Anche i “fortunati” sono incazzati con la vita…

baratro

Non sono solo i poveri, i meno abbienti, l’ovile metropolitano e i “ratti” da borgata a essere incazzati con la vita, considerato l’elevato tasso di rassegnazione che si tange tra i “vorrei ma non posso”, non è azzardato affermare che il livore significativo, quello destabilizzante, serpeggi maggiormente tra i “potrei ma non riesco”. Chi è costretto a mangiare ali di pollo non trova consolatorio apprendere che il filetto al sangue impenni il colesterolo, coloro obbligati a recarsi al lavoro in bicicletta oppure a piedi, sfidando rigidi inverni e torride canicole, faticano a credere che i moderni “clima-bi-tri-quadri-zona” montati sulle automobili facciano venire il torcicollo e aggravino la cervicale.  Ma allora… che avranno i benestanti, ricchi, belli e famosi di così alienante da essere incazzati con la vita???

I “fortunati” incazzati con la vita sono afflitti da una sindrome non ancora messa a fuoco dalle solite menti illuminate, una patologia diffusa che nasce da una miscela: “beni materiali & carenze esistenziali”, talmente micidiale da alterare gli equilibri basici. Un “peccato originale” ancora privo di battesimo purificatore, è lunghissimo l’elenco dei “fortunati” e dei “talentuosi” caduti nelle spire della negatività e di quell’odio interiore che chiama e anticipa la morte. Ne cito tre su tutti: Michael Jackson, Christina Onassis, Diana Spencer. Un grande talento, un immenso patrimonio e un futuro scolpito nella storia, tre percorsi diversissimi ma accomunati da un rifiuto/ribellione estremizzato fino a renderlo letale.

Ho scritto “sindrome” ma forse avrei dovuto parlare di “pandemia”. Ritengo giusto partire da una considerazione rilevante, coloro che costruiscono con le proprie “mani” imperi e fortune sono immuni, come fossero vaccinati contro questo virus strisciante e subdolo. I ricchi e gli arricchiti da impresa stanno lontano dal baratro (i casi più unici che rari sono “giustificati” da fallimenti epocali), tanto meno intraprendono strade e stili di vita che conducono alla premorienza indirettamente. Da ciò si evince una anomalia che porta a ipotizzare una risposta inquietante vestita da ulteriore domanda: “i nati fortunati e/o talentuosi rischiano di crollare sotto il peso dei “sensi di colpa” (il “peccato originale” di cui sopra)???

Il venire al mondo dotati di innato talento oppure immensi patrimoni, potrebbe essere penalizzante??? Quanto destabilizza la consapevolezza di NON dover costruire bensì semplicemente sfruttare ciò che natura e avi hanno donato??? Sarebbe errato pensare che determinati squilibri nascano da una unica esigenza talmente vorace da cannibalizzare le altre??? E’ una vita a metà quella priva di impegni costruttivi??? Un talentuoso e una ereditiera hanno complessi di inferiorità nei confronti dei “self made man”??? E’ pesante l’angoscia di poter perdere in qualsiasi momento e per qualsivoglia motivo dote e doti???

Quando ci giunge notizia che un piccolo artigiano si è suicidato perché strozzato da Equitalia, quando un padre di famiglia si impicca perché non più in grado di sfamare i figli… ci assale lo sconforto da impotenza sociale e ci chiediamo, seppur solo momentaneamente e in linea teorica, cosa potremmo fare per evitare simili drammi. Quando i media comunicano al mondo l’avvenuto suicidio, rapido o lento, di un personaggio a cui la vita aveva dato tutto… rimaniamo perplessi e ci immergiamo in una sequela di interrogativi sintetizzabili in una sola parola: “perché???”.

La vita è una bilancia, se rimane in perfetto equilibrio tra realtà e sogni/aspettative, viviamo sereni, nel momento in cui inizia a pendere da una parte, rendiamo logico l’illogico e piombiamo in un limbo surreale che nessun’altro potrà mai vedere né capire. Ultimo dubbio… ricchi da stirpe a parte, moltissimi “artisti”, di caratura mondiale e storica, sarebbero diventati tali se si fossero tenuti lontano da alcool, droga e additivi vari???

Meritano menzione anche quegli “eletti” incazzati con la vita causa storture strutturali, il Presidente della Repubblica guadagna meno di molti anonimi “segretari”, un manager Bocconiano stressato da responsabilità e obiettivi capestro, incassa meno di un “calciatoruncolo” di serie B. Moltissimi atleti che dopo anni di sacrifici e privazioni conquistano l’oro olimpico, percepiscono meno di un cazzone fancazzista che vince il Grande Fratello. Tragicomica la “Montecarlofobia”, il Principato di Monaco è l’unico luogo al mondo in cui i ricconi si incazzano oltre misura, puoi avere la top car più bella e la barca più maestosa… lì troverai sempre qualcuno con una fuoriserie superiore alla tua e una barca più grande. Si diceva. “anche i ricchi piangono”, aggiorniamo: “anche i ricchi si incazzano con la vita”, pure tanto, pare.

Tullio Antimo da Scruovolo

L’amore non è solido, non è liquido, non è gassoso, è energia, forse…

rene_magritte_2

…“accoppiamoci selvaggiamente tra i rovi per vergare sulle nostre carni la passione che ci travolge, il sangue sarà inchiostro”, “maaaaaa… una motel room climatizzata no???”, “non temere, l’immenso amore ci renderà insensibili al dolore”, “ecco… cioè… come dire… sai… il mio è ancora in erba, non possiamo procrastinare il martirio???”, “allora tu non mi ami”, “per dimostrarti il mio amore dovrei scarnificarmi tra i rovi???”, “perché me lo chiedi??? tu non mi ami, decisamente no”…

La “pulp-gag” descritta sintetizza quanto sia ricercato, perseguito, il masochismo fisico, sentimentale e cerebrale intinto nella “love sauce”. E’ letteralmente impossibile dissertar d’amore senza partire dalla banalità e dai luoghi comuni, semplicemente perché, nella sua interpretazione più diffusa, è una banalità che sgambetta sulla colonna dei luoghi comuni. L’amore non è un sentimento nobile, puro, altruista, benevolo, nemmeno l’anticamera della felicità, non è una meta, uno scopo, un elisir, un container di comprensione… è uno “stato d’animo” cangiante che impasta i colori dell’esistenza creando tinte indefinibili. L’amore è una scommessa, una tragedia ludica, una chiamata alle armi di tutte le energie, destinazione: la trincea della propria pochezza.

“Stare insieme”, anche quando si odono i violini del romanticismo ottocentesco e si stipulano patti di alleanza con luna, fiori e melassa, è sempre un duello tra personalità, caratteri, esigenze, visioni, paranoie, insicurezze, sogni, proiezioni, frustrazioni, carenze e sensibilità. E’ qui che lo “stato d’animo” diventa “energia”, ogni rapporto è un incontro/scontro tra energie, con tutte le innumerevoli varianti ipotizzabili, l’amore è una cannibalizzazione delle forze, non una unione delle stesse. Le relazioni funzionano solo quando uno dei due cede le armi e accetta di essere fagocitato. Questa è la chiave di lettura, l’amore nasce da una resa, da un avvilimento parziale o totale, conscio o inconscio, della propria essenza. Analisi positiva, sto parlando di un “incastro perfetto”, quando si incontrano una personalità forte, dominante e una personalità bisognosa di essere “guidata”… il rapporto è vincente, duraturo, blindato.

Quelle che caratterizzano le unioni ad alto coinvolgimento emotivo sono energie anarchiche, totalmente fuori controllo capaci di prodursi in repentine inversioni di rotta, energie errabonde che rimbalzano dal muro delle positività a quello delle negatività, a volte bloccandosi in sospeso creando stalli chiamati “dubbi”. Sono le energie folli che alimentano intenti distruttivi come il possesso, la gelosia, l’odio, il rancore, il livore, gli spurghi biasimevoli e l’autolesionismo.

L’amore è sofferenza per antonomasia, è ricerca pedissequa del supplizio, un cilicio, ce lo dice la psicologia, la storia, la letteratura, la cinematografia e non solo. Il più significativo, rappresentativo sceneggiato, veritiero nel suo articolarsi, è certamente lo storico “uccelli di rovo”: “ma chi glielo ha fatto fare a quella scema di rovinarsi tutta la vita aspettando l’amore di un prete che ha preferito la “carriera” a lei?”, è solo un teleromanzo???, e tutte quelle “sceme” che fanno le amanti per lustri/decenni all’ombra di uomini sposati che non salperanno mai dal porto-famiglia??? Alcune energie hanno il potere di stravolgere la realtà modificandone i connotati, riescono a trasformare le illusioni in sogni realizzabili, le chimere in aspettative probabili, l’impossibile in fattibile, il marziano in terrestre ma sono solo miraggi.

Sfatiamo una leggenda, non è l’amore a spostare le montagne, niente affatto, è la passione, la passione può nascere tranquillamente da una fusione tra cervelli e carne lasciando fuori il cuore, una linea diretta senza fermate né deviazioni. Certo, ci può essere passione anche nei rapporti a 360° ma il rischio che venga penalizzata, sacrificata, limitata è onnipresente. La passione corpo/mente scatena gli istinti più reconditi appagandoli e rinnovandoli, una fonte inesauribile di energia che si perpetra nell’abbattimento delle difese proprie e altrui. L’amore ammorbante, invece, crea immobilismo attendista, toglie coraggio, sparge titubanze, non di rado porta alla rassegnazione.

Cupido organizza visite a bellissimi castelli, si parte dalla facciata, solida, imponente, si passa poi nella suggestiva sala del trono, nei saloni delle feste pieni di drappi pregiati, opere d’arte e fantasmi fiabeschi, si guardano le alcove con i letti a baldacchino intarsiati, torniti a mano. Successivamente si scende nelle cucine e si intravedono gli scarafaggi fuggire, infine ci si avventura nelle segrete, luoghi mefitici in cui si respira il nauseabondo odore dell’angoscia e del tormento.

I notiziari ci aggiornano quotidianamente sugli effetti collaterali degli acidi amorosi e le relazioni ufficiali degli psicoterapeuti mettono a fuoco un quadro allarmante. La summa di questo post è una indicazione, un suggerimento, un invito a riflettere, le relazioni appagano e rendono felici quando sfamano e dissetano gli egoismi reciproci. Partendo da questo assunto… non è possibile unirsi all’altra mezza mela se non ci si conosce a fondo, se non si ha consapevolezza dei propri bisogni, coltivare un rapporto con un/a partner tangibilmente inadeguato/a significa immolarsi in nome di una stupida ostinazione. Niente mina orgoglio, dignità e autostima più di una capitolazione amorosa sbagliata.

Gli amanti del “salto nel buio” che rincorrono scarichi di adrenalina, hanno tutto il diritto di sguazzare nelle paludi del rischio, l’importante è che si astengano dal lamentarsi e vittimizzarsi al sorgere dell’alba, il pietismo post-capriccio è irritante. L’amore… tutti lo cercano ma quasi nessuno lo trova, non quello giusto, prova provata di quanto non sia fondamentale per la sopravvivenza, checché se ne dica.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

L’ottimizzazione dell’esistenza…

post

“Peppino è un ometto di 82anni che vive in un monolocale al sesto piano di un vecchio stabile privo di ascensore, tira a campare con la “minima” tra un sorriso al Tavernello e una imprecazione. E’ mattino, c’è un bel sole, mentre si rade vicino alla finestra utilizzando specchietto e bacinella si sente chiamare dal cortile: “Peppinoooo… Peppinoooo…!!!”, si affaccia e vede il suo amico e coscritto Cecco: “cosa c’è Cecco?”, “Peppino scendi giù che devo parlarti urgentemente”, “che è successo?”, “vieni giù, dai scendi che è importante”, “arrivo”. Si pulisce la faccia, indossa la camicia e con preoccupazione si avventura per le scale, giunto in cortile: “cosa c’è Cecco?”, “ascolta Peppino, mi presti 50 euro?”, dopo alcuni secondi di meditazione: “vieni su Cecco”. I due ottuagenari iniziano il calvario degli scalini, in silenzio, lentamente e con una mano stretta al mancorrente, impiegano un tempo infinito per arrivare alla meta, dopo aver ripreso fiato Peppino guarda Cecco negli occhi e gli dice perfido. “NON LI HO”!!!”

Questa datata storiella sintetizza il modus vivendi di coloro che si lasciano fagocitare dagli effimeri meccanismi e automatismi fintamente evolutivi, iter illusori che creano aspettative sistematicamente disattese, l’attapiramento finale è doppio perché somma la delusione alla mortificazione degli sforzi compiuti. Nel programma scolastico, dalle elementari all’università, dovrebbero inserire una nuova materia: “OTTIMIZZAZIONE DELL’ESISTENZA”. Una corrente pseudofilosofica finalizzata alla riduzione, se non all’abbattimento totale, dell’usura fisica e psicologica, ricordate il carosello della Cynar: “contro il logorio della vita moderna”?

Il logorio della vita moderna non si contrasta andando in cirrosi dopo aver tracannato ettolitri di Cynar, nemmeno sottoponendosi a un regime di vita “teoricamente” salutista e spartano, della beota convinzione che l’iperattività sia fonte di benessere e serenità… neanche parlarne, lo stress non cannibalizza altro stress. Il logorio della vita moderna si combatte adottando la logica del: “minimo sforzo massima resa”. Siamo nella fase in cui urge rivalutare l’ozio, una giusta dose di ozio rigenera energie a 360°. Ricorro al volgo: “non so stare senza far niente”, “oggi non ho voglia di fare un cazzo”. Affermazioni che esprimono stati d’animo apparentemente agli antipodi, in realtà sottolineano l’alternanza naturale di due bisogni generati dalla “sinapsi” corpo/mente. E’ un madornale errore ignorare i messaggi lanciati dalla “centralina di controllo”.

Se ponessimo periodicamente sotto esame la nostra “coscienza operativa”, ci renderemmo conto di quanto sia notevole la quantità di cose inutili/evitabili portate a termine oppure abbandonate in corso d’opera, quindi dell’improduttivo impegno profuso. Il concetto di inutile/evitabile potrebbe ampliarsi a dismisura ed è quanto di più soggettivo esista, ergo elemento personalizzante, tutti dovremmo elaborare una scala delle priorità totalmente scevra da condizionamenti esterni, parlo del vivere quotidiano. Qui avverrebbe la prima incisiva scrematura, tempo fa lessi su un muro una frase che sporadicamente ripesco: “l’importante non è fare ciò che si vuole ma volere ciò che si fa”, interpretazione: “soprattutto non fare ciò che non si ha voglia di fare”.

Sono una infinità le cose fatte contro voglia depennabili dall’agenda, bianchetto e pennellino hanno nomi precisi, il primo si chiama “SANO egoismo”, il secondo “SANO individualismo”. Anteporre le altrui esigenze alle proprie è penalizzante, sul lungo termine addirittura distruttivo, in questa società il “martirio” non paga,  la “condivisione” è un valore solo se si sviluppa all’interno di un “do ut des” equilibrato. La “joie de vivre” nasce anche dalla capacità di dire “NO”. Chi non conosce se stesso non ha gli strumenti per conoscere gli altri, chi non valorizza se stesso non può e non deve illudersi che siano gli altri a farlo.

 La “ottimizzazione dell’esistenza” è un filtro che depura, smatarozza, elimina scorie e zavorre rendendo potabile la vita. L’obiettivo primario è condannare all’oblio gli schemi gestionali non vincolanti (gregarismo massificante). Viviamo in un piccolo, teorico “fortino” assediato su due fronti, quello dei doveri imposti dalla società e quello dei doveri che ci imponiamo autonomamente, quest’ultimo è il solo a concederci qualche chance di vittoria. Una vittoria che consentirebbe a ogni individuo di ritrovare se stesso e la forza di abbandonare il coro, dissetarsi di silenzio e poi tornare a cantare… magari da solista.

Tullio Antimo da Scruovolo

La morte, il ricordo e l’amnesia…

foto post

The show must go on”, la crudele “legge” che regolamenta il mondo dello spettacolo è in realtà la metafora che meglio esplica il concetto di “vita”, la morte trasformata in elemento che valorizza la sopravvivenza attraverso quel: “ciò che non mi uccide mi fortifica”, aforisma che ha reso immortale Nietzsche. Il maitre à penser Tedesco, nel suo ermetismo, lancia un messaggio chiave: “la fortificazione passa attraverso il calvario della sofferenza”, la sofferenza si nutre di ricordi che diventano sempre più nitidi, vividi nel tempo. In tutto questo c’è un involontario egoismo che vittimizza chi “vive” un lutto, prassi che rende il dolore direttamente proporzionale al valore del defunto, più è grande il vuoto che si lascia più diventa problematica la metabolizzazione della dipartita.

La “elaborazione” di una “perdita” è un percorso soggettivo molto articolato, non è nemmeno certo che tutti lo compiano, intendo totalmente, reazioni e risposte possono essere di natura differente ma la immediata NON accettazione è certamente quella più cocente, istintiva, prepotente. La rabbia per essere stati “abbandonati” si ibrida a inconsci sensi di colpa. La morte di una persona cara è una mutilazione affettiva e psicologica, esistenziale, nei momenti in cui questa è particolarmente sentita vorremmo poter immergerci in un limbo fatto di “temporanee amnesie”, non per fuggire bensì per lenire le pene quando diventano pesanti come macigni.

Ho parlato di “temporanee amnesie” perché credo la rimozione totale sia una grande mancanza di rispetto nei confronti di chi è scomparso, questa sì una vile fuga da se stessi, per quanto disperata. Riuscire a spegnere momentaneamente i ricordi mantenendo la lucidità sarebbe una efficace panacea, per tutti ma in particolare per i soggetti più deboli e sensibili, alcuni ricorrono alle “nebbie chimiche” come alcol, droga, psicofarmaci, altri in “chiusure” definibili anticamere della depressione da sconforto. Una “amnesia” a tempo, mirata, rigenererebbe energie e sane motivazioni per proseguire coriacei nel cammino della vita, tra l’altro eviterebbe “deviazioni” indotte da discutibili iter psicanalitici e/o illusorie ancore religiose.

Il dolore “vestito di nero” si articola su più fronti e ha incisività variabile, perdere un genitore al quale si era particolarmente legati significa “isolare” il passato annichilendo solidi riferimenti, la morte di una persona amata vanifica un “progetto” di vita condizionando il futuro. Quando è un figlio a morire una parte di chi l’ha generato muore con lui. Mi limito a questi casi perché ritengo siano i più significativi, senza nulla togliere alla perdita di fratelli, amici e parenti di vario grado.

Per giungere al “panta rei” in un ragionevole lasso di tempo, le “amnesie temporanee” bisogna attivarle in proprio, autonomamente, magari partendo da una riflessione che ritengo giusto ribadire: “veniamo al mondo senza chiederlo e ce ne andiamo senza volerlo, la vita non ci appartiene, non è nostra, ce l’abbiamo in gestione, la durata della stessa è relativa, sono le tracce indelebili che lasciamo nel nostro passaggio a fare la differenza. Ognuno di noi scolpisce nella pietra qualcosa per qualcuno”. Chi rimane deve avere la forza di coprire, al momento opportuno, tale pietra per poi riportarla alla luce con la forza della positività e della continuità. Non è il pianto né lo strazio a mantenere in vita un defunto bensì la consapevolezza, vissuta con serenità, di ciò che ha lasciato nel cuore e nella mente.

Chiudo come ho aperto… “the show must go on”, anche quando muore il direttore d’orchestra, il capo comico, il primo ballerino o il regista. Ogni sera, inesorabilmente, il sipario si riapre e si riaccendono le luci, così come ogni mattina sorge il sole, per i vivi, non per i morti.

Tullio Antimo da Scruovolo

quel dolce veleno chiamato “amore”…

AMORE_E_PSICHE

L’amore… il vero oppio dei popoli, stato d’animo che genera un solvente capace di fondere, corrodere, impastare i colori dell’esistenza, ingannare e illudere. Un numero circense di alta acrobazia eseguito con la benda e senza rete, un bonifico mentale che lenisce i morsi della fame di vivere ma desertifica l’habitat. Un “trip”, un allucinogeno, una scossa che rende audaci e coraggiosi timidi e felloni, generosi i taccagni, inietta verve agli accidiosi, concede di razziare qualità e doti, trasforma carattere e personalità. L’amore estrae dall’inconscio istinti primordiali, animaleschi, insegna a mentire e tradire, si trasforma in zanzara guasta sonno, ammorba la razionalità, modifica valori e priorità. Quasi dimenticavo… sporadicamente rende felice una esigua minoranza.

Perché gli esseri umani sentono il bisogno di amare ed essere amati???

A tale quesito non diedero risposta certa nemmeno le menti più illuminate che la storia ricordi, figuriamoci quanto possano valere le considerazioni/volantinaggio lanciate dal furgoncino della pochezza contemporanea. Accantoniamo il concetto allargato di “amore attaccapanni”, robusta piantana che regge di tutto, limitandoci a quello di coppia. Se scendiamo dal tappeto volante che attraversa le bianche e profumate nubi ricolme di rugiada melense, fiabesca, poetica, alla Kahlil Gibran, tanto per intenderci, se preferite alla “baci perugina”, scopriamo aspetti di matrice masochista.

Cleopatra, Elena, Giulietta e Romeo, Amleto, Anna Karenina e tantissime altre opere, ci insegnano che l’amore non è tale se non associato a sofferenza, morte e tragedia. Il dolore è l’unità di misura, la pietra di paragone che stabilisce il valore dell’amore. Più è grande il dolore che si subisce più è grande l’amore che si prova e viceversa. Nella nostra quotidianità possiamo verificare in continuazione quanto sia accattivante l’accoppiata “amore/dolore”. Scendiamo ai piani bassi, se aprite un blog in cui narrate una esperienza d’amore idilliaca… vi si filano in pochi, se postate una storia struggente, strappacuore e strappalacrime, sarete sommersi da commenti solidali, integrativi, consolatori e pieni di saggi consigli. L’amore devastante arrapa l’audience, lo constatiamo anche nei film, nelle fiction, nei libri, nelle pièces teatrali e sulla blogsfera.

Non si può morire di vecchiaia sereni e tranquilli se nella vita non si è vissuto un amore emotivamente distruttivo, drammatico, traumatizzante. Anche nei momenti di convivialità, quando si parla di storie sentimentali, a tener banco sono i “reduci”, chi ascolta con attenzione maschera invidia e speranza. Gli innamorati cronici, gli innamorati dell’amore e gli assuefatti all’amore, sono assimilabili ai ludopatici incalliti, il loro vanto consiste nell’enfatizzare le “perdite” non le rare “vittorie”, coloro che si dichiarano felicemente innamorati passano per poveri sfigati immeritevoli di essere sentimentalmente torturati. A questo punto la domanda precedente potrebbe essere sostituita con:

Perché gli esseri umani, soprattutto in amore, sentono il bisogno di soffrire e far soffrire???

In questo caso è più semplice ipotizzare risposte. Sotto un’ottica “cristiana” potrebbe essere la vera espiazione del peccato originale, una espiazione “switch”. Sul versante filosofico potremmo scomodare Schopenhauer adottando e adattando la sua teoria: ” il dolore è congenito alla volontà, la vera beatitudine consiste nell’assenza assoluta di bisogni”. Ci metto qualcosa di mio, se la vita è una recita… l’amore è certamente il camerino in cui ci si tolgono costumi, maschere, parrucche e corazze per vedere riflesse nello specchio tutte le proprie debolezze, vulnerabilità e dipendenze. L’atavica necessità di arrendersi, delegare, cedere lo scettro, abdicare, trovare l’alibi esistenziale.

L’amore è la più efficace e duratura applicazione del socialismo reale, colpisce “quasi” tutti, è molto probabile che abbia ispirato quell’articolo che compare in tutte le carte costituzionali del mondo democratico, non fa distinzione di sesso, religione, razza, ceto sociale e livello culturale. Non per fare sempre il TADS della situazione ma… l’amore potrebbe essere considerato anche un’ameba strisciante che mette a rischio la stabilità di ogni individuo, senza distinzioni di sesso, religione, razza, ecc. ecc.

Non è l’amore a dare forza per scalare montagne, guadare fiumi, attraversare deserti e solcare oceani, è la ricerca dello stesso ad infondere energie. L’amore è una meta ambita, difficile da raggiungere, il più delle volte si giunge al traguardo esausti e si capitola. Frequente è l’errore di considerare amore l’innamoramento, uno status definibile “il sabato del villaggio”, la vigilia di natale, il countdown di capodanno, un appetitoso menù quando si ha fame, un bellissimo vestito in vetrina, l’innamoramento è il piacere del desiderio, vitamina che impenna autostima, grinta e voglia di valorizzarsi. Poi, inesorabilmente, ci si accorge che nel villaggio è domenica, la vigilia di natale è passata, i botti di capodanno si sono ammutoliti, il cibo del ristorante è stato digerito e a guardar bene… quel vestito non è che sia così favoloso. Altro giro altra corsa, l’araba fenice rinasce: “prego Signore e Signori, affrettatevi ad acquistare il biglietto, il trenino dell’amore sta per partire verso nuove avventure”.

Poiché ogni volta che parlo d’amore in questi termini, spunta sempre fuori qualcuno che mi accusa di ragionare col cuore ferito da chissà quale esperienza negativa, mi corre l’obbligo fare una precisazione. Per motivi che non sto a spiegare, nella mia vita ho incontrato molte persone annientate dall’amore, esseri umani piombati in baratri di varia natura e gravità, purtroppo per alcuni la luce in fondo al tunnel non si avvicinerà mai. Anche le violenze e addirittura il femminicidio sono l’estrema degenerazione di un sentimento malato, una ferita sociale aperta suturabile solo con un gran lavoro pedagogico. Se non insegniamo ai bambini l’assoluto rispetto per la vita… questa società non metabolizzerà mai i veleni, dolci o amari che siano.

Tullio Antimo da Scruovolo