Chi ha paura delle donne???

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Tra i chiassosi baracconi delle giostre spopola una nuova attrazione, fantasioso restyling del “castello fantasma”, all’interno non ci sono più mostri, zombi, streghe orripilanti e vampiri assetati di sangue,  babau esodati per essere rimpiazzati da donne bellissime che ammiccano lascivamente in abiti succinti e lingerie da bordello. Proprio così, pare che niente terrorizzi gli uomini più delle donne “liberate”. Dopo la grande illusione della fase “A”: “è sempre la donna che sceglie”, si è passati al finto “vittimismo aggressivo” della fase “B”: “gli uomini hanno paura delle donne”. Mi sono sempre chiesto a quale mulino porti acqua un fiume che scorre in senso inverso, è sufficiente osservare con attenzione la questione per rendersi conto del caos cronologico che impera.

Innegabilmente per millenni gli uomini hanno guardato con circospezione alla sessualità femminile,  vissuta sempre come elemento potenzialmente destabilizzante da tenere sotto controllo, gestire, reprimere. Regole, codici e soluzioni anche estreme (basti pensare alla infibulazione e alla clausura coatta) hanno espresso un maschilismo puerilmente preventivo, voluto soprattutto dalle tre grandi religioni monoteiste. La verginità considerata dote primaria per maritarsi serviva, in teoria, a costringere una donna ad accoppiarsi con un solo uomo per tutta la vita, eliminando così deprimenti valutazioni comparative e alimentando il machismo da taverna. C’è poi la questione dell’onore, l’onorabilità di una famiglia era minata sia nel senso orizzontale che verticale, il fatto che l’utero estroverso di casa fosse mamma, sorella, moglie o figlia non faceva differenza alcuna, in questo si coglie una profonda contraddizione, se l’onore aveva tutta questa importanza perché lo si è convogliato in scrigni così fragili??? Padri, fratelli, mariti e figli erano responsabilizzati in egual misura, l’onore comportava l’onere di sorvegliare la “virtù”. Lo diceva anche Baudelaire: “maledetto sia quell’uomo che per primo ha mischiato le cose dell’amore con le cose dell’onore”. Non scordiamoci gli aspetti folcloristici vincolati ai costumi del territorio, ad alcune neospose madri e zie suggerivano di simulare l’orgasmo (una moglie “freddina” induceva il marito a cercare altrove gratificazioni alla propria virilità), ad altre consigliavano di reprimere l’orgasmo (una moglie eccessivamente “calda e vogliosa” creava gelosie e ossessioni). Le donne moderne hanno da tempo risolto questo rompicapo, con alcuni fingono, con altri si controllano e con altri ancora si liberano.

Ciò che ho scritto sono dati diffusi da sondaggi dichiarati attendibili, senza generalizzare, pare che moltissime donzelle tendano a contestualizzare il sesso alla relazione, viverlo in modi diversi.  Gli uomini, molti, soprattutto nei primi incontri, seguono stereotipi comportamentali mirando a una buona valutazione, le donne sono più attendiste e comunque ancorate a giustificazioni che vanno oltre i luoghi comuni. Una prestazione mediocre rende l’uomo mediocre, la prestazione mediocre di una donna è imputabile all’uomo in quanto incapace di trascinarla nel vortice dei sensi. Sì, certo, esistono donne “cougar” che amano prendere le redini in mano ma queste sono ancora numericamente insignificanti a livello statistico, comunque non spaventano affatto. Nella sostanza il sondaggio dice che una donna particolarmente attiva sul fronte scopereccio (marito, amante fisso e frequenti carpe diem), tenda a darsi in modi diversi, cosa che ritengo comprensibilissima. Elemento determinante è anche l’età ma qui entriamo nel territorio della chimica e delle rivalse personali e sociali.

Contrariamente a quando urlato dalle attiviste “fase B”… Non credo che i giovani leoni abbiano paura delle leonesse, fossero queste anche in carriera, realizzate, vincenti ed economicamente indipendenti, nemmeno penso che l’effetto domino, sessualmente parlando, prodotto da tali condizioni sia un problema, al contrario, per la maggior parte degli aspiranti mariti neofiti l’incubo più ricorrente è proprio quello di sposarsi una donna da mantenere. Quella di temere il gentil sesso è una diceria che nasce dal disagio di una generazione, forse due, comunque siamo alla terza se partiamo dalla genesi della “liberazione”. Oggi è venuta meno la necessità di continuare a investire su quella morale di comodo che ha caratterizzato le unioni del passato. Evoluzione che ha decretato il crollo del maschilismo di vecchia concezione, siamo in una fase certamente ancora un po’ confusa ma all’orizzonte si intravedono nuovi dettami. Oltre il molo ci attende la  rivalutazione della fiducia e quindi il conseguente crollo delle maschere e dei ruoli precostituiti, intendo quella fiducia liberatoria fondamentale per vivere appieno anche i piaceri complici delle pulsioni più intime, inconfessabili. Quando tutti vivranno la fedeltà come scelta e non come obbligo, quando uomini e donne capiranno che scoparsi tutto quello che passa davanti non è sinonimo di libertà né di appagamento, quando tutti vivranno il rispetto come chiave di lettura della vita e, me lo si lasci dire, quando le donne smetteranno di copiare gli aspetti più beceri degli uomini… Cesseranno diatribe, contrapposizioni, ostilità. “Un uomo che scopa tante donne è un vincente, una donna che la dà a tanti uomini è una puttana”, irritante codificazione dura a morire, non la si elimina trasformando le puttane in “vincenti” e nemmeno i vincenti in “puttani”.

Poco solida la teoria che vede nella determinazione sessuale delle donne la causa del proliferare dei gay, l’omosessualità è sempre esistita, esattamente come il piacere femminile, la “liberazione” dai due ghetti è stata quasi contemporanea. Tendenze omo e bollori del sesso “debole”, hanno convissuto per secoli reclusi nel braccio della vergogna. Gli Uomini non hanno paura delle donne, non più, ce l’avevano un tempo. Attendiamo con curiosità l’imminente arrivo della fase “C”,  probabilmente il prossimo slogan sarà: “per le donne la cosa più importante è l’amore”. Le leggende, metropolitane o bucoliche che si voglia, sono percorsi circolari, non portano da nessuna parte e il paesaggio è sempre lo stesso.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il tacchino grasso e la gallina ingorda…

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Miriam Raffaella Bartolini, in arte Veronica Lario, “attrice” di raro talento, una pietra miliare della cinematografia mondiale, (si fa per dire), impalmata in seconde nozze da Silvio Berlusconi, per poter sopravvivere in questo mondo di “ladri” ha bisogno di 100.000,00 (CENTOMILA) Euro al giorno, 3.000.000,00 (TREMILIONI) di Euro al mese, 36.000.000,00 (TRENTASEIMILIONI) di Euro l’anno, lo ha stabilito un giudice. Riuscirà a pagare il canone Rai e qualche seduta dall’estetista per eliminare peli superflui e inestetismi da numerose “primavere”??? Questa sentenza, come tutte quelle che riguardano l’ex premier, ha qualcosa di anomalo, orticante, infatti la separazione è “non consensuale” ma contemporaneamente “senza addebito”, ufficialmente perché una “guerra dei Roses” avrebbe provocato lo spiattellamento in piazza di situazioni imbarazzanti sicuramente negative per i figli della coppia. Strano, di Berlusconi sappiamo anche il numero delle minzioni quotidiane, forse la riservatezza mira a coprire alcune distrazioni della “Signora” (pare si sia sollazzata per anni con l’aitante capo scorta, “the bodyguard” docet).

Di corna, doppie corna e contro cornificazioni poco mi intrigo, trovo SCANDALOSO un assegno/alimenti così assurdamente esoso. Il virus strisciante che infetta le sentenze di questa natura è allucinante: “la cifra viene stabilita al fine di consentire alla beneficiaria il mantenimento del medesimo tenore di vita da coniugata”. Non discuto la necessità di una “diaria” adeguata per condurre una esistenza decorosa, magari agiata, opino il faraonico superfluo. 36.000.000,00 di Euro equivalgono al fatturato di una media industria che dà lavoro e sicurezza economica a centinaia di famiglie, la domanda d’obbligo è: “che cazzo ci deve fare con una simile cifra una quasi 60enne esonerata anche dal doversi preoccupare del benessere economico della prole???” Esiste un aspetto positivo, sembra, ripeto, SEMBRA che la Signora Bartolini dovrà versare allo Stato il 50% del malloppo, sarà sicuramente affranta, immersa nello sconforto più totale, le toccherà far conti da pizzicagnolo con carta e matita per starci dentro. In tal caso entrerebbe nella top ten delle contribuenti, nonostante il suo NON produrre reddito.

Pecunia non olet, nemmeno quella di un ex marito usato per scalare la parete dell’arrivismo sociale, un free climbing sempre in auge, le persone di umili origini quando conquistano il “palazzo” diventano più esigenti, viziate, capricciose e altezzose di quelle nobili di sangue. Il nascere nei piani bassi lascia addosso un odore indelebile e negli occhi un grigiore perenne. La prepotente, irrefrenabile voglia di riscatto si muta in esasperazione spostando oltre ogni limite la decenza. E’ materialmente impossibile che la Signora in oggetto riesca a spendere 100.000,00 Euro al giorno, neanche dovesse assoldare eserciti di gigolò, cucinieri da tre stelle Michelin, la Regina Elisabetta come colf e Schumacher come chauffeur personale. Tale somma è dovuta a fattori che non hanno niente da spartire con un “tenore di vita” adeguato al rango, quale rango??? Ci troviamo di fronte a qualcosa di laidamente surreale.

La vergogna è uno stato d’animo capace di innalzare le insegne della logica, del buon senso, della verecondia, quando la si perde totalmente si piomba nel buco nero della spudoratezza, si diviene ingranaggio di meccanismi psicologicamente perversi, devianti. La Signora Bartolini comunicò a Repubblica e Santoro di avere un “marito malato”, può anche darsi che ciò corrisponda al vero ma quando si arriva a chiedere e ottenere un simile assegno mensile… la corsia dei “malati” si allunga e si affolla, fermo restando che “spennare” un “malato” sarebbe da considerarsi ancor più disdicevole.

La crisi, terremotati, alluvionati e nuova povertà che si espande come un blob… mettiamoli rispettosamente da parte, non c’è bisogno di toccare punti sensibili per lasciare sgomenti, nemmeno aggrapparsi alle stringhe del populismo. Una simile sentenza (fosse anche frutto di un accordo segreto) INSULTA la dignità, OFFENDE l’intelligenza, ANNICHILISCE la pulizia morale, DENIGRA le donne e le rende SCHIAVE di un mercimonio concettuale. Un ex coniuge DEVE garantire una vita decorosa, questa è civiltà, la logica del “mantenimento del tenore di vita” non ha niente di civile, semplicemente trasforma il percorso di una coppia in osceno vitalizio da nababbo. Sposarsi è un gesto d’amore, sposarsi un uomo ricco è un investimento, magari non si odono le campane né si sentono le farfalle nello stomaco… è notorio, non si può avere tutto, a volte bisogna sacrificarsi e accontentarsi di un mucchio, anzi, di una MONTAGNA di soldi. Che tristezza, che squallore, che marchettone da Guinness.

Miriam Raffaella Bartolini, se lei avesse aspettato ancora qualche annetto avrebbe potuto mettere le mani su una vedovanza MILIARDARIA. Le origini non mentono, lei ha ragionato da “povera” (meglio un uovo oggi che una gallina domani), nonostante l’assegno milionario ottenuto, nonostante i “diversivi”, nonostante un marito “fortunatamente” più assente che presente. Presto arriverà il divorzio e quando il suo “benefattore” passerà a miglior vita lei dovrà campare sulle spalle dei figli. Faccia la formica, non la cicala, saltare dalle stalle alle stelle è una goduria, dalle stelle alle stalle una tragedia.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

L’abbeveratoio della vita è un fiume in cui le donne lavano panni e pezze…

La “neonata” giornata contro la violenza sulle donne, con allegata richiesta di condannare all’ergastolo gli uomini che infliggono loro la morte, ci ripropone la spinosa questione della differenziazione degli omicidi. Considero la pena capitale una giusta, “civile”, risposta a chi si arroga il diritto di togliere la vita ad altri con premeditazione, nel mentre considero “incivili” e discriminanti i distinguo che prevedono vari livelli punitivi a fronte dello stesso reato. Le “aggravanti” religiose, razziali, politiche e sessuali (a livello di appartenenza e/o orientamento), nella fattispecie femminile, ci lanciano un messaggio ambiguo. Ammazzare un ometto qualunque, bianco, apolitico, ateo ed eterosessuale, non costituisce reato da ergastolo in quanto privo di qualsivoglia movente anti-politically correct.

Abbiamo tutti coscienza di vivere in un Paese sempre pronto a strumentalizzare ogni svolazzar di foglia ma spesso ne siamo dimentichi. La violenza sulle donne è una piaga sociale che non può essere guarita con l’ipocrisia (è inutile fare la manicure a dita incancrenite), ancor meno con commemorazioni di facciata che rischiano di trasformarsi in farse come l’8 marzo (data in cui si dovrebbero listare a lutto le bandiere, altro che svaccare senza ritegno). La prevenzione che passa attraverso una educazione comportamentale di base è sicuramente un efficace vaccino.  Se non iniziamo a insegnare, fin da piccoli, a figli e nipoti il culto del rispetto della persona, non argineremo mai il fenomeno, l’esaltazione dei diritti inopportuni spacciati per evoluzione, non immette aria pulita nelle mefitiche stanze della sessualità vissuta come linguaggio sociale e non come condivisione del piacere.

L’unica strada da percorrere è quella della verità, proviamo a compiere un periplo nella “danger zone” che tanto incanta “ALCUNE” costellazioni dell’universo femminile. Se è comprensibile il fascino esercitato da uomini duri, inquietanti, avventurieri, cavalieri erranti e lone wolf, lo è molto meno apprendere che “VIP”  come Pietro Maso, Omar di Novi Ligure, Angelo Izzo e molti altri pendagli da forca, durante la loro detenzione, siano stati bersagliati da lettere appassionate e dichiarazioni d’amore da parte di donne pronte a lenir “pene”. Nel caso che riguarda il mostro del Circeo, una donna “affascinata” ha condannato a morte se stessa e l’incolpevole giovane figlia. Emblematica la vicenda dell’avvenente moglie di un avvocato penalista, nel suo svolgere mansioni di assistente del consorte, si innamorò perdutamente di un delinquente da loro difeso, matrimonio in malora e, successivamente, pure il rapporto impossibile. Intervistata dichiarò: “lo conobbi durante il processo, vederlo dietro le sbarre in tribunale mi riempiva di fremiti, quando incrociavamo gli sguardi non capivo più niente”. C’è altro, come scrisse qualcuno su un blog femminista: “c’è poco da piangere quando per fare la “figa” con le amiche ci si porta a casa il bullo del quartiere”. Sarà pur vero che al cuore e alle forti pulsioni non si comanda, sarebbe comunque il caso di imparare a controllare tali slanci valutando i pericoli, più semplicemente capire quanto sia ragionevole infilarsi in situazioni critiche facilmente prevedibili e quindi evitabili. Non è un problema di diritti né di libertà, i salti nel buio sono adrenalinici ma è molto alto il rischio di impattare sulla roccia. Non intendo ASSOLUTAMENTE giustificare comportamenti maschili da galera né generalizzare deplorevoli e minoritari modus operandi femminili, se dobbiamo fare dei distinguo… facciamoli a 360 gradi, ne ho le scatole piene di leggere espressioni tipo. “gli uomini sono tutti dei bastardi”, “gli uomini sono tutti uguali” e bla bla bla.

Credo sia ingiusto stilare percentuali di delitti nati dalla sventatezza ma anche continuare a criminalizzare tutti gli uomini in quanto tali. I tempi moderni hanno riesumato gli aspetti più esecrabili di un machismo erroneamente ritenuto estinto. I profili psicologici standardizzati dei maschi violenti sono elaborati su presupposti superficiali, diagnosi prestampate che non consentono di individuare terapie adeguate. La contrapposizione, la guerra dei sessi vissuta da qualcuno come arma politica, produce effetti collaterali devastanti. Libertà sessuale e autodeterminazione non devono disattivare il buon senso né rendere invisibili le pozze d’acido disseminate lungo il cammino dell’esistenza, credo siano più che sufficienti le problematiche date dalla casualità (mi riferisco a quegli individui che appaiono mansueti e premurosi salvo poi rivelarsi, nel tempo, spregevoli aguzzini). In questo ultimo concetto è sintetizzato il senso del post. I temporali improvvisi, imprevedibili, magari a ciel sereno, ci costringono a bagnarci, però nelle giornate di pioggia nessuno ci impedisce di uscire con l’ombrello, almeno in quelle cerchiamo di camminare riparati.

Tullio Antimo da Scruovolo

Casalinghe disperate… ma anche no!

Un prestante giovanotto transalpino sta spopolando su un portale di videochat porno, si connette per esibirsi di fronte a donne accodate per ammirarlo e… come dire… “gustarlo” virtualmente. In teoria la cosa potrebbe sembrare quasi banale ma non lo è affatto per svariate ragioni. Nell’assegnargli le dimensioni del “creapopoli” a madre natura deve essere scappata la mano, un “melius abundare quam deficere” che farebbe attapirare Rocco Siffredi.  Tuttavia non è esattamente questo l’unico elemento che lo contraddistingue, “nerchia-boy” fa “sesso socialista”, nessuna discriminante, giovani, mature, belle, roiti, cellulitiche, strafiche, smagliate, sfasciate, grasse, magre, incinte, ecc. ecc. per lui sono la stessa cosa. Adula, lusinga, valorizza tutte con la stessa galanteria, le sue performances durano mediamente dieci minuti e seguono un copione che non concede spazi alla improvvisazione. Esegue il numero gratuitamente coprendo una parte del volto e dopo aver eiaculato ringrazia educatamente la “Signora” di turno. La favoletta ha però un effetto collaterale, espletati i saluti finali salva conversazione e video per scaricare il tutto su un sito hard (concorrente di youporn), ovviamente all’insaputa delle sue “utenti” che non di rado mostrano volto e arredi di casa.

Le sedute iniziano sempre nello stesso modo, lui appare con il ”tronchetto della felicità” non visibile e chiede alla collegata: “tu veux voir?”, risposta ovvia: “oui”, al che toglie la similpecetta dalla cam e ostenta una svettante erezione, come fosse lì pronto da chissà quanto tempo. Qui inizia l’aspetto “umano” del caso, sulle espressioni che compaiono sul volto delle donne si potrebbe “vergare” un trattato, quelle mascherate ciò che provano lo “digitano” d’istinto. Con una sensibilità da cavaliere ottocentesco lui le toglie dallo stato di trance momentaneo: “tu es trè belle, tu aimes?”. Segue il canovaccio, le più scafate, smaliziate, disinibite, approfittano del bingo per portare a casa un intimo, artigianale “bottino”, le altre, quasi inebetite, eseguono disposizioni su pose, movenze e inquadrature.

 D’acchito si potrebbe pensare che il ragazzo incarni, suo malgrado, una vendetta delle “casalinghe un po’ disperate e tanto ingrifate”, un contrappasso alla lascivia femminile elargita nei locali e in rete, la donna della porta accanto che ammira avida e laida un giovane maschio ballare la lap dance aggrappato al proprio palo. In vero il fatto che tutto finisca on line rende il “rate” uno “scherzi a parte hard” dal sapore misogino. Da un punto di vista psicologico direi che il giovane sia influenzato da una forte componente femminile che si manifesta e sazia attraverso un esibizionismo sessuale fine a se stesso, cosa confermata dalla irrilevanza fisica delle gaudenti e dalla assenza di mercimonio (anche il sito dove immette i video non corrisponde denaro). Altri punti interessanti sono la maniacale monotonia del repertorio e la vanità del suo iniziale: “lo vuoi vedere?”, un patos sceneggiato che trasforma il “si” in supplica e lui da uomo oggetto in feticcio.

Dopo innumerevoli post femminili che ingiuriano, denigrano e ridicolizzano gli uomini sensibili alla vista del “sorriso verticale” messo in bella mostra dalle sgallettate, due parole su queste donnine mi paiono doverose, chiamiamola rispettosa par condicio, rispettosa perché non intendo calare la mannaia ma fare una riflessione. Eminenti (?) studiosi delle altrui velleità erotiche asseriscono da sempre che l’uomo sia predisposto ad una sessualità ottica (questo giustificherebbe il mercato della pornografia prevalentemente indirizzato a fruitori maschi), attribuendo alle donne tendenze tattili e onirico/cerebrali. Cosi fosse nel caso di specie ci troveremmo di fronte ad una invasione territoriale nell’immaginifico di considerevole portata, vista anche l’eterogeneità delle “guardone”. Non ho niente nei confronti delle donne che si tuffano nel voyeurismo e quindi non mi produrrò di certo in contro-insulti e facili luoghi comuni speculari, più realisticamente mi domando se alcune “certezze” in materia  non siano, magari, semplici leggende metropolitane divulgate scientemente per utilità sociale e moralismo di bottega. Trovo assolutamente normale che una donna si ecciti al cospetto di cotanto materiale (la tesi della “curiosità” è un alibi vetusto), trovo meno normale continuare a battere il chiodo su differenziazioni non più lucchettabili alla realtà. Da anni assistiamo a collettive isterie comportamentali delle femminucce durante gli streep maschili dell’otto marzo e non solo, in fondo il ragazzo Francese è uno specchio dei tempi, un altro passo verso la mascolinizzazione delle donne, una forma mentis new age dagli effetti difficilmente ipotizzabili se non superficialmente. Può essere che il mondo stia andando veramente a rotoli, mentre attempate Signore si lanciano nell’inebriante vortice delle chat porno, il sex symbol Antonio Banderas si mette a dialogare amorevolmente con una gallina. Il sole sorge per tutti…!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

L’arrampicata esistenziale…

Standosene serenamente seduto in mezzo ad auto sfreccianti, il flemmatico Ernesto Calindri suggeriva ad una Italia in bianco e nero assetata di progresso un bicchierino di amaro Cynar, a suo dire un toccasana contro “il logorio della vita moderna”, anni dopo nel tubo catodico è apparso un colorato, sorridente Gigi Proietti per annunciare che il “gusto pieno della vita” lo si assaporava sorseggiando l’amaro Averna. Sempre rimanendo in zona “spremuta di erbe” è doveroso citare: Petrus, “l’amarissimo che fa benissimo”, l’amaro Lucano, “cosa vuoi di più dalla vita?”, l’amaro medicinale Giuliani che “aiuta a digerire”, il monacale Don Bairo “l’uvamaro” e, ovviamente, “sopra tutto” un Fernet Branca altrimenti detto “stura budella”. La conclusione che se ne trae non lascia scampo, per fare l’uomo forte che non vuole niente di più dalla vita e che combatte il logorio guadando il gusto pieno tra un convento e un pugno di ferro… bisogna andare in cirrosi da digestivo.

Gli  intellettualmente onesti non possono esimersi dal riconoscere alla tanto odiata, assillante, invadente pubblicità, il merito di aver divulgato i concetti base della filosofia simbolica, meglio conosciuta con il termine “metafora”,  centrata in pieno quella che associa gli amari allo snodarsi dell’esistenza. Facendo free climbing sulla perpendicolare parete delle interpretazioni ci si ritrova aggrappati a graffianti spuntoni. L’amaro mistico, purificatore, l’espiazione di colpe ereditate: “lavorerai col sudore della fronte e partorirai con dolore…”, ma perché??? L’amaro cinico che evidenzia la pochezza umana scavando nella latrina dell’anima, l’amaro etico, regole concepite da uomini deboli per gestire e sottomettere uomini forti. L’amaro dell’effimero, della competizione, del materialismo, del successo vissuto come parametro valutativo del passaggio terreno. L’amaro dell’amore, il vero e unico oppio dei popoli, la più diffusa assuefazione, uno stato d’animo che spesso destabilizza equilibri e provoca devastazioni. L’amaro dell’ipocrita logica politically correct, miliardi di esistenze condizionate da storture. Altra similitudine tra l’amaro metaforico e quello in bottiglia è il contrasto tra “forma e sostanza”, stranamente gli amari sono i liquori con più zuccheri ed è proprio l’alto tasso di questi a renderli dannosi qualora se ne facesse abuso. Anche gli “zuccheri” della nostra esistenza sono temibili nemici, in uno dei suoi più celebri aforismi:”  le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare”, George Bernard Shaw mette a fuoco una contraddizione di fondo e punta l’indice sulle limitazioni imposte da linee comportamentali stilate ad hoc.

Nella illuminata deduzione citata si coglie una vera e propria requisitoria contro la morale pubblica, infatti le “cose immorali” (quelle non penalmente perseguibile) non sono affatto “illegali” ma appartengono all’area della gogna, del pubblico ludibrio, del disonore. Ricordiamo anche Baudelaire col suo: “maledetto sia quell’uomo che per primo ha mischiato le cose dell’amore con le cose dell’onore”. Chi ha intorpidito le pure acque del darsi??? Le due menti eccelse più che agli uomini in quanto tali si riferivano alle loro paure, alle loro angosce, alle loro insicurezze, al loro seme che ha fecondato l’ovulo del maschilismo preventivo/repressivo. Paure, angosce e insicurezze sociali non nascono dal nulla, ancor meno quando si manifestano autonomamente in ogni angolo del mondo, non sapremo mai se le ansie madri di civiltà al maschile siano un sottoprodotto del mercimonio o viceversa, di fatto sappiamo solo che migliaia di anni fa qualcuno/a ha trasformato il sesso, una naturale gratificazione psicofisica che non conosce target,  nella più longeva e preziosa moneta.

L’ometto in foto che si arrampica con impegno per raggiungere i cirri dell’estasi è emblematico, fatica e piacere, amaro e zucchero, né più né meno come la passata di verdura alcolica reclamizzata sotto varie etichette. La differenza tra la riga della calza e la treccia di Giulietta è solo morale. Vogliono farci credere che la vita sia veramente un bicchierino, un bicchierino pieno di un liquido amarognolo color letame ma con tanto zucchero nascosto chissà dove.

Tullio Antimo da Scruovolo