La perversa e bizzarra filosofia di un gioiello sconosciuto ai più…

“TROLLBEADS”… grande intuizione, un balzo oltre la siepe, callidità partorita nella bionda frescura Danese 40anni orsono, colpo di genio che, parafrasando un vecchio slogan, vanta innumerevoli tentativi di imitazione, surrogati al cui confronto paiono dardi spuntati nella faretra della stipsi creativa. Non parliamo di un gioiello tradizionale, no, “TROLLBEADS” è un diario, un “social”, un trasmettitore, una vetrina ove esporre stati d’animo, sentimenti, umori, esperienze, passioni, ricordi, ambizioni, progetti, sogni e selfie interiori (radiografie dell’anima). Galeotto il braccialetto personalizzato, lancia in resta infilza “BEADS” di varia foggia e materiali come oro, argento, vetro e gemme elementarmente ribattezzate “pietre”, seguendo/inseguendo dettami filosofici e una anarchica butterfly che svolazza inquieta nello stomaco, carotaggi intimi per artigliare guizzi emotivi da condividere.

I prodotti di nicchia seducono il mercato senza tediare le masse con martellanti campagne pubblicitarie cucite addosso all’ammiccante testimonial di turno, strategia che crea club esclusivi riservati a estimatori e appassionati, nella fattispecie non per classe di spesa bensì per “modus pensandi”. Una aggregazione non aggregante nella accezione negativa. Tutti i “BEADS” sono rifiniti a mano, un valore aggiunto che li rende unici, impossibile trovarne due uguali. Non mi dilungherò sui vari “TROLLBEADS DAY” e nemmeno sull’annuale “TROLLBEADS CONTEST”, interessante competizione aperta a tutti in cui si vincono soldi e gloria, preferisco soppesare impulsi e messaggi, più o meno subliminali, lanciati dai suddetti monili.

A ogni “BEAD” è abbinato uno specifico significato, seppur con un minimo sindacale di forbice interpretativa, esistono pubblicazioni in grado di erudire dettagliatamente in merito. Rappresentano, per dirla asciutta, spaccati di vita vissuti, spaccati di vita contemporanei e anelati spaccati di vita a venire. Una donna che intenda approcciarsi correttamente al “TROLLBEADS WORLD” non dovrebbe bypassare tre presupposti chiave, sfogliare il PASSATO, tracciare il PRESENTE, ipotizzare il FUTURO.

Finito il marchettone addentriamoci senza meno nella stanza dei bottoni, la “TROLLBEADS WOMAN” modello, quella che meglio incarna lo spirito del gioiello, possiede un espositore con tutti i “BEADS” che la identificano nelle molteplici varianti, ogni mattina compone il braccialetto guidata da timori e desideri, angosce e positività, apatie ed energie, cali e impennate, gioie e dolori, paranoie e temerarietà. Non spaventi lo scenario, in fondo si tratta di fare esattamente ciò che da sempre accade con l’outfit, cioè stato umorale e voglia/bisogno di comunicare/non comunicare. Svolto il compitino affronta la giornata nella consapevolezza di essere perversamente “vulnerabile” ma solo al cospetto degli adepti.

Imparare a “leggere” i “BEADS” potrebbe voler dire impugnare un ottimo palanco per scardinare resistenze e ritrosie femminili, agli ometti in secca cronica si consiglia di fare incetta di manuali oppure seguire corsi di formazione, magari organizzati e patrocinati dal Dipartimento per le pari opportunità. Un avveduto interprete dei “BEADS MESSAGE” è in grado di intuire, osservando il polso di una femminuccia, se quella in corso sia una giornata da sindrome negativa o se esistano chance per fare “yo contigo tu conmigo”. Qualora non fosse ben chiaro, è una specie di Power Bank che ricarica e illumina aspettative, recondite voglie e lussuriose proiezioni ma anche bellicosi intenti e ghiandole velenifere, esistono “BEADS” per nebbie da sconforto, depressioni a tempo determinato e scleri da meteo. Lapalissiana l’intercettazione a 360°, quando una donna comunica: “oggi sono intrattabile”, tiene a distanza “pettegolame & provoloneria”.

Per quanto discreta e silente, la diffusione dei “TROLLBEADS” è parallela (passi il parkour) a quella dei social network, evidentemente le forme di “autopromozione” diventano più incisive, efficaci, se organizzate e gestite come un agguerrito team commerciale che si nutre di pane integrale e marketing. Molti considerano il crescente bisogno di mettersi a nudo l’inevitabile deriva di una società sempre più spersonalizzante e omologante, l’appiattimento globale stimola istinti repressi e sforna in trafila teorici casi umani e altrettanto teoriche amazzoni metropolitane. Sicuramente in questo vi è del vero ma forse, a ben guardare, è solo una questione di mezzi, non di fini, se l’occasione fa l’uomo opportunista, web e moderni orpelli agevolano la donna nel suo rendersi intelligibile. Il vento dell’individualismo di ritorno soffia, come il Favonio, dall’entroterra esistenziale.

Il braccialetto “TROLLBEADS” può essere paragonato a un quadro, lo si acquista per l’autore, per il valore economico, per l’incanto estetico e addirittura per il pendant cromatico. Difficile, per non dire impossibile, immaginare che tutte le donne sposino la causa della comunicazione emotiva. Sorvolo su costi e altri terricoli dettagli elargendo comunque una chicca ai taccagni, “TRALLBEADS” ha una prerogativa più unica che rara nel mondo dei preziosi, non è stato concepito per essere regalato (se non dietro espressa richiesta con tanto di lista “BEADS” allegata), il perché è facilmente intuibile. Però, simpaticamente diabolici e furbacchioni questi evoluti Danesi.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

Il maschio alfa…

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Durante una immersione subacquea nell’oceano del web ho pescato questa grassa cernia (riporto fedelmente): “…I membri del gruppo cercano approvazione dal leader e non il contrario. Per intenderci il maschio alpha non chiede alla ragazza “Ti piaccio?” o “Ti va bene questo?”. Per iniziare a comportarti da leader il primo passo è eliminare questi banali errori. Il leader, è colui che tutte vogliono, è il premio. Vediamo ora un paio di tecniche per sottointendere che hai molte donne e che tu non pendi dalle sue labbra. Parleremo del “ribaltamento dei ruoli” e dell’essere “non bisognoso”. Con delle frasi dette al momento giusto e con un linguaggio del corpo coerente devi lasciare intendere che è lei che ci sta provando con te: “Quando bevo troppo le donne se ne approfittano” (fa capire che hai altre donne)… “Perchè non mi offri da bere?” (le fa capire che la tua compagnia ha un prezzo)… “Stai perdendo punti” (quando dice una scemenza. Le fa capire che è lei sotto la tua valutazione e non il contrario)… “Piano.. Voglio prima conoscerti meglio / Ci stai provando con me?” (quando ti fa molte domande, si avvicina, sorride. Le fa capire che non ti va bene una qualsiasi ed è ancora presto, si deve impegnare di più). L’essere “non bisognoso” comprende vari atteggiamenti come smettere di comprare la sua attenzione con regali, smettere di comportarsi da uomo zerbino che esegue ogni suo ordine non appena lei apre bocca…”

Ordunque… Concetti che mettono in cassa integrazione il sense of humour, il possessore di cotanta perspicacia pro broccolamento credo abbia vissuto in solitudine a bordo di una zattera per almeno una trentina di anni, confondere il “maschio alfa” con un lumacone da banco bar è un erroraccio che cala l’alabarda sulla media in pagella. Nel mondo animale il “maschio alfa” è il capobranco, il più forte, quello che batte gli altri nei selettivi duelli per accoppiarsi con le femmine, se gli uomini adottassero gli stessi comportamenti soggiornerebbero a lungo nelle patrie galere. In natura copula il più forte perché in grado di garantire cuccioli più sani, gli umani rarissimamente lo fanno per riprodursi, peculiarità che trasloca i parametri di valutazione in insidiosi anfratti.

Si dice anche che il “maschio alfa” sia il leader del gruppo, il decisionista, il trascinatore, il primo esempio che mi sovviene è il Ragionier Filini, l’iperattivo organizzatore di eventi spaccapalle programmati per maggiormente alienare le già insulse esistenze dei personaggi Fantozziani. Quanta sicurezza, quanta forza reale alberga in un individuo “paranoiato” dal pressante bisogno di assurgere al ruolo di capo branco??? La creazione di una corte dei miracoli per aumentare le chance scoperecce è un investimento in perdita, un improponibile rapporto “spesa/resa”. L’irrefrenabile bisogno di collezionare “scalpi” non è forse un monotono peregrinare alla ricerca di conferme-surrogato??? Il magnetismo di un “maschio alfa”, a quanto pare impenitente donnaiolo, attrae solo le femmine votate al credo: “io ti cambierò”, viceversa emergerebbe una angosciante stupidità strutturale. Flebile la difesa basata sul concetto: “tanta esperienza uguale bravura”, una sola “nave scuola” ha valenza didattica superiore a quella espressa da cento sfigate, pur ammettendo i vantaggi della competenza “tecnica” data dai grandi numeri. Probabilmente il vero aspetto naif sta nello sfidare la realtà affidandosi a quell’istinto femminile non sempre razionale, ammaliare un “maschio alfa” per tentare di azzerbinarlo è un combattere contro i mulini a vento, tanta fatica per nulla. Giusta chiave di lettura, l’incontro tra due nullità produce nullità.

Credo che il “maschio alfa” vero, originale, sia il “maschio alfa-omega”, individualista che se ne frega altamente di stressarsi per guidare un gregge belante al fine di montare pecore per diritto sociale acquisito, il valore di un uomo è dato dalla sua scala delle priorità. Non ne esiste al mondo uno realmente avveduto (maschio alfa-omega) che metta la fica al primo posto, farlo significherebbe interpretare in modo errato la più elementare e diffusa esigenza fisiologica. Le donne hanno bisogno di sesso come e più degli uomini, pulsioni ammantate dalle artefatte logiche di mercato (offerta/richiesta), i cacciatori di “sorrisi verticali” dovrebbero rendersi conto che lottano instancabilmente per ottenere ciò che verrebbe loro offerto spontaneamente, senza condizione alcuna. Ma poi… per quale ragione plausibile un uomo dovrebbe sbattersi per convincere una donna ad accettare ciò che lei stessa anela ricevere??? E’ solo un gioco delle parti??? Chi ha realmente ragione nel guazzabuglio delle illusioni, gli uomini cacciatori convinti di scegliere la preda oppure le donne sicure di farsi scegliere dallo sceglitore prescelto???

Il giorno in cui i maschi cesseranno di sbavare e sbarellare al cospetto di ogni femmina graziosa, le femmine inizieranno a sbavare e sbarellare (so bene che già accade ma intendo istituzionalmente) al cospetto di ogni maschio appetibile, magari ritroso, quando ciò avverrà ci ritroveremo qui a parlare di “femmine alfa”, bypasso sui manuali di seduzione, non c’è niente di più ridicolo, per non dire patetico, di uno sprovveduto che tenta di mettere in pratica i “consigli per aspiranti cucadores”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Il cuckoldismo…

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“Cuckold” è un neologismo Inglese mutuato dall’anomalo comportamento sessuale del cuculo, uccello monogamo che nel periodo della riproduzione abbandona il nido, solo temporaneamente, per concedere ad altri maschi l’opportunità di accoppiarsi con la sua femmina. Termine semi-onomatopeico che sostituisce l’irridente espressione: “cornuto contento”. Il Cuckoldismo ha conquistato la pole position nel Gran Premio delle perversioni new age, il successo (chiamiamolo così) è dovuto al suo essere compensativo, un incastro tra due devianze: il voyeurismo domestico maschile e l’esibizionismo femminile performante. Eruzione cerebrale di pulsioni che si concretizzano in una deriva carnale totalmente estranea a combinazioni arcinote come orge, scambi di coppia, triangoli, gang bang e compagnia cantante, la coppia cuckold trasforma un/a potenziale amante in coadiuvante erotico vivente. In genere è l’uomo a cedere la propria donna al “bull” (gergo) ma esiste anche la variante al femminile, in percentuale ridotta per motivi di egocentrismo e praticità.

Le molle che spingono ad avventurarsi in questa selva oscura sono molteplici e fumose, non è un gioco erotico né una esperienza annoverabile tra le trasgressioni “una tantum”, le coppie adepte sono solide, quasi sempre unite in matrimonio, dichiarano di amarsi profondamente e di non vivere nessun rigurgito “post-rate”. Anche nel cuckoldismo esistono picchi estremi come l’amante fisso amico di famiglia e addirittura l’ingravidamento ma non è la “norma”. Chi non conosce questa sessualità deviata immagina un rapporto schiavizzante in cui la donna subisce le insane fisime del marito despota, niente di più sbagliato, nel sottobosco “cuck” è l’uomo a vivere lo status di “sub”, è l’uomo l’anello debole. Una matassa ingarbugliata che ha comunque un bandolo, i motori di ricerca dicono poco e in modo superficiale, meglio cercarla nelle deduzioni psicologiche elaborando alcuni punti saldi.

Dividiamo la gelosia in due categorie: A) la gelosia distruttiva, B) la gelosia afrodisiaca. La prima mette in piazza le insicurezze, la seconda le nasconde sotto il tappeto della libidine. Per individuare quella di appartenenza basta decodificare la reazione dominante durante le incursioni esterne, detta in spiccioli, quando un ganassa fa il broccolone con la vostra donna… quando una fimminastra fa la gatta morta col vostro uomo… se provate istinti omicidi appartenete alla categoria “A”, se vi assale una irrefrenabile voglia di fare sesso appartenete alla categoria “B”. La premessa ha un senso, il cuckoldismo è l’esorcizzazione massima della gelosia, i cinici la chiamerebbero “ottimizzazione”, posta comunque in essere attraverso una forma di controllo/gestione, è sempre il marito a individuare il bull, incombenza accettata di buon grado dalla moglie consenziente, per logica applicata.

I contorti aspetti cerebrali si evincono da alcune metonimie, il cuckold (the original) non partecipa attivamente, si limita al solo guardare ma non sempre, alcune volte non presenzia nemmeno alla “monta” (sempre gergo) optando per una tormentata e solitaria attesa in altri luoghi, esasperando così la propria eccitazione. Scelta parossistica che incornicia il godimento in una corsa contromano, il cuckold non trasforma una proiezione in realtà, trasforma la realtà in proiezione, proiezione che si “ri-materializza” durante i coiti coniugali successivi alla seduta con il bull. Lo scopo consiste nel rendere reali, vissute, le fantasie che colorano, arricchiscono e popolano il talamo di tantissime relazioni. Tutti o quasi hanno fantasie erotiche “allargate”, le coppie “normali” si limitano a sceneggiarle, quelle cuckold il film lo realizzano. Tra i principianti è in voga la versione “soft”, ridotta esclusivamente alla provocazione in luoghi pubblici come bar, pub, ristoranti, cinema, ecc.. Se un avventore si ritrova a essere oggetto di attenzioni da parte di una donna che lancia sguardi ammiccanti e mostra, sfrontatamente, parti anatomiche nonostante la presenza di un compagno “distratto”, non si illuda di aver fatto breccia col suo fascino, è molto probabile che una coppia cuckold lo stia usando per eccitarsi.

Tema ricorrente, fil rouge, la centralità, il punto di forza… è l’amore, difficile a credersi ma un dato è certo, per poter blindare un rapporto al punto da non cedere a nessun’altra infiltrazione che non sia quella carnale voluta, una base robusta deve pur esserci e non credo bastino il potere della complicità e gli elementi già menzionati (compensazione e incastro). Potrebbe essere un errore scorporare i sentimenti da un rapporto capace di coinvolgere altri ma, contemporaneamente, di escluderli categoricamente da ogni raggio extra-sesso, inamovibile comandamento, almeno in teoria.

Osservando con occhio critico… il cuckold è, di fatto, un giocatore d’azzardo che scommette sulle proprie sicurezze/insicurezze, la posta in palio è altissima ma non vince mai, al massimo pareggia. Da quando è esploso il fenomeno, in Italia ha preso a diffondersi progressivamente nei primi anni ’80, fior di menti si sono prodotte in considerazioni, analisi e valutazioni, come sempre discordanti. Gli interrogativi rimasti in sospeso sono due: “In un maschio risucchiato dal tunnel del cuckoldismo, si nasconde forse una omosessualità repressa???, l’uomo “cuck” trasforma in morbosa goduria frustrazioni e umiliazioni, è corretto monitorare il cuckoldismo come una articolazione del masochismo???”.

L’aspetto misterioso di tutto l’ambaradan sta in quel bizzarro cubo di Rubik che si autoincasina nelle circonvoluzioni femminili. La moglie di un cuckold non è certamente etichettabile come zoccola (se lo fosse zoccolerebbe in proprio venendo meno al giuramento di “fedeltà cuck”), si concede a uomini che non sceglie, ha rapporti carnali programmati in cui il raggiungimento dell’orgasmo è relativo e/o ininfluente, apparentemente plasma la propria sessualità alle pulsioni del marito, si assume totalmente i rischi e accetta di trasformarsi in “oggetto”. Spontaneo chiedersi perché lo faccia, esibizionismo e protagonismo sono leve insufficienti per motivare simili carature, più credibile una drogante sensazione di potere da sdoppiamento, una second life inebriante, l’adrenalina di convivere con una intima identità segreta. L’essere cuckold di se stesse. Curiosità… saranno più numerosi gli uomini che hanno trascinato nel cuckoldismo le loro donne oppure le donne che hanno trascinato nel cuckoldismo i loro uomini??? La risposta non è affatto scontata, i maschi lo propongono, le femmine lo costruiscono step by step.

Tullio Antimo da Scruovolo

Tesorinoooooo… hai stirato le camicie???

A young woman swamped under a pile of ironing.

Le coppie che condividono lo stesso tetto, di fatto o contrattualizzate che siano, hanno in comune un pomo della discordia, una spada di Damocle inclusa nel “pacchetto menage”: la camicia stirata. Un oggetto del contendere causa di litigi, mugugni, scatti di ira, mortificazioni, frustrazioni, musi lunghi, serate saltate, emicranie da rivalsa e coiti procrastinati. LEI: “lo fa apposta per farmi incazzare, su cento camicie ne ho stirate novantanove e lui si presenta a torso nudo per chiedermi ansioso dove abbia messo la centesima”. LUI: “lo fa apposta per farmi incazzare, è una strega dotata di poteri paranormali, fra tutte le camicie che ho riesce sempre a non stirare proprio quella che intendo indossare”. Non illudetevi di risolvere l’onnipresente diatriba ingaggiando una colf versione “Miss Vaporella Easy”, potrebbe anche stirarle tutte ma quella desiderata risulterebbe, sempre e comunque, l’unica con il colletto schiacciato in quanto posizionata sotto tutte le altre impilate a grattacielo. Sì, esiste una legge di Murphy anche sulle camicie.

Non ci sono alternative ipotizzabili, per risolvere il problema la “Regina” della casa si produce, immantinente, in una estemporanea “prova d’amore” stirando la centesima “in diretta”, sorridente e felice, senza cedere alla tentazione di elaborare biografie poco lusinghiere sulla suocera ed eventuali ex. Loro sì infallibili nel pescare la camicia giusta, anche ad occhi chiusi, immergendo semplicemente la mano nel mucchio. Alle donzelle che in questo momento provano l’irrefrenabile impulso di mandarmi in gita nel posto più affollato del mondo, suggerirei di considerare la citata “prova d’amore” come un investimento sulla propria immagine. Niente al mondo valorizza/denigra una “donna-moglie-compagna” più della camicia indossata dall’uomo di casa. Rifletteteci, se un collega si presenta in ufficio con una camicia mal stirata, addirittura ciancicata, chi va sotto accusa??? Chi diventa bersaglio di perfide critiche e taglienti malelingue???

La camicia è un indumento con peculiarità uniche, lancia messaggi palesi e subliminali. Presente in ogni look, dal casual al classico, dallo smandrappato allo smoking, ce l’hanno poveri e ricchi, fino a pochi anni addietro la si indossava anche per svolgere i lavori più umili. Oggetto che ha creato espressioni popolari, nascere con la camicia significa essere fortunati, rimboccarsi le maniche della camicia vuol dire essere operosi, i sodalizi duraturi vengono definiti: culo e camicia. Forse non tutti sanno che la camicia da uomo è il capo più odiato dagli stilisti, complicato da innovare e proporre, pure da regalare, non esiste griffe o brand al mondo che non abbia toppato una collezione di camicie. Difficile da indossare, visto il suo accrescere o ridurre il tasso qualitativo degli outfit che la comprendono. La camicia sta agli uomini come i tacchi stanno alle donne, la poca confidenza impaccia, rende goffi, penalizza la disinvoltura.

Questa seconda pelle che ci copre il busto ha poteri ignorati dai più. La camicia verbalizza stati umorali, amor proprio, sessualità, personalità, carattere, chiavi di lettura esistenziali, tendenze, comunica al resto del mondo, spesso involontariamente, il proprio universo interiore, lancia una infinità di messaggi. Gli uomini tendono a sottovalutarne gli aspetti erotizzanti, la camicia è l’indumento maschile leader indiscusso nell’immaginario fetish delle donne, una delle fantasie femminili più ricorrenti consiste proprio nell’esser posseduta da un uomo che indossi solo la camicia, non generalizziamo, esiste una mirata tipologia di maschio che stimola questo desiderio. Per capire il perché è sufficiente elaborare alcune concezioni Freudiane, nelle famiglie tradizionali la prima camicia che si imparava a stirare era quella del padre, una mansione responsabilizzante che elevava al rango di “donna” e creava un contatto intimo, seppur indiretto, con la figura paterna. Sul desiderio di annodare la cravatta al papà e poi sistemargli il colletto della camicia si potrebbe scrivere un interminabile trattato… territorio marcato e coscienza ipotecata!

E’ doveroso ricordare l’aspetto ecologico, per “realizzare” una camicia di cotone occorrono, tra le altre cose, circa 7.000 (SETTEMILA) litri di acqua, quindi, esimie lettrici, quando stirate le camicie del vostro uomo, fatelo veramente con amore perché avete tra le mani un bene prezioso che custodisce inimmaginabili segreti. Piccolo suggerimento alle neofite della convivenza, è un capo rivelatore di tradimenti, niente è in grado di raccogliere e mantenere prove visive e olfattive come una camicia, se poi volete “punire” il fedifrago con una vendetta capace di gettarlo nello sconforto più totale, tagliuzzategli (come un distruggi documenti) la camicia preferita, quella alla quale è più legato, una evirazione psicologica che lascia tracce indelebili. Se preferite una ritorsione più subdola ma ugualmente efficace, bruciategliela col ferro da stiro e fatevi trovare il lacrime al suo ritorno, si incazzerà lo stesso ma metabolizzerà meglio e prima l’attacco di odio.

Tullio Antimo da Scruovolo

La gelosia…

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La gelosia è un sentimento che si nutre di fantasie malate”, aforisma condivisibile per sommi capi ma fuorviante nella sua generalizzazione, la “febbre del possesso” è un felino bulimico che divora variegate prede tendendo agguati nella selva delle vulnerabilità. Depurandola da contaminazioni sociali, culturali e ambientali, rimane ben poco, seppur rilevante. Tale sballo psicologico niente ha da spartire con l’amore in quanto frutto di uno squilibrio interiore, ripudiando il concetto di “donna/uomo oggetto”, la gelosia dovrebbe rimaner sopita ma questo non accade, il perché sta nel bandolo di una ingarbugliata matassa.

Dando vita a un rapporto “normale” si sottoscrive una clausola imprescindibile, la reciproca concessione in esclusiva di corpo e “mente”, l’accettazione di tale condizione dovrebbe essere la negazione del rovello, sul fronte della logica la gelosia in amore è una contraddizione in termini, azzarderei un ossimoro. Tuttavia nell’applicazione pratica del “contratto” emerge puntuale (con frequenza da grandi numeri) una anomalia, quello che dovrebbe essere uno stimolante positivo (l’ansia corroborante) per il sentimento nobile (l’amore), si trasforma in ingrediente negativo capace di alterare il rapporto stravolgendone gli assetti. La possessività è una reazione chimica esplosiva frutto di un mixaggio tra due paure: essere spodestati e immaginare che altri possano bearsi di un piacere che consideriamo dovuto solo a noi. Qualcuno aggrotterà la fronte ma qui le elucubrazioni sulla sicurezza in se stessi sono solo discutibili teorie, utili, al limite, nelle fasi di rinascita post-rapporto adottando il pensiero Nietzschiano. E’ possibile lasciare tracce indelebili nell’esistenza di un/a partner, non di rado profondi solchi (sentimenti immortali) ma solo un/a deficiente può crogiolarsi nelle certezze assolute che, tra l’altro, quando abbondano, diventano fucina di noia e anestesia emotiva.

La gelosia da insicurezza esiste, esiste eccome, si sviluppa prevalentemente nei rapporti frutto di approcci mendaci. Quando ci si propone per ciò che non si è, il terrore di essere sgamati nella propria essenza e quindi “licenziati”, mette in moto automatismi comportamentali limitativi e possessivi, arginanti. Il traballar dei punti fermi si palesa tangibilmente nelle due affermazioni stereotipate che caratterizzano i “socialgelosi”: (F) “mi fido di te ma non delle altre donne”, (M) “mi fido di te ma non delle tue amiche”. Traduzione prima frase: “sei un uomo, in quanto tale predisposto a soccombere stupidamente di fronte a qualsiasi zoccola”; traduzione seconda frase: “sei una donna, in quanto tale potenzialmente influenzabile/coercibile dalle tue amiche troie”, attestati di fiducia poco lusinghieri. Da non sottovalutare la gelosia fulminante provocata da “acquazzoni estemporanei”, in troppi si rendono conto di quanto sia apprezzabile il/la proprio/a partner solo nel momento in cui questi diventa oggetto di attenzioni e brame altrui.

E’ più aberrante rivendicare la “proprietà” di un corpo o di una mente? Il cuore è l’effige dell’amore ma trattasi di pubblicità ingannevole, invero è tutta “materia” che alberga nella poco romantica scatola cranica. Qualora fossimo costretti a condividere con terzi una parte del tormento dei nostri sensi, quale pulsione istintiva prevarrebbe, quella carnale oppure quella sentimentale? Meglio un/a partner che concede a noi il corpo pensando a un’altra persona, oppure un/a partner che si concede ad altri pensando a noi? Quesito che tarla milioni di cervelli, basti pensare ai triangoli forzati composti da marito, moglie e “amanteria” varia nascosta nel cofano del menage.

Stati d’animo come la gelosia divengono ingestibili quando tracimano nella paranoia, gli effetti possono essere di natura opposta fino ad allargare a dismisura il gap della estremizzazione, dalla segregazione al cuckoldismo, dal controllo ossessivo al finto menefreghismo, dallo sminuire volutamente gravi sintomi all’esasperazione delle ovvietà quotidiane. Alcuni spazzano via verecondia e dignità immergendosi nel pietismo, altri, fenomeno di tendenza, sfoderano stucchevole audacia trasformandosi in una sorta di “FBI fai da te”, loschi figuri che si mutano in cani molecolari e raffinati strateghi disseminatori di trappole e cimici. Non ci fossero le immancabili derive tragiche direi che la gelosia esulcerante, più di ogni altra cosa, sia ciò che maggiormente rende grottesco l’essere umano, grottesco e patetico.

Vade retro manuali e vademecum ma alcuni punti fermi è opportuno ricordarli: 1) iniziare un rapporto non significa andare dal notaio per redigere un rogito, 2) il modo più rapido ed efficace per occultare pregi ed evidenziare difetti è proprio quello di indossare i panni del rompicoglioni asfissiante, 3) la fedeltà è un valore se vissuta come scelta autonoma, quando viene imposta diventa una “gabbia” dalla quale evadere, assolutamente. Si sconsiglia con veemenza di improvvisarsi novelli Mosè scolpendo comandamenti personalizzati su lastre di marmo, diventano sempre, inevitabilmente, sarcastici epitaffi.

Il “geloso patologico”, maschio e/o femmina, rivendica peculiarità da sensitivo, si imbatte in alieni arrapi, psicanalizza fantasmi, verga sceneggiature, scinde l’atomo, emula Cassandra. Vive nell’angoscia che il resto del mondo abbia il solo intento di “brulicare” nel suo orticello, attua difese preventive, blinda il “tesoro” da custodire. Questi sono i peggiori in assoluto, i più devastanti, distruttivi, destabilizzati e destabilizzanti.

L’amore non è bello se non è litigarello”, “è bello litigare per poi fare pace”… come dire: “è bello comprarsi un paio di scarpe strette per provare il piacere di togliersele dopo una giornata di sofferenza”. Concetto immaturo, adolescenziale, sono ben altri i canali in grado di pepare e rinvigorire un rapporto adulto. La scopata nervosa che sigla una sceneggiata di gelosia è, di fatto, una silente geometria orgiastica virtuale, le persone incapaci di metabolizzare e contestualizzare questo “brivido” finiscono, senza tema di smentita, sulle più tremende montagne russe della gelosia.

Pessima abitudine è l’innamorarsi del potenziale individuato nel/nella nuovo/a compagno/a, ovviamente sincero/a e ignaro/a, il più delle volte le presunte “doti” sono solo proiezioni elaborate in proprio, quando ci si rende conto di aver clamorosamente toppato… alea iacta est. A quel punto scatta l’accanimento, “gelosia formativa”: “non sei quello/a che credevo ma ti ci faccio diventare io, nel mentre ti  tolgo dal “mercato”. Arduo cimento, certe strade sono percorribili solo quando vengono intraprese in totale e lucida consapevolezza ma questa è roba per evoluti…!!!

Tullio Antimo da Scruovolo