La perversa e bizzarra filosofia di un gioiello sconosciuto ai più…

“TROLLBEADS”… grande intuizione, un balzo oltre la siepe, callidità partorita nella bionda frescura Danese 40anni orsono, colpo di genio che, parafrasando un vecchio slogan, vanta innumerevoli tentativi di imitazione, surrogati al cui confronto paiono dardi spuntati nella faretra della stipsi creativa. Non parliamo di un gioiello tradizionale, no, “TROLLBEADS” è un diario, un “social”, un trasmettitore, una vetrina ove esporre stati d’animo, sentimenti, umori, esperienze, passioni, ricordi, ambizioni, progetti, sogni e selfie interiori (radiografie dell’anima). Galeotto il braccialetto personalizzato, lancia in resta infilza “BEADS” di varia foggia e materiali come oro, argento, vetro e gemme elementarmente ribattezzate “pietre”, seguendo/inseguendo dettami filosofici e una anarchica butterfly che svolazza inquieta nello stomaco, carotaggi intimi per artigliare guizzi emotivi da condividere.

I prodotti di nicchia seducono il mercato senza tediare le masse con martellanti campagne pubblicitarie cucite addosso all’ammiccante testimonial di turno, strategia che crea club esclusivi riservati a estimatori e appassionati, nella fattispecie non per classe di spesa bensì per “modus pensandi”. Una aggregazione non aggregante nella accezione negativa. Tutti i “BEADS” sono rifiniti a mano, un valore aggiunto che li rende unici, impossibile trovarne due uguali. Non mi dilungherò sui vari “TROLLBEADS DAY” e nemmeno sull’annuale “TROLLBEADS CONTEST”, interessante competizione aperta a tutti in cui si vincono soldi e gloria, preferisco soppesare impulsi e messaggi, più o meno subliminali, lanciati dai suddetti monili.

A ogni “BEAD” è abbinato uno specifico significato, seppur con un minimo sindacale di forbice interpretativa, esistono pubblicazioni in grado di erudire dettagliatamente in merito. Rappresentano, per dirla asciutta, spaccati di vita vissuti, spaccati di vita contemporanei e anelati spaccati di vita a venire. Una donna che intenda approcciarsi correttamente al “TROLLBEADS WORLD” non dovrebbe bypassare tre presupposti chiave, sfogliare il PASSATO, tracciare il PRESENTE, ipotizzare il FUTURO.

Finito il marchettone addentriamoci senza meno nella stanza dei bottoni, la “TROLLBEADS WOMAN” modello, quella che meglio incarna lo spirito del gioiello, possiede un espositore con tutti i “BEADS” che la identificano nelle molteplici varianti, ogni mattina compone il braccialetto guidata da timori e desideri, angosce e positività, apatie ed energie, cali e impennate, gioie e dolori, paranoie e temerarietà. Non spaventi lo scenario, in fondo si tratta di fare esattamente ciò che da sempre accade con l’outfit, cioè stato umorale e voglia/bisogno di comunicare/non comunicare. Svolto il compitino affronta la giornata nella consapevolezza di essere perversamente “vulnerabile” ma solo al cospetto degli adepti.

Imparare a “leggere” i “BEADS” potrebbe voler dire impugnare un ottimo palanco per scardinare resistenze e ritrosie femminili, agli ometti in secca cronica si consiglia di fare incetta di manuali oppure seguire corsi di formazione, magari organizzati e patrocinati dal Dipartimento per le pari opportunità. Un avveduto interprete dei “BEADS MESSAGE” è in grado di intuire, osservando il polso di una femminuccia, se quella in corso sia una giornata da sindrome negativa o se esistano chance per fare “yo contigo tu conmigo”. Qualora non fosse ben chiaro, è una specie di Power Bank che ricarica e illumina aspettative, recondite voglie e lussuriose proiezioni ma anche bellicosi intenti e ghiandole velenifere, esistono “BEADS” per nebbie da sconforto, depressioni a tempo determinato e scleri da meteo. Lapalissiana l’intercettazione a 360°, quando una donna comunica: “oggi sono intrattabile”, tiene a distanza “pettegolame & provoloneria”.

Per quanto discreta e silente, la diffusione dei “TROLLBEADS” è parallela (passi il parkour) a quella dei social network, evidentemente le forme di “autopromozione” diventano più incisive, efficaci, se organizzate e gestite come un agguerrito team commerciale che si nutre di pane integrale e marketing. Molti considerano il crescente bisogno di mettersi a nudo l’inevitabile deriva di una società sempre più spersonalizzante e omologante, l’appiattimento globale stimola istinti repressi e sforna in trafila teorici casi umani e altrettanto teoriche amazzoni metropolitane. Sicuramente in questo vi è del vero ma forse, a ben guardare, è solo una questione di mezzi, non di fini, se l’occasione fa l’uomo opportunista, web e moderni orpelli agevolano la donna nel suo rendersi intelligibile. Il vento dell’individualismo di ritorno soffia, come il Favonio, dall’entroterra esistenziale.

Il braccialetto “TROLLBEADS” può essere paragonato a un quadro, lo si acquista per l’autore, per il valore economico, per l’incanto estetico e addirittura per il pendant cromatico. Difficile, per non dire impossibile, immaginare che tutte le donne sposino la causa della comunicazione emotiva. Sorvolo su costi e altri terricoli dettagli elargendo comunque una chicca ai taccagni, “TRALLBEADS” ha una prerogativa più unica che rara nel mondo dei preziosi, non è stato concepito per essere regalato (se non dietro espressa richiesta con tanto di lista “BEADS” allegata), il perché è facilmente intuibile. Però, simpaticamente diabolici e furbacchioni questi evoluti Danesi.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

L’ottimizzazione dell’esistenza…

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“Peppino è un ometto di 82anni che vive in un monolocale al sesto piano di un vecchio stabile privo di ascensore, tira a campare con la “minima” tra un sorriso al Tavernello e una imprecazione. E’ mattino, c’è un bel sole, mentre si rade vicino alla finestra utilizzando specchietto e bacinella si sente chiamare dal cortile: “Peppinoooo… Peppinoooo…!!!”, si affaccia e vede il suo amico e coscritto Cecco: “cosa c’è Cecco?”, “Peppino scendi giù che devo parlarti urgentemente”, “che è successo?”, “vieni giù, dai scendi che è importante”, “arrivo”. Si pulisce la faccia, indossa la camicia e con preoccupazione si avventura per le scale, giunto in cortile: “cosa c’è Cecco?”, “ascolta Peppino, mi presti 50 euro?”, dopo alcuni secondi di meditazione: “vieni su Cecco”. I due ottuagenari iniziano il calvario degli scalini, in silenzio, lentamente e con una mano stretta al mancorrente, impiegano un tempo infinito per arrivare alla meta, dopo aver ripreso fiato Peppino guarda Cecco negli occhi e gli dice perfido. “NON LI HO”!!!”

Questa datata storiella sintetizza il modus vivendi di coloro che si lasciano fagocitare dagli effimeri meccanismi e automatismi fintamente evolutivi, iter illusori che creano aspettative sistematicamente disattese, l’attapiramento finale è doppio perché somma la delusione alla mortificazione degli sforzi compiuti. Nel programma scolastico, dalle elementari all’università, dovrebbero inserire una nuova materia: “OTTIMIZZAZIONE DELL’ESISTENZA”. Una corrente pseudofilosofica finalizzata alla riduzione, se non all’abbattimento totale, dell’usura fisica e psicologica, ricordate il carosello della Cynar: “contro il logorio della vita moderna”?

Il logorio della vita moderna non si contrasta andando in cirrosi dopo aver tracannato ettolitri di Cynar, nemmeno sottoponendosi a un regime di vita “teoricamente” salutista e spartano, della beota convinzione che l’iperattività sia fonte di benessere e serenità… neanche parlarne, lo stress non cannibalizza altro stress. Il logorio della vita moderna si combatte adottando la logica del: “minimo sforzo massima resa”. Siamo nella fase in cui urge rivalutare l’ozio, una giusta dose di ozio rigenera energie a 360°. Ricorro al volgo: “non so stare senza far niente”, “oggi non ho voglia di fare un cazzo”. Affermazioni che esprimono stati d’animo apparentemente agli antipodi, in realtà sottolineano l’alternanza naturale di due bisogni generati dalla “sinapsi” corpo/mente. E’ un madornale errore ignorare i messaggi lanciati dalla “centralina di controllo”.

Se ponessimo periodicamente sotto esame la nostra “coscienza operativa”, ci renderemmo conto di quanto sia notevole la quantità di cose inutili/evitabili portate a termine oppure abbandonate in corso d’opera, quindi dell’improduttivo impegno profuso. Il concetto di inutile/evitabile potrebbe ampliarsi a dismisura ed è quanto di più soggettivo esista, ergo elemento personalizzante, tutti dovremmo elaborare una scala delle priorità totalmente scevra da condizionamenti esterni, parlo del vivere quotidiano. Qui avverrebbe la prima incisiva scrematura, tempo fa lessi su un muro una frase che sporadicamente ripesco: “l’importante non è fare ciò che si vuole ma volere ciò che si fa”, interpretazione: “soprattutto non fare ciò che non si ha voglia di fare”.

Sono una infinità le cose fatte contro voglia depennabili dall’agenda, bianchetto e pennellino hanno nomi precisi, il primo si chiama “SANO egoismo”, il secondo “SANO individualismo”. Anteporre le altrui esigenze alle proprie è penalizzante, sul lungo termine addirittura distruttivo, in questa società il “martirio” non paga,  la “condivisione” è un valore solo se si sviluppa all’interno di un “do ut des” equilibrato. La “joie de vivre” nasce anche dalla capacità di dire “NO”. Chi non conosce se stesso non ha gli strumenti per conoscere gli altri, chi non valorizza se stesso non può e non deve illudersi che siano gli altri a farlo.

 La “ottimizzazione dell’esistenza” è un filtro che depura, smatarozza, elimina scorie e zavorre rendendo potabile la vita. L’obiettivo primario è condannare all’oblio gli schemi gestionali non vincolanti (gregarismo massificante). Viviamo in un piccolo, teorico “fortino” assediato su due fronti, quello dei doveri imposti dalla società e quello dei doveri che ci imponiamo autonomamente, quest’ultimo è il solo a concederci qualche chance di vittoria. Una vittoria che consentirebbe a ogni individuo di ritrovare se stesso e la forza di abbandonare il coro, dissetarsi di silenzio e poi tornare a cantare… magari da solista.

Tullio Antimo da Scruovolo