innegabile che per stimolarlo bisogna fare la giocata, quindi la fortuna bacia chi compie una scelta ragionata. Decidendo di fare una passeggiata nel centro di Trieste mentre la Bora impazza a 180km orari, qualora mi cadesse in testa una tegola o un vaso, sarebbe “sfiga”???, sarebbe “destino”???. E’ forse il “destino” a mandare all’altro mondo individui che hanno condotto una vita di stravizi e dissolutezza? Le teoriche responsabilità del “destino” prendono consistenza nel verificarsi delle situazioni chiamate “disgrazie”, non ci hanno messo niente di loro gli incolpevoli passeggeri uccisi dalla demenza di Schettino… dalla demenza di Schettino, non dal “destino”. Si può morire anche in aereo, in treno, in auto e in tantissime circostanze non agevolate, non cercate, non provocate, questo è un dato inconfutabile ma prima di scaricar colpe sul “destino”, bisognerebbe attingere al pozzo delle ovvietà e ricordarsi che, purtroppo, la morte è un effetto collaterale della vita, anzi, è l’unica certezza che acquisiamo quando veniamo al mondo. Il valore della vita è assoluto, non anagrafico, morire a 20anni, a 50anni o 90anni, non fa nessuna differenza, siamo noi ad aver creato tassi emotivi oscillanti che accrescono o diminuiscono il peso di una dipartita.

Eccoci giunti alle dolenti, brucianti note. Quando il “destino” diventa regista dell’AMORE…!!! Secondo il sentire diffuso si può, volendo, al limite, anche razionalizzare una sciagura ma è assolutamente impossibile, inimmaginabile, escludere il “destino” dalle vicende amorose, nel bene e nel male. E’ certamente questo l’ambito in cui il “destino” si trasforma in ingrediente essenziale, sia esso dolce o salato è di fatto elemento deresponsabilizzante. Rallegra ringraziarlo scaramanticamente quando si sguazza nel brodo di giuggiole, alleggerisce coscienza e pene incolparlo quando una storia va in vacca, insomma, un alibi “double face”. Non è così, non lo è assolutamente, siamo NOI che creiamo/cerchiamo/capitalizziamo gli incontri, siamo NOI che rendiamo belle le relazioni, siamo NOI che le roviniamo, siamo NOI gli unici responsabili di ciò che accade all’interno di una unione, il “destino” è totalmente estraneo alle nostre colpe e ai nostri meriti, ai nostri pregi e ai nostri difetti, alla nostra intelligenza e alla nostra idiozia.

Fosse bastato il “destino” a decidere le sorti di ognuno di noi, su qualsivoglia fronte, la natura non si sarebbe sbattuta fino al midollo per dotarci di cervello, purtroppo quando ha distribuito il manuale con le istruzioni per l’uso, molti se n’erano già andati convinti che nulla avrebbe potuto cambiare… indovinate cosa??? il “destino”, appunto!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

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La generazione “X”…

Il genere umano si differenzia dalle altre specie animali principalmente per via di quella strana cosa comunemente chiamata “intelligenza”, capacità di “leggere dentro” e quindi elaborare, quando questo meraviglioso dono diventa precipuo interesse per soddisfare l’avidità, si trasforma in iattura tramandata per generazioni,  una perpetua condanna all’oblio del presente. Se per “medioevo” si intende anche uno stallo sociale stratificato, i meno abbienti hanno vissuto il loro rinascimento con la caduta del fascismo e l’avvento di quell’altra cosa strana chiamata “democrazia”, concetto aleatorio, aulico, tecnicamente inapplicabile nella sua interezza (la libertà di un individuo finisce dove inizia quella di un altro ma non si capisce chi sia preposto a tracciarne la linea divisoria).

L’oblio del presente, la condanna perpetua, consistono nell’aver creato una società che considera ogni ricambio generazionale una “transizione” finalizzata al miglioramento della qualità della vita, sì, ma della generazione successiva non della propria. Genitori che si sacrificano per garantire ai figli una esistenza migliore i quali, una volta divenuti padri e madri, si sacrificheranno per i loro che… e avanti col perpetuo moto illusorio. Se tutto questo susseguirsi di sacrifici avesse un senso pratico, un obiettivo finale, una logica applicata, dovremmo aspettarci l’avvento della “GENERAZIONE X”, i fruitori finali di cotanto patire privazioni e rinunce. Poiché tale generazione sarebbe il giusto coronamento di scelte altruistiche perpetrate dalle masse (i ricchi nella GX ci vivono da sempre), c’è da starne certi che mai e poi mai verrà alla luce.

Il passaggio da “destinatario” a “mittente” del benessere è talmente repentino da non lasciare spazio ad aree di godimento (l’oblio del presente), tra laurea spesso conseguita fuori corso per svariati motivi e raggiungimento della autonomia economica, si arriva all’incirca sui 30/35 anni, età in cui ci si accasa e procrea, i single non alimentano il processo, tutt’altro, riducono il potenziale mercato ed è quindi giusto, secondo il pernicioso pensiero regnante, che paghino dazio in termini di penalizzazioni economiche, sociali e psicologiche. L’obbligo di continuare ad allargare gli orizzonti e spostare in avanti miraggi, nasce dal consumismo pilotato che ha trasformato il superfluo in bene primario, operazione finanziaria mirata ad inibire il piacere di apprezzare e godere per generazioni ciò che si ha, ciò che si è costruito, senza essere posseduti dalla smania di un miglioramento fittizio. Questo creerebbe cali di fatturato e quindi di potere.

Il paradosso che aliena la vita dei cittadini “evoluti” alberga in una strategia più semplice di quanto si immagini: “l’incessante creazione di nuove esigenze seguite dalle proposte per soddisfarle”, in questo virgolettato c’è la chiave di lettura, la negazione della “GENERAZIONE X”. Un perfido medico che infetta dolosamente i pazienti per poi curarli a pagamento. Il meccanismo è talmente ben oliato da rendere quasi impossibile una razionale divisione tra giusto benessere e superfluo, un meccanismo dotato di una leva psicologica collettiva in grado di creare rapidissime assuefazioni stravolgendo valori. Il giorno in cui i popoli prenderanno coscienza vedranno quel ciclone puparo, ammaliante come una baldracca da bordello, spazzare via quotidianamente anche la chimera della “GENERAZIONE X” … allora forse, chissà, magari reagiranno.

Nella sua caratterizzazione dell’industriale brianzolo, Antonio Albanese recita una metafora comica solo in apparenza: “mio nonno ha fatto un capannone, mio padre ha fatto un capannone più grande di quello di mio nonno, io ho fatto un capannone più grande di quello di mio padre, mio figlio si droga perché non riesce a fare un capannone più grande del mio e io sono disperato, non tanto per la droga…”.

Tullio Antimo da Scruovolo