Italia sì, Italia no… la terra dei cachi!

Italiani, 60milioni di C.T. della Nazionale, scrittori, poeti, cuochi, opinionisti e tuttologi multitasking ma, secondo alcuni discendenti diretti di Dio, 60milioni di cerebrolesi boccaloni da lobotomizzare. La dice lunga il successo degli “influencer” (si moltiplicano come ratti), in assenza dei quali, pare, non sapremmo come vestirci, nutrirci, occupare il tempo libero, scegliere mete vacanziere, film, libri, risolvere l’annosa questione delle unghie incarnite e, grazie ai video-tutor, imparare a grattarci il culo e scaccolarci in pubblico senza farci sgamare (mica facile). Un accerchiamento a ranghi serrati che si fa beffe delle stoiche e sparute sacche di resistenza, accantonando scelte estreme come l’eremitaggio, non ci rimane che l’algido realismo, icona del politicamente scorretto. Ultima trincea per non farsi fagocitare.

Le incessanti bordate provengono da due unità ostili: TV e WEB, la prima è parzialmente eludibile, la seconda è una sorta di “TSO” inevitabile anche per i più scaltri, soprattutto perché particolarmente subdola nella forma e nella sostanza. Aprendo un sito di news ci imbattiamo, nostro malgrado, in personaggi più o meno famosi intenti a lavare “panni sporchi” in quella immensa e affollatissima agorà chiamata “rete”. Inversione di tendenza, ci fu un tempo in cui per un “big” la privacy era sacra, nell’era tecnologica i segmenti tragici del proprio vissuto sono una fucina di “like & follower”. Puoi avere dieci lauree o essere l’Einstein del terzo millennio ma, voce dei nuovi dettami, se non porti in dote un “container” tracimante “L & F”, rimani al palo come un jurassico Fantozzi.

Le confessioni intime non vengono postate in “ordine sparso”, assolutamente no, si procede per “filoni”, sordida strategia che surfa il redditizio reef del momento. Bypassando infanzie infelici, patologie gravi, molestie presunte o reali e l’immancabile depressione, i trend sul podio sono: 1) chiudere i rapporti sentimentali sul web, 2) fare coming out , 3) confessare un passato da tossici e/o alcolisti. Verrebbe da pensare che dietro tutto questo vi sia una mente diabolica capace di capitalizzare le famigerate e già citate “unità Aristoteliche”, quelle che hanno reso celebre la “tragedia greca” ma sarebbe una immeritata lusinga.

Saltiamo momentaneamente sul carrozzone TV con un confronto tra due “Regine” che offrono prodotti simili ma con “sentenze” diametralmente opposte:

Barbara D’Urso… esperienze in tutti i settori dello spettacolo: cinema, teatro, televisione; per un certo periodo è stata anche giornalista (con tanto di iscrizione all’albo) collaborando con alcuni mensili, tuttavia è il piccolo schermo a lanciarla nell’olimpo. GF, fiction e vari show ma il “botto” arriva con il contenitore pomeridiano, soprattutto quello domenicale, immancabili i “blocchi” trash. Ascolti che hanno provocato travasi di bile in quel della Rai che, nonostante il pedissequo avvicendarsi di conduttori, per anni non è riuscita a produrre una “domenica in” in grado di competere.

Maria De Filippi… ha più volte dichiarato pubblicamente che senza gli spintoni del potente marito (Maurizio Costanzo) non sarebbe mai diventata quello che è. Come lei stessa sostiene (onore alla onestà intellettuale), non sa recitare, non sa ballare, non sa cantare, non sa presentare (imbarazzante l’imbarazzo Sanremese), tuttavia il suo essere “alternativa” e fuori dagli stereotipi è apprezzato da molti. Ideatrice e conduttrice di due programmi tra i più discussi e discutibili: 1) “c’è posta per te”, casi umani, persone che si rincontrano dopo lustri, sputtanamento di beghe famigliari e tutto il cucuzzaro strappacore. 2) “Uomini e donne”, format inverosimile Top-fiche e Top-ganzi, ai quali basterebbe mettere piede in un qualsiasi locale per rimorchiare ogni ben di dio, vanno in televisione a cercare l’anima gemella dando vita a “pantomime tiramolla” per allungare brodo e presenze, in letteratura si chiamano “digressioni”. Anche qui il trash non latita, con tanto di opinionisti e giullari che aizzano i partecipanti come gli spettatori di un combattimento tra galli. Non sono un fan né dell’una né dell’altra, nemmeno seguo i loro programmi, un paio di puntate per carpirne la direttrice sono più che sufficienti.

Universi paralleli che stimolano riflessioni seriose.

Il mondo “social” ci erudisce sul come trasformare in valore aggiunto la strumentalizzazione dell’intimismo, messaggio preoccupante, sociologicamente pericoloso nel suo diffondere modelli comportamentali. Lo traduco in volgo chiedendo anticipatamente venia ai più sensibili: “metti tutti i cazzi tuoi in rete, manda affanculo il/la partner su twitter/facebook/instagram, spargi ai quattro venti la tua sessualità e rendi pubbliche le nefandezze esistenziali che ti opprimono, è l’unica strada per il successo, se ti dice bene, ci marci pure economicamente”. Valida alternativa è quella di sparare cazzate da mentecatti spacciandole per “esigenze primarie salvavita”, come ha fatto una certa Taylor Mega (ma chi è?): “per campare ho bisogno di un milione di euro al mese”. Effetti collaterali dovuti alla chiusura dei manicomi.

La “tv” ci propina una dubbia morale palesemente espressa nell’ultimo Sanremo, il popolo italiano, nelle vesti di utente/spettatore, è costituito da una massa di fessi, indirizzabile, manipolabile e gabbabile con il joystick della affettazione. La Signora Barbara viene quotidianamente crocefissa, per contro, la Signora Maria viene quotidianamente idolatrata. Impossibile spiegare razionalmente cotanto doppiopesismo, pur tenendo i piedi ancorati mentre le unghie grattano sugli specchi alla ricerca di una accettabile motivazione. Le prolisse e onnipresenti malelingue asseriscono con perfidia: “non conta ciò che fai, conta quanto conti”, in queste lande non c’è competizione.

E’ molto probabile che “massmediologi” e “pupari” della comunicazione siano giunti a una conclusione comune capace di incrociare le parallele, cioè creare “angeli” e “demoni” televisivi sfruttando il “percolato” dei social. E’ un circolo vizioso, le presenze televisive incrementano la popolarità sul web, la popolarità sul web incrementa le presenze televisive.

Impossibile chiudere il post senza una spruzzatina di sano cinismo: “i cecchini necessitano di un bersaglio e gli spaesati di un totem da venerare”.

Tullio Antimo da Scruovolo

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“amiciziami” che ti “amicizio”…

Quando lo spermatozoo della ignoranza feconda l’ovulo della saccenza… nasce un intellettuale snob. L’intellettuale snob (maschio, femmina, gay o asessuato che sia) è un falso eremita metropolitano, non segue il calcio, non guarda la tv (troppo trash), non legge narrativa, non legge classici, non legge saggistica, va al cinema/teatro solo se invitato/imbucato alle prime, frequenta salotti, feste, vernissage e tutte quelle situazioni in cui si mangia/beve a “ufo” e magari si “inzuppa” pure il biscottino (l’IS non scopa, “sperimenta”), indossa un look personalizzato “facciofintadifregarmenedellamoda”. Vive all’insegna del “chi sa fa, chi non sa insegna”, manco a dirlo l’intellettuale snob insegna, cioè, tenta di insegnare ma non ha i “ fondamentali”  per farlo, la sua “mission impossible” è pontificare su una umanità che non conosce.

L’ultimo bersaglio da colpire, in ordine cronologico, per l’intellettuale snob è “facebook”, definito: “una ragnatela underground in cui brulicano un miliardo di reietti sfaccendati che fingono di stringere amicizie tra loro”. Certamente il social partorito dalla fervida mente di Mark Zuckerberg di motivi per essere criticato ne offre più di uno, basti pensare alla potenzialità e agli appetiti che stimola un simile “data-base”, tuttavia per onestà intellettuale (niente affatto snob) dobbiamo riconoscere a “FB” il merito di aver dato alla rete una svolta che definire storica è il minimo sindacale.

Coloro che sono approdati in internet negli ultimi periodi non hanno potuto cogliere “il giro di boa” sopra citato, diverso è il discorso per i web-surfer di prima generazione, quelli che hanno assistito al festival della millanteria e della mistificazione, cinghiali e cinghialesse in cravatta e tutù che compivano infruttifere scorribande su vari livelli, si è vista gente spacciare per propri celeberrimi aforismi e addirittura pezzi della “Divina”, “fatalone strafiche” che marcavano un quintale e mezzo sulla bilancia e tutta quella poltiglia di belinate magnanimamente definita: “second life”. In qualche modo facebook ha passato, come un bidello vintage, un energico colpo di spugnetta sulla lavagna delle balle e delle vanterie gratuite.

Il più grande “circolo virtuale dell’amicizia” esistente al mondo ha spalancato un portone, demolito un tabù, abbattuto uno steccato, spazzato remore… ha dimostrato che mettere in rete faccia e dati sensibili non provoca nessuna calata dei barbari dalle Alpi, non ci si ritrova la folla sotto casa e non si passano notti in preda all’ansia. Facebook ha trasportato in rete la vita reale, questa è sicuramente una grande conquista ma esiste un effetto collaterale, lo stimolo a compiere l’operazione inversa, trasportare la rete nella vita reale impastando le due cose in una unica amalgama. Il rischio è quello di ridurre progressivamente gli incontri reali con le persone conosciute in internet e incrementare, con la stessa progressione, i contatti in rete con i vecchi amici reali. Non è assurdo ipotizzare un futuro fatto di rapporti prevalentemente tecnologici a discapito di quel “contatto” umano che è alla base della socializzazione, non lo è nemmeno immaginare di chiudere relazioni e amicizie reali con un semplice click o uno striminzito comunicato sul social (è già successo), “tecnica” che esonera da lunghe e stressanti spiegazioni private. Siamo entrati nell’era del crudo e tremendamente realistico: “mi piace”, di conseguenza la negazione dello stesso è da intendersi come un ovvio: “non mi piace”.

Ci attende un futuro accidioso, una alienante ottimizzazione dei tempi, una taccagneria comportamentale, un radicale cambiamento nel relazionarci e quindi uno stravolgimento del modus vivendi. Ciò avverrà ad ogni livello, anche politico, avremo tuttavia la possibilità di interagire con chiunque in modo sempre più incisivo, esprimere il nostro pensiero (da tempo FB è un “termometro” molto più affidabile dei sondaggi) e comunicare il nostro disappunto, una protesta spontanea di massa sul web spaventa i potenti molto più di una manifestazione di piazza organizzata.

Gli intellettuali snob denigrano il social network perché è un immenso “club” dove non c’è niente da scroccare, non è possibile imporre le proprie idee unilateralmente, non è possibile evitare critiche feroci, non è possibile autocelebrarsi senza incorrere in ridicolizzazioni pubbliche. Solo per questo Mark Zuckerberg meriterebbe un premio. Personalmente non amo facebook, più volte ho espresso giudizi negativi in merito ma questo non mi rende miope né mi inibisce quella lungimiranza che difetta nelle menti degli intellettuali snob. E’ in corso una “stratificazione” che ha risvolti positivi, una evoluzione “culturale” ignorata da un ministro dell’istruzione che non ha ritenuto opportuno inserire facebook tra le tracce dei recenti esami di maturità. Gli “IS” sono ovunque, soprattutto dove non dovrebbero esserci.

Tullio Antimo da Scruovolo