Arte e cultura sfruttano il corpo delle donne…

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Da illo tempore un gasteropode divide con una viscida striscia di bava l’avvenenza dalla intelligenza, oggetto del contendere quell’assemblaggio di particolarità fisiche denominato “donna”, non sempre corroborato da neuroni Stakanovisti ansiosi di palesarsi. La bellicosa disputa si consuma solo ed esclusivamente nelle pink-room, un uomo non si pone minimamente il problema in quanto ritiene ovvio l’emergere del cervello, qualora esista. Ciò che si pretende, capziosamente, è che i maschi abbiano la capacità di individuare il QI di una femmina osservandone le fattezze. Potrà mai un uomo “normale” interrogarsi sulle conoscenze scientifiche e filosofiche di una Barbie che deambula, sculettando ammiccante, su vertiginosi tacchi indossando una mini inguinale e una scollatura ombelicale??? Falsa icona del “bella e oca meglio che intelligente” è stata Sandra Milo, una scelta comportamentale meditata, sicuramente anche sofferta ma mantenuta per decenni, difficile credere appartenga a questo target. Le bonazze si scopano e si scaricano, lei è stata l’amante/confidente per tantissimi anni di uomini come Bettino Craxi e Federico Fellini, anche loro erano babbei pronti a sbarellare davanti a una “gallina”???

“Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo è una “opera feroce” intrecciata con corde contraddittorie e la negazione storico/culturale della mediaticità contemporanea. La giornalista si è avventurata in una improbabile, puerile e grottesca crociata anti Ricci, alias anti Mediaset, alias anti Arcore. Peccato lo abbia fatto sponsorizzata da “Repubblica”, un fronte editoriale uso riempire i propri magazine con donne nude e il sito web con video hard. Qualcuno dica alla Zanardo che per cingersi la vita con il laticlavio e assumere atteggiamenti ieratici credibili occorrono presupposti a lei sconosciuti. Far passare come “corpi sfruttati” veline e ragazze fast food significa insultare le SCHIAVE VERE costrette a subire tremende angherie, a volte pure la morte, da parte di aguzzini senza scrupoli. Lo sfruttamento del corpo delle donne, quello negativo, non è un caposaldo del mondo dello spettacolo e della comunicazione, tutt’altro, di tali universi e di quello culturale pare ne sia addirittura linfa vitale.

Recentemente l’ottuagenario attore Lino Banfi ha rilasciato una dichiarazione “pesante” volutamente ignorata dai media obnubilati dall’olezzo moralista: “la commedia pecoreccia e godereccia degli anni 70/80 riempiva le sale cinematografiche producendo incassi notevoli, introiti che hanno dato ai produttori mezzi per realizzare film d’autore, impegnati e di denuncia”. Qui emerge una verità inquietante ma inconfutabile, la cinematografia “culturale”, “artistica”, “sociale” e di “qualità” realizzata in quegli anni, deve la luce alla coscia lunga di Edwige Fenech, al culo di Nadia Cassini, alle mammelle di Carmen Russo e al pelo pubico di tante “sgallettate”. Questo “due sponde con effetto a tenere” è tangibile anche in altri settori.

Molti grandi editori hanno “linee da cassa” nella penombra del redditizio “eros e thanatos”, rotocalchi piccanti e cliccatissimi siti hot. L’ultimo evento letterario Italiano degno di menzione a livello cifre (3.000.000 di copie vendute) è stato: “Cento colpi di spazzola…”, pruriginoso diario in salsa porno di una minorenne lanciatasi anzitempo nel vortice del sesso trasgressivo. Ampliando il raggio oltre confine è doveroso citare: “Cinquanta sfumature di…”, circa sei milioni di volumi piazzati per diffondere una tendenza sessuale controtendenza, il rapporto “Padrone-cagna”, apoteosi della riduzione a “oggetto” della donna. Lascia perplessi apprendere che il grosso della utenza sia di sesso femminile, repentina e affascinante inversione di rotta, agguerrite femministe di giorno in pubblico e cagne che anelano un Padrone da servire e riverire nella intimità della notte, lunare e lunatica alta marea delle pulsioni inconfessabili.

Si persevera diabolicamente nel far passare per vero un dettame artefatto: “gli uomini giudicano le donne in base all’aspetto esteriore”, non è assolutamente vero, sono le donne attraenti a impalcare esistenza e socialità sulla propria estetica. Il: “vorrei essere apprezzata per la mia intelligenza e non per la mia bellezza”, è un florilegio mendace annoverato tra i “classici”, nessuna donna accetterebbe di imbruttirsi per incrementare e trasformare in punto di forza la propria intelligenza, per contro, moltissime intelligenti bruttarelle baratterebbero volentieri pezzi di cervello per un corpo da copertina. Il canovaccio scritto negli ultimi decenni ripropone, replica pedissequamente, l’esiziale lasco tracciato da alcune manipolatrici della realtà, scaricare sugli uomini problematiche prettamente femminili… alibi antidepressivo??? Retorica femminista??? Posizione di comodo??? Uscita di sicurezza??? Verticalizzazione del diagonalismo???

Se il corpo delle donne è servito per diffondere cultura e arte… ripescate le allegre ed “estroverse” figliole, è sufficiente analizzare alcuni trend evolutivi per comprendere il funzionamento degli ingranaggi, il “pretino” Fabio Fazio ha iniziato come imitatore/cabarettista, la Littizzetto interpretando la borgatara “minchia Sabry”, il compianto Faletti per scalare l’olimpo degli Autori è partito dal campo base Vito Catozzo. Non dimentichiamoci che la “folgorata” Claudia Koll, la bravina Caprioglio e la rilanciata Sandrelli devono molto, se non tutto, all’odiato maschilista Tinto Brass. Chiudo con un quesito Amletico, esistenziale (si fa per dire): “prima di autodefinirsi una “grande” intellettuale di sinistra, cosa faceva Alba Parietti???”

Tullio Antimo da Scruovolo

Quell’alibi chiamato “destino”…

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Quando la natura cliccò “apri file” dando inizio alla grande avventura dell’uomo su questo pianeta, ebbe la perfidia di allegare un bug incancellabile, per sempre quello strano mammifero bipede in grado, chi più chi meno, di elaborare concetti, avrebbe convissuto con un atroce dubbio: “quella strana cosa chiamata DESTINO, la si subisce oppure la si gestisce???”.

Luca Argentero, un futuro da bancario, strada spianata in quanto figlio di un dirigente di un noto istituto creditizio Torinese, “carrieruccia” garantita che gli avrebbe consentito una vita decorosa, senza eccessi nè tribolazioni. Alla giovane età di 24anni (anno 2003) esce dai ferrei schemi famigliari e si infila nel carrozzone del Grande Fratello, il padre lo osteggia in tutti i modi arrivando addirittura a minacciare ritorsioni accusandolo di “minare” prestigio e onorabilità del cognome. Lui non molla, partecipa al reality, non lo vince ma gli si aprono le porte dello “show biz”, un calendario sexy per spargere fregole e poi la fiction “carabinieri”. Oggi Luca Argentero è uno degli attori più bravi, più ricercati e più pagati della sua generazione, il traguardo, il risultato ottenuto, il sogno realizzato, è frutto del “destino” o della sua caparbietà, determinazione, volontà???

Non vi è settore, dalla cultura allo sport, dallo spettacolo all’arte, dalla scienza alla progettazione, ecc. ecc. che non annoveri autorevoli personalità giunte alla vetta dopo aver mangiato e digerito tonnellate di merda, subìto e metabolizzato boicottaggi, attraversato le paludi del sacrificio e percorso le fogne dello scoramento. E’ giusto attribuire il merito di tali faticose scalate al “destino”??? Idem per chi si è perso per strada, è giusto mettere alla sbarra il “destino” imputandogli il fallimento degli arresi???

Al termine “destino” associamo, istintivamente, due vocaboli che incutono terrore e speranza: “sfiga e fortuna”,  uno strano, anomalo triangolo appeso al filo di un’altra parola inquietante: “fatalità”. Ci vorrebbe uno spazio ampio come una galassia per contenere la miriade di soggettive riflessioni in merito, ognuno ha proprie convinzioni, certezze, quando l’oggetto del disquisire è il “destino”. Credo sia IMPOSSIBILE rispondere, senza tema di smentita, alla domanda che chiude il primo capoverso, ciò nonostante ritengo coerente col mio interpretare la vita dare una “spallatina” verso l’agorà della razionalità, mettendo un piede nella logica e tenendo l’altro sollevato da terra in un surplace filosofico.

E’ innegabile che per vincere a un gioco basato sulla casualità sia fondamentale il fattore “C”, ma è altrettanto innegabile che per stimolarlo bisogna fare la giocata, quindi la fortuna bacia chi compie una scelta ragionata. Decidendo di fare una passeggiata nel centro di Trieste mentre la Bora impazza a 180km orari, qualora mi cadesse in testa una tegola o un vaso, sarebbe “sfiga”???, sarebbe “destino”???. E’ forse il “destino” a mandare all’altro mondo individui che hanno condotto una vita di stravizi e dissolutezza? Le teoriche responsabilità del “destino” prendono consistenza nel verificarsi delle situazioni chiamate “disgrazie”, non ci hanno messo niente di loro gli incolpevoli passeggeri uccisi dalla demenza di Schettino… dalla demenza di Schettino, non dal “destino”. Si può morire anche in aereo, in treno, in auto e in tantissime circostanze non agevolate, non cercate, non provocate, questo è un dato inconfutabile ma prima di scaricar colpe sul “destino”, bisognerebbe attingere al pozzo delle ovvietà e ricordarsi che, purtroppo, la morte è un effetto collaterale della vita, anzi, è l’unica certezza che acquisiamo quando veniamo al mondo. Il valore della vita è assoluto, non anagrafico, morire a 20anni, a 50anni o 90anni, non fa nessuna differenza, siamo noi ad aver creato tassi emotivi oscillanti che accrescono o diminuiscono il peso di una dipartita.

Eccoci giunti alle dolenti, brucianti note. Quando il “destino” diventa regista dell’AMORE…!!! Secondo il sentire diffuso si può, volendo, al limite, anche razionalizzare una sciagura ma è assolutamente impossibile, inimmaginabile, escludere il “destino” dalle vicende amorose, nel bene e nel male. E’ certamente questo l’ambito in cui il “destino” si trasforma in ingrediente essenziale, sia esso dolce o salato è di fatto elemento deresponsabilizzante. Rallegra ringraziarlo scaramanticamente quando si sguazza nel brodo di giuggiole, alleggerisce coscienza e pene incolparlo quando una storia va in vacca, insomma, un alibi “double face”. Non è così, non lo è assolutamente, siamo NOI che creiamo/cerchiamo/capitalizziamo gli incontri, siamo NOI che rendiamo belle le relazioni, siamo NOI che le roviniamo, siamo NOI gli unici responsabili di ciò che accade all’interno di una unione, il “destino” è totalmente estraneo alle nostre colpe e ai nostri meriti, ai nostri pregi e ai nostri difetti, alla nostra intelligenza e alla nostra idiozia.

Fosse bastato il “destino” a decidere le sorti di ognuno di noi, su qualsivoglia fronte, la natura non si sarebbe sbattuta fino al midollo per dotarci di cervello, purtroppo quando ha distribuito il manuale con le istruzioni per l’uso, molti se n’erano già andati convinti che nulla avrebbe potuto cambiare… indovinate cosa??? il “destino”, appunto!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

Papà, ti presento Mutumbo…

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Dialogo involontariamente captato in un ristorante: “sei razzista?”, “razzista io?, assolutamente no, sono per la tolleranza e per una società multietnica”, “se non ricordo male hai una figlia femmina”, “sì, studia all’università”, “come reagiresti se ti portasse a casa un fidanzato africano nero come la pece?”, lunghi secondi di silenzio e poi con isterica ironia… “cazzo ma perchè proprio a me dovrebbe capitare un genero negro? (testualmente)”!!!

Nel nostro bel Paese termini come tolleranza, uguaglianza, integrazione, multirazzialità, omosessualità e pluralismo delle religioni sono grandi valori, indici di civiltà e crescita, arricchimento culturale ed evoluzione sociale… a patto che non superino la soglia di casa e non creino scompiglio e angosce nella “normalità” domestica, non di rado sottoposta al giudizio di amici, parenti, colleghi e frequentazioni varie (il vecchio, caro, genuino provincialismo Italico). L’apertura mentale teorica, l’accettazione “conto terzi” della “diversità”, il nostro dire (facendo gli scongiuri con la mano in tasca): “hai un figlio gay? E allora?… siamo nel terzo millennio”, ci tengono acquartierati nelle nicchie del compatimento travestito da modernità.

Nell’ovile degli “Italian stallion”, del “sacro cuore di Gesù”, del “mogli e buoi dei paesi tuoi” e del “sì però, sai mica come ragionano questi…”, vestire i panni del “cittadino del mondo” diventa una farsa, più precisamente una farsa recitata sotto la regia del pensiero “politically correct”. Corrente innovativa che trova l’applicazione pratica nel “predicare bene e razzolare male”, l’aspetto più viscido lo si coglie nella incriminazione esasperata ed esasperante della “normalità”.

Di quali colpe si macchia un credente che NON festeggia la conversione di un figlio a religione diversa??? Di quali colpe si macchia un genitore che NON festeggia la scoperta di avere un figlio gay??? Di quali colpe si macchia un genitore che NON festeggia il cambio di razza nella progenie??? Perché tacciare di razzismo, xenofobia e omofobia colui che è ancorato ad un modo di vivere tramandato per secoli??? La presunta ottusità del conservatorismo chi la stabilisce???

Recentemente in un interessante scambio di vedute su un blog amico,  un commentatore mi ha chiesto cosa intendessi per “normalità”, ho risposto sintetizzando i valori della tradizione, dei costumi, degli usi, ovviamente senza condannare né giudicare chi decide di intraprendere strade diverse. La libertà individuale è sacra, così come lo è il diritto di condividere o meno le scelte di vita dei propri cari. In Italia una famiglia “normale” è costituita da un padre maschio, una madre femmina e da figli educati e cresciuti stando al passo coi tempi senza perdere di vista i valori radicati (è imbarazzante dover parlare di “padri maschi” e “madri femmine”).

Una società che guarda veramente al futuro non dovrebbe puntare alla creazione di una torre di babele eretta, abusivamente, tra le sterpaglie di sodoma e gomorra, la società ideale è quella in cui si ottimizzano le diversità all’interno di una convivenza basata sul rispetto reciproco. Un grande condominio dove ogni appartamento rappresenta una cultura diversa ma con aree comuni da condividere. Ben vengano eventuali “fusioni” ma si sfrattino con decisione i pregiudizi boomerang, chi non intende farlo non può essere messo alla gogna. Il cambio di “look mentale” è soggettivo, non una necessità oggettiva/collettiva.

E’ indice di civiltà ed evoluzione l’accettazione di un genero nero, purchè il genero nero sia genero di qualcun’altro, è indice di civiltà ed evoluzione l’accettazione di un figlio gay, purchè il figlio gay sia figlio di qualcun’altro, è indice di civiltà ed evoluzione la tolleranza nei confronti dei rom, purchè questi si accampino nei pressi di case altrui. Quali subdoli interessi si nascondono dietro il pensiero politicamente corretto? Cosa si cela dietro l’imposizione di un fariseismo rivisitato??? Chi ci guadagna in questo assalto alla “diligenza della normalità”??? Gli Italiani “normali” non sono ideologicamente razzisti né omofobi, perché qualcuno vuol farli diventare tali creando disagi, contrapposizioni e rivalità intellettuali dando vita a doppiopesismi e colpevolizzazioni di massa??? L’integrazione degli immigrati deve obbligatoriamente passare attraverso la denigrazione della identità culturale di chi li accoglie??? Siamo alla strumentalizzazione totale della “diversità”. Si vuole trasformare l’universo gay da minoranza discriminata (sbagliatissimo)  a casta privilegiata (altrettanto sbagliatissimo), quando il Papa ha detto: “chi sono io per giudicare…”, i gay hanno reagito con una certa freddezza perché si sono sentiti “normalizzati”.

Il giorno in cui si terranno i “CAMPIONATI MONDIALI DI IPOCRISIA”, il resto del mondo dovrà impegnarsi senza lesinare le benché minime energie per conquistare l’argento e il bronzo. La medaglia d’oro, a noi Italiani, non ce la toglierà NESSUNO. In questo Paese la stragrande maggioranza dei cittadini è costretta a vivere con due linee di pensiero contrastanti, politicamente corretti in pubblico e tradizionalisti nell’intimità, c’è un vantaggio, quando la speranza si muta in rassegnazione è meno dolorosa la resa.

In un futuro non troppo lontano saranno i “normali” a dover fare “coming out”, davanti alle telecamere confesseranno timidamente: “sono Italiano, eterosessuale, mangio, bevo, vesto e scopo SOLO Italiano, vi prego, abbiate pietà di me”.   

Tullio Antimo da Scruovolo

Nuovi ricchi e nuovi maestri…

L’arte e la cultura, leccornie spesso servite sulla stessa tavola, fanno venire l’acquolina a molti ma sfamano, saziano, ingrassano pochi eletti. A ben guardare il mondo stesso, nel suo essere incantevole, ha attinto dallo stesso ricettario… un numero ristretto di privilegiati e masse di peones che si perdono a vista d’occhio ma, questo è l’aspetto più affascinante, quando parte della plebe riesce ad innalzarsi di qualche tacca cucina un minestrone gustosissimo, piatto unico, come usanza impone…

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Famo a capisse…

Il Corsera, il prestigioso Corsera, l’autorevole (non di rado autoritario) Corsera, ignorando tutto l’avvenir circostante, sbatte in prima pagina un articolo che analizza e sviscera la più terribile iattura mai capitata ai mangiaspaghetti, lo spot promozionale della Regione Calabria. Gian Antonio Stella, colui che scrisse in batteria con Sergio Rizzo un libro sulle “caste” dimenticandosi di menzionare la più perigliosa, quella di sua appartenenza, si arma di carta, penna, calamaio e dopo due mumble mumble carezzandosi il mento inizia a cecchinare sul video pubblicitario che impazza in tv…

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