La maleducazione è un “valore” che forgia carattere e personalità…

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Non si è ancora spenta la vasta eco destata dal cartello (vedi immagine sotto il titolo) esposto all’ingresso di un ristorante nei pressi di Roma , iniziativa che ha scatenato ira e sdegno nel solito popolo “tartufista”, politicamente corretto per mero asservimento ideologico. Il podio delle affermazioni: “i bambini sono il nostro futuro”, “perché privarsi del piacere di mangiare al ristorante con la propria prole?”, “è aberrante trattare i bambini come fossero cani e/o stressanti venditori di rose”, non per fare il solista ma io sottoscrivo, senza se e senza ma, il provvedimento adottato dal ristoratore.

Eventi particolari a parte che comunque si celebrano in sale riservate (compleanni, comunioni, matrimoni, battesimi, ecc. ecc.) ritengo sia da sadici costringere bimbetti di pochi anni, magari anche di pochi mesi, a subire il supplizio di star per ore in un ristorante imprigionati nel passeggino oppure inchiodati sull’apposito seggiolino. Una vera tortura, tortura che può essere lenita solo lasciandoli “scorribandare” nel locale, soluzione che rischia di infastidire avventori desiderosi di quella distensiva e serena tranquillità da pasto che niente e nessuno dovrebbe minare. Ovviamente, superfluo dirlo, il problema non sono i piccini vivaci o irrequieti bensì i genitori che adottano, spesso per comodità/ignoranza, i famigerati moderni criteri educativi, dettami vergati da una molto discutibile e discussa neo-psicopedagogia. Da non sottovalutare il lassismo genitoriale prodotto da sensi di colpa pesanti come macigni.

Le innovative direttrici educativo/formative si articolano su un concetto base elementare: “i bambini devono essere liberi di esprimere carattere e personalità in ogni contesto, frenarli significherebbe tarpare loro le ali espressive incubando frustrazioni, complessi e ansie”, IMMENSA CAZZATA. I bambini devono essere guidati per mano nel loro percorso di crescita e inserimento nella società, necessitano di figure autorevoli capaci, alla bisogna, di rendersi temporaneamente autoritarie, hanno bisogno di lenti che mettano nitidamente a fuoco i valori della socializzazione. Crescere figli come fossero cuccioli nella savana provoca, negli anni a venire, effetti collaterali devastanti, banale dirlo ma la strada giusta sta in quella terra di mezzo che divide vecchi e rigidissimi processi educativi dall’attuale perpetua indulgenza.

Molti adolescenti dei giorni nostri cresciuti nella “libertà espressiva no limit” si comportano come Mustang allo stato brado, danno del “tu” agli adulti, non hanno nessun rispetto nei confronti dei/delle compagne di scuola, mandano affanculo i Prof. Il bullismo è in crescita esponenziale fin dalle elementari, le birichinate di una volta sono diventate tragiche cazzate e non passa giorno senza che la cronaca nera si occupi di loro, se prendono una nota oppure un brutto voto, anziché espiare giuste punizioni trovano nei genitori agguerriti alleati pronti a colpevolizzare gli insegnanti.

Quelli della mia generazione e precedenti sono stati educati e formati da una solida alleanza “famiglia & scuola”, inamovibili riferimenti che si completavano in una eccellente diversificazione dei ruoli, certo le mele marce sono sempre esistite ma erano l’eccezione, oggi sono la regola. Gli insegnanti sono stati privati di ogni potere e autorità, nelle famiglie sono sempre più numerosi quei genitori di tendenza che si rifiutano, categoricamente, di accettare e riconoscere carenze e lacune comportamentali dei figli, giustificandoli e difendendoli ad libitum addossando colpe a terzi.

I nostri vecchi amavano dire: “le piante bisogna addrizzarle da piccole”, non è assolutamente complicato né improbo insegnare ai bambini come ci si comporta fuori casa, ristoranti inclusi, è sufficiente comunicare con loro nel modo giusto, senza sberle né isteriche urla. Fare il genitore è un “mestiere” difficile, ancor più difficile è commutarlo in “passione”, un istinto primordiale che, nel caso latiti, non può essere sostituito da manuali, mode e “sentito dire”, ancor meno facendo propri consigli e percorsi cervellotici partoriti per una utopistica società ideale che non esisterà MAI.

Tutto ciò che costituisce una comunità si fonda su un principio base essenziale, il rispetto nei confronti degli altri, lasciare che i propri figli disturbino e facciano caciara in un ristorante è una palese mancanza di rispetto. La condivisione di uno spazio non può essere interpretata unilateralmente, il ristorante non è un parco giochi né un luna park. Chi si accomoda per mangiare, magari pure pagando salati conti, non deve essere costretto a tollerare l’incessante pianto di un pargolo nella carrozzella, nemmeno gli schiamazzi di marmocchi che si rincorrono tra sedie e tavoli. I bambini ineducati sono sempre figli di genitori maleducati.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

 

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Drugs & alcohol, rassegnazione o inarrendevolezza?…

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L’aumento del consumo di sostanze stupefacenti e bevande alcoliche è la sintesi di una gonorrea sociale scientemente ignorata (probabilmente gestita), pandemia causata da un inarrestabile virus concettuale, foreste che ardono senza incenerirsi e senza diffondere calore, fuoco buio e freddo occultato da un paravento ossimoro. Lo stravolgimento giovanile, adolescenziale, quello che più impensierisce e sgomenta, NON è dovuto al disagio imperante, NON è una risposta alla miopia istituzionale, NON è un grido di ribellione né un urlo che implora aiuto, è semplicemente un angosciante trend omologante. Difficile stringare in un post quella “spiega” che io ritengo essere verità acclarata ma volendo…

La gioventù contemporanea attribuisce ad alcol e droga una valenza aggregante, un potente brand identificativo finalizzato alla socializzazione e alla condivisione del cazzeggio anomalo fatto bibbia. Una barriera, un test, un rito iniziatico da superare per essere accettati, affiliati a quella “carboneria” inzoccolita capace di garantire una “second life” nel target di appartenenza, rigogliosa mammella pronta a dissetare e sfamare sete e fame di essere ciò che non si è. Tossici e alcolisti sono individui che hanno ceduto al nemico la trincea della razionalità, “prigionieri” che hanno abbandonato armi, bandiera e territorio in cambio di…

Eminenti sociologi e osservatori parlano di “inevitabili derive evolutive”,  scorie di un progresso fagocitante bastardissimo e selettivo, in parte è vero, per sillogismo, personalmente preferisco parlare di incompetenza genitoriale, il nebbioso porto delle giustificazioni che punta l’indice contro l’annichilimento massivo e massificante l’ho cancellato dalle mie mappe. Troppo comodo infilarsi il preservativo alibi deresponsabilizzante. Mettere al mondo un figlio NON significa conservare una stirpe, NON significa creare emanazioni, NON significa rendere tangibile la propria virilità, NON significa adeguarsi al sistema. Mettere al mondo un figlio significa firmare una cambiale in bianco che scade ogni giorno, un costoso investimento a perdere che, nella migliore delle ipotesi, produce esclusivamente gratificazioni morali e affettive.

Dopo i moti del ’68 e il successivo spurgo armato del terrore rosso e nero, i nostri governanti hanno elaborato una subdola strategia per tenere lontano i giovani dalle piazze e dalle velleità rivoluzionarie, un planning condiviso da altri Paesi Europei, allargare le maglie della tolleranza cedendo spazio ad alcol, droga e decibel. Per dirla in termini da bar periferico… “lasciamo che rincoglioniscano”, infame piano che ha garantito tranquillità urbana fino al famigerato G8 di Genova, i ragazzi sono tornati nelle piazze ma con droga e alcol divenuti normalità, indispensabili elementi di supporto.

Grazie a inchieste giornalistiche abbiamo scoperto che molti deputati e senatori consumino abitualmente cocaina, così come relatori, conferenzieri, conduttori, giornalisti, manager e AD, tuttavia ciò che più accappona la pelle è la dipendenza da alcol di molti medici chirurghi, soggetti dai quali spesso dipende la nostra vita. Se gli “apprendisti” tendono a “fondersi” per colmare vuoti, gli “arrivati” ricorrono all’uso di additivi per reggere il peso del successo e della responsabilità. Abbiamo sempre pensato, creduto, che il bisogno di estraniarsi dalla realtà riguardasse solo gli artisti, visionari per indole, Caravaggio (non solo lui) era avvezzo a ubriacarsi, nella Parigi della belle époque l’assenzio scorreva a fiumi. Anche “letteraturaland” è contaminata, per non stilare lunghi elenchi mi limito a citare Cesare Pavese e Baudelaire.

Nel relativamente recente divismo Hollywoodiano e di Cinecittà droga e alcol spopolavano, l’elenco di musicisti/attori morti per overdose o micidiali cocktails viene funestamente aggiornato in continuazione, i tentacoli della dipendenza da tempo hanno aggredito i condomini della normalità. Il popolo tende ad adeguarsi all’autolesionismo seguendo modelli, emulazioni distruttive, molti anni fa chiesi a un ragazzo: “perché sniffi?”, risposta: “pippano Agnelli e Maradona… perché io no?”.

Duole dirlo ma non vi è salvezza, saranno sempre più numerose le persone che si aggrapperanno ad ancore devastanti come droga, alcol, psicofarmaci, viagra, doping, anabolizzanti, chirurgia estetica e tutto quel disonesto sottobosco del bluff. Inevitabili domande: 1) “dove ci porterà questo irrefrenabile desiderio di raggiungere il successo alterando/modificando le qualità di base?”, 2) perché i governanti del mondo evoluto nicchiano di fronte all’incessante prodursi di amebe?”

Tullio Antimo da Scruovolo

Le “nonne” incinte…

L’allungarsi della vita media è, neanche a dirlo, un fatto positivo ma ha portato in dote alcuni effetti collaterali seriosamente definiti “ nuovi assetti sociali”. Nel secolo passato a sancire la presunta maturità dei maschietti ci pensava il servizio militare altrimenti detto “leva” (quelli buoni per il Re lo erano pure per la Regina), involontario riferimento ad Archimede interpretabile come un innalzarsi a individuo adulto, quindi pronto per il matrimonio e relativa figliolanza. Oggi non esiste più un passaggio identificabile come “ponte” che filtra, setaccia, smatarozza dall’adolescenza e proietta verso le lande della responsabilizzazione individuale contestualizzata nella collettività. Lo stesso dicasi per le femminucce, decenni addietro considerate, a soli 30anni, “zitelle” già vecchie per mettere su famiglia. Il terzo millennio ci ha consegnato ad una interminabile giovinezza, si è “ragazzi” fino ai quaranta e oltre, preti e nursery possono attendere, che fretta c’è???

I “bamboccioni schizzinosi” non si sposano perché privi di lavoro stabile, quelli/e che hanno una occupazione sicura non si sposano perché presi/e totalmente dalla carriera, il risultato è che si inizia a pensare ai fiori d’arancio e successivi fiocchi, azzurro o rosa che siano, in prossimità del mezzo secolo o giù di lì. Credo che simili motivazioni siano ipocrite frescacce di facciate (eccezion fatta per chi non ha reddito), siamo nell’epoca del sesso facile (non ci si sposa più per eliminare le acne giovanili) e dei rapporti “interinali”, a tempo determinato. Sacrificare viaggi, palestra, movida, capi griffati, SUV, avventure e bla bla bla… per cenare di fronte al TG programmando una esistenza morigerata e parsimoniosa in modo da garantire un futuro ai pargoli… è troppo impegnativo e limitativo, “machimelofafare???”

L’ovvia conseguenza è il crescente diffondersi delle maternità over 50, quasi sempre raggiunte dopo numerosi tentativi di fecondazione assistita, a dar l’esempio donne famose come cantanti, attrici, ex ballerine, show-girl, ecc. ecc. Fatto salvo l’inalienabilità del diritto alla procreazione, corre l’obbligo di analizzare gli aspetti pratici, sociali, reali, magari proiettando su uno schermo immaginario scenari futuri. L’ultima attempata aspirante mamma in ordine di tempo pare essere Carmen Russo, 53 anni suonati, il nascituro vedrà la luce nel 2013 e sarà accolto da genitori già in parabola discendente. Vista l’età media, visti i sempre più lunghi percorsi scolastici e visto come gira il mondo del lavoro, viene spontaneo pensare che l’erede della coppia Turchi/Russo rimanga orfano prima di inserirsi nel circuito produttivo, non mi pare una genialata considerando anche lo spettro del dimenticatoio, impietoso con coloro che hanno investito tutto sulla propria fisicità. In ogni caso, ricchezza economica o meno, anche la “operazione Nannini” mi ha sorpreso, tra l’altro la cantante si è investita pure del ruolo di padre, deprecabile concetto di famiglia home-made.

Prendersi cura di figli 20enni sbarazzini e magari pure straviziati a 70/75 anni è umanamente impossibile, per energie, gap generazionale, anacronistico livellamento delle ottiche di vita e lacune progettuali. Il ruolo di nonno/a ha funzioni educative molto diverse da quello genitoriale. Resta solo da chiedersi il perchè di tali decisioni, le motivazioni positive pescate nel cilindro delle giustificazioni trovano poco credito, istinto materno, bisogno di paternità, coronamento di una lunga unione, proseguo della stirpe, affetto in eccesso e via discorrendo. Diciamo che anche le critiche stereotipate sono molto discutibili, una su tutte è quella che considera un atto di “puro egoismo” la maternità tardiva.

Cestiniamo aprioristicamente le elucubrazioni dei vari “guru”, “sciamani”, saggidel villaggio” e “psicoqualchecosa” che rimbalzano da un salotto televisivo all’altro per sputare belinate pagate a cottimo. Un/a 50enne che ha piazzato qualcosa al sole, magari facendo sacrifici, potrebbe decidere di figliare e finalizzare il proprio capitale, non fosse altro per evitare di ingrassare lontani parenti sconosciuti o, peggio ancora, quelli vicini che stanno simpatici come un fascio di ortiche nelle mutande. Si può anche guardare la cosa come un investimento, figli sfornati in età avanzata destinati, almeno nelle intenzioni, a diventare “bastoni della vecchiaia” con uno standard di benessere garantito. Può esserci anche il cedimento ad un impulso vanesio, una virilità rugosa per lui (se non si è VIP è possibile mentire o bypassare sul come è stata ingravidata la compagna) e quello di una fecondità invidiabile per lei. Per ultimo ma non ultimo, l’illusorio passo a ritroso nel tempo, una casa in cui riecheggiano vagiti, appaiono giocattoli, pannolini, culle, stanze dei balocchi e varie mercanzie da infanti… è sicuramente un habitat in cui ci si sente “giovani”.

Ritengo stupido usare il fattore anagrafico come ingrediente per mutare un gesto nobile in espressione di egoismo, generare un figlio non è MAI un atto di egoismo, qualora lo fosse, anche solo una volta, dovrebbe essere considerato tale SEMPRE. Non vedo di buon occhio le gravidanze tardive ma solo ed esclusivamente per motivi di opportunità, quelle che amo chiamare “logiche applicate”. La famiglia è, deve essere, una piccola comunità con ruoli definiti, problematiche condivise e processi di maturazione paralleli, i figli imparano a fare il facile mestiere di figli sotto l’egida di genitori che imparano a fare il difficile mestiere di genitori. Ogni componente mancante, sia essa energia, sintonia o figura fisica, crea nei figli inevitabili vuoti, carenze, fragilità strutturali.

Tullio Antimo da Scruovolo

La generazione “X”…

Il genere umano si differenzia dalle altre specie animali principalmente per via di quella strana cosa comunemente chiamata “intelligenza”, capacità di “leggere dentro” e quindi elaborare, quando questo meraviglioso dono diventa precipuo interesse per soddisfare l’avidità, si trasforma in iattura tramandata per generazioni,  una perpetua condanna all’oblio del presente. Se per “medioevo” si intende anche uno stallo sociale stratificato, i meno abbienti hanno vissuto il loro rinascimento con la caduta del fascismo e l’avvento di quell’altra cosa strana chiamata “democrazia”, concetto aleatorio, aulico, tecnicamente inapplicabile nella sua interezza (la libertà di un individuo finisce dove inizia quella di un altro ma non si capisce chi sia preposto a tracciarne la linea divisoria).

L’oblio del presente, la condanna perpetua, consistono nell’aver creato una società che considera ogni ricambio generazionale una “transizione” finalizzata al miglioramento della qualità della vita, sì, ma della generazione successiva non della propria. Genitori che si sacrificano per garantire ai figli una esistenza migliore i quali, una volta divenuti padri e madri, si sacrificheranno per i loro che… e avanti col perpetuo moto illusorio. Se tutto questo susseguirsi di sacrifici avesse un senso pratico, un obiettivo finale, una logica applicata, dovremmo aspettarci l’avvento della “GENERAZIONE X”, i fruitori finali di cotanto patire privazioni e rinunce. Poiché tale generazione sarebbe il giusto coronamento di scelte altruistiche perpetrate dalle masse (i ricchi nella GX ci vivono da sempre), c’è da starne certi che mai e poi mai verrà alla luce.

Il passaggio da “destinatario” a “mittente” del benessere è talmente repentino da non lasciare spazio ad aree di godimento (l’oblio del presente), tra laurea spesso conseguita fuori corso per svariati motivi e raggiungimento della autonomia economica, si arriva all’incirca sui 30/35 anni, età in cui ci si accasa e procrea, i single non alimentano il processo, tutt’altro, riducono il potenziale mercato ed è quindi giusto, secondo il pernicioso pensiero regnante, che paghino dazio in termini di penalizzazioni economiche, sociali e psicologiche. L’obbligo di continuare ad allargare gli orizzonti e spostare in avanti miraggi, nasce dal consumismo pilotato che ha trasformato il superfluo in bene primario, operazione finanziaria mirata ad inibire il piacere di apprezzare e godere per generazioni ciò che si ha, ciò che si è costruito, senza essere posseduti dalla smania di un miglioramento fittizio. Questo creerebbe cali di fatturato e quindi di potere.

Il paradosso che aliena la vita dei cittadini “evoluti” alberga in una strategia più semplice di quanto si immagini: “l’incessante creazione di nuove esigenze seguite dalle proposte per soddisfarle”, in questo virgolettato c’è la chiave di lettura, la negazione della “GENERAZIONE X”. Un perfido medico che infetta dolosamente i pazienti per poi curarli a pagamento. Il meccanismo è talmente ben oliato da rendere quasi impossibile una razionale divisione tra giusto benessere e superfluo, un meccanismo dotato di una leva psicologica collettiva in grado di creare rapidissime assuefazioni stravolgendo valori. Il giorno in cui i popoli prenderanno coscienza vedranno quel ciclone puparo, ammaliante come una baldracca da bordello, spazzare via quotidianamente anche la chimera della “GENERAZIONE X” … allora forse, chissà, magari reagiranno.

Nella sua caratterizzazione dell’industriale brianzolo, Antonio Albanese recita una metafora comica solo in apparenza: “mio nonno ha fatto un capannone, mio padre ha fatto un capannone più grande di quello di mio nonno, io ho fatto un capannone più grande di quello di mio padre, mio figlio si droga perché non riesce a fare un capannone più grande del mio e io sono disperato, non tanto per la droga…”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il fascino del flash

Mentre aspetto in coda il mio turno per essere servito dalla farmacista, ho l’incombenza di acquistare un test di gravidanza per mia nonna che ha 98 anni e vive nel terrore di essere incinta per via di un considerevole ritardo del ciclo, una Signora attempata chiede l’ora ad un giovanotto che le sta davanti, con un certo imbarazzo questi risponde che il suo orologio è fermo, la “zia”, facendosi aria usando le ricette mediche a mo’ di ventaglio (le caldane se ne infischiano dell’aria condizionata), proclama: “bhe… almen due volte al giorno il suo orologio segna l’ora esatta”…

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