gli “UMARELLS” della blogsfera…

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“Umarell”, termine dialettale Bolognese, c’è da scommetterci che presto assurgerà a titolo di neologismo, il  team “fashion addicted” dello Zingarelli ha serie proposte da formulare in merito nei prossimi brainstorming “battezzanti”.  Identifica una figura che può essere interpretata in modo positivo o negativo: 1) il pensionato che osserva in silenzio l’altrui lavoro con una punta di sana invidia,2) il cacazzo che senza né arte né parte pontifica ad alta voce appoltigliando l’apparato riproduttivo di uomini che, immersi negli scavi, secernono sudore ben diverso da quello del fitness. In genere al primo offrono una accomodante e comprensiva bibita fresca, al secondo un caffè corretto Guttalax, giusto per guadagnare momenti di tranquillità. Parrà una banalità da solleone estivo ma, protezione 5.000, esistono anche gli “umarells” da web, roba da disinfestazione, gli assessorati alla sanità dovrebbero liberarci da queste fastidiose amebe.

Gli “umarells” della blogsfera…  ominidi testicoliformi  presuntuosi poco inclini a quell’onesto “outing” intellettuale che ne metterebbe in luce modestia e umiltà, simil api che tentano di impollinare astio, rancore e livore col pungiglione della invidia vivendo nella oligofrenica convinzione di trarne effimere, fittizie, meschine gratificazioni, praticamente sono dei Gargamella. Tali figuri ignorano totalmente di essere assoggettati a un meccanismo collettivo che, come un fenomeno carsico, erode con discrezione e inesorabile lentezza ogni loro velleità di poggiare le flaccide terga sul cadreghino del pensiero catalizzante. Sono assolutamente incapaci di coagulare rapporti fondati su quel do ut des che è linfa della interazione. Adultescenti concettuali, non potendo sedere alla mensa delle menti attive ne denigrano il menù.

Il cavallo di battaglia degli “umarells” della blogsfera, uno dei tanti, è il condannare a gran voce la “censura”, qui si evince tutta la loro ignoranza interpretativa, sia sul piano filosofico che pratico. Il concetto di libertà d’espressione sugli altrui blog è aleatorio e non rivendicabile. Ogni blogger ha il sacrosanto e inalienabile diritto di bannare gli utenti non graditi, questo non significa assolutamente rifiutare il confronto, significa esercitare una legittima volontà di scremare la propria utenza. Contestare questo principio vuol dire porre in essere una imposizione, una prevaricazione, una prepotenza, una invadenza biasimevole. Le opzioni “moderazione” e “black list” offerte dalla piattaforma consentono, ad ogni gestore, di compiere libere scelte, scelte incontestabili, la censura diventa deprecabile quando esercitata in aree neutre, i blog non sono tali, sono piccoli club, piccoli circoli, piccole comunità in cui il moderatore (tecnicamente il padrone di casa) funge anche da arbitro, in quanto tale ha il potere/dovere di espellere i soggetti molesti.

Non mi abbasso a fare considerazioni su alcuni comportamenti degli “umarells” della blogsfera, il loro modus operandi è caratterizzato da attacchi personali sferrati nei confronti di momentanei interlocutori a loro totalmente sconosciuti sul piano privato. Ovviamente lo fanno in contesti sicuri, cosa che li rende ancora più pavidi e squallidi. Poiché tali soggetti sono avvezzi a colpire alle spalle, non vi sono tecniche di difesa in grado di renderli innocui se non quella di affidarsi alla, per fortuna diffusa, intelligenza degli internauti, unico steccato capace di isolarli.

Gli “umarells” della blogsfera confondono i dati con le opinioni, non sanno distinguere un blog intimista da un blog che affronta tematiche sociali, decodificano a loro uso e consumo, distorcono la realtà, ipotizzano, hanno la presunzione di fare gli esegeti di testi che non comprendono, tentano sempre di deviare verso rotte di comodo. Insomma… meglio perderli che trovarli, soprattutto perché i loro interventi sono sempre di matrice distruttiva. Comunque niente di traumatizzante, cose da blog, in fondo anche la bella stagione porta in dote le zanzare, una spruzzata di Autan ed è risolto il problema.

Tullio Antimo da Scruovolo

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la caccola affezionata…

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La giornata è di un plumbeo deprimente, frotte di decoratori si sbattono energicamente sul ponteggio che circonda il cielo per tingerlo di grigio, una di quelle mattine in cui rimarresti volentieri nel letto a ripassare il kamasutra con una “trombamica” libidinosamente collaborativa e assolutamente non spaccapalle. Invece no, cazzo, il commercialista ha deciso di “scroccarti l’aperitivo” (è un eufemismo), quando “matrigna tassa” chiama, figliastro corre per adempiere ligio e “felice” agli obblighi che lo elevano a rango di contribuente, manco a dirlo, con quella gioia nel cuore impossibile a spiegarsi. Sono in coda al semaforo di corso Inghilterra angolo corso Vittorio, praticamente sotto quella gran cacata di grattacielo in costruzione dell’Intesa-Sanpaolo, la testimonianza tangibile che Renzo Piano sia un accolito del “tavernello fans club”. La tonda luce che tutti guardano diventa verde, il serpentone si muove lento smarmittando come fosse allo start di un Gran Premio, parte la prima bestemmia, è di nuovo giallo e poi subito rosso (l’appalto dei semafori ce l’ha Valentino Garavani?), bene, essere il primo della fila mi rende in qualche modo ottimista. Alla mia destra si affianca un SUV dei poveri, della serie “vorrei ma non posso”, attira la mia attenzione un rimbombante “tunz-tunz-tunz-tunz”. Mi giro, a bordo c’è un Peter Pan sulla 40ina col finestrino abbassato, ha la guancia attraversata da una basetta ad arco molto sottile e porta occhiali da sole a specchio, quelli da sci (forse da saldatore), nonostante il meteo poco consono, tipico dei coglioni urbani in perenne priapismo comportamentale. Ho il cane abusivamente accomodato sul sedile posteriore (è componente della famiglia, per quale minchia di legge idiota dovrei ingabbiarlo nel vano baule?), anche lui alza il testone curioso per capire, si limita a uno “scotolamento” rapido, è troppo snob per abbaiare ma è dotato di un grande spirito di osservazione. Il “roccobillo suvvato”, continuando a scuotere la capa come un beota rispondendo meccanicamente al ritmo imposto dallo stereo, si infila indice e pollice nella narice, scava, scava, scava come gli antichi imbalsamatori egizi che uncinavano il cervello dei morti. L’impegno profuso ottiene gratificazione, con presumibile orgoglio e soddisfazione tira fuori una roba tipo zucchina in carpione formato mignon (i colori sono quelli), l’arte informale è difficile da spiegare, ancor più da capire. Mette il braccio fuori dal finestrino e si improvvisa coreografo, il balletto allestito consiste in un allucinante susseguirsi di figure liberatorie, la “zucchina accozzata” assurge a ruolo di primadonna, non ha nessunissima intenzione di dare soluzione di continuità alla propria esistenza, tanto meno plasmarsi sull’asfalto. Inizia uno stupefacente, straordinario trasferimento della “materia” dal pollice all’indice e viceversa, niente da fare. Il semaforo diventa verde, lui non se ne accorge, io sì ma non intendo perdermi il finale, per niente al mondo, le macchine dietro danno vita a una sinfonia di clacson, partizione musicale da far schiattare di invidia Riccardo Muti, me ne frego, ignoro anche il sopraggiungere degli incitamenti verbali tipici delle “educande timorate”. Piovono i vaffanculo ma tengo duro.  La caccola affezionata è ormai un magnete, “Jack basetta” va in panico, il mio non partire lo condiziona oltre modo, somatizza l’atteggiamento paralizzante, me ne rendo conto e ci marcio da bastardo. Giunge alla resa, appiccica la scoria allo specchietto retrovisore e innesta la prima, io con lui, il destino ci divide, accidenti, svolto in corso Vittorio perdendolo. Peccato, certi individui hanno un innato fascino sociologico, mi rimembrano i “generici” di quella Cinecittà della “golden age” che ho conosciuto nella mia giovinezza. Se avessimo fatto la stessa strada, ne sono certo, al rosso successivo si sarebbe occupato dell’altra narice trasformando il retrovisore in un una moderna “testimonianza” dell’essere, “esposizione” sicuramente meno schifosa di tante iniziative artistiche cervellotiche.

Tullio Antimo da Scruovolo