Il Re Mida dei tempi moderni…

 

checcoChecco Zalone, alias Luca Pasquale Medici (nello slang barese “che cozzalone” significa “che tamarro”, già qui si evince una autoironia che difetta ai più), da anni provoca travasi di bile a dozzine di attori e produttori di lungo corso sfondando ogni record del box office. I soliti critici cinematografici, cervellotici, paranoiati e incompetenti (ma che lavoro è fare il critico cinematografico?, come fossimo tutti ignoranti bisognosi delle altrui esegesi), si sbattono per sminuirlo definendolo “un comico”, le cose non stanno esattamente così, il simpatico Pugliese è tutto tranne che un comico, non nel senso tradizionale del termine. Laurea in giurisprudenza e diploma al conservatorio, Checco Zalone è una sorta di “ironico e cinico reporter di denuncia” che meglio degli altri, addirittura dei mattatori della golden age di cinecittà, scoperchia la pentola di quella Italianità che mai e poi mai ci scrolleremo di dosso. A dirla tutta sarebbe una bestemmia farlo, spaghetti e pizza sono di gran lunga più “acquolinanti” del porridge e delle viennoiseries, per non parlare del gazpacho, della fasolada e degli hamburgher.

Gli “Zalone movie” affrontano e sviscerano problematiche sociali molto meglio di accreditate “menti” (si fa per dire) come Moretti, Guzzanti e pseudo cinematografari cosiddetti “d’autore”, è l’anti intellettuale per eccellenza, non è di sinistra (cosa che provoca l’orchite a molti), non si è mai prostituito alla pubblicità e lesina apparizioni televisive. Un personaggio che è riuscito a rompere il granitico imene del “divismo stereotipato” uscendo da ammuffiti schemi, i suoi successi sono un crescendo Rossiniano, percorso inverso rispetto alla consuetudine, tantissimi sono esplosi in prima battuta e poi non sono più riusciti a mantenere il livello, lui ha fatto il contrario. Non ha niente da spartire con il “cinepanettone” né con la commedia pecoreccia e scollacciata, è andato ben oltre.

Tra una gag e l’altra i suoi film sparano concetti filosofici/sociali di rara portata, forse bisognerebbe parlare di “neo-neorealismo”, non è dato sapere se contribuisca alla stesura delle sceneggiature (onore al manico) ma possiamo sicuramente disquisire di “abiti cuciti addosso”. Ogni ciack contiene una iperbole, definire tutto questo “comicità” è riduttivo e mortificante, oltre che offensivo per milioni di Italiani che si accalcano al botteghino.

Zalone implementa messaggi emotivi veicolandoli sullo schermo seguendo la logica del: “una volta eliminato l’impossibile ciò che resta è verità”, i suoi denigratori, come sempre immancabili, palesano grandi lacune cognitive, il suddetto più che far ridere fa riflettere. Per meglio dire, riflettere ridendo, turpiloquio stringato al minimo indispensabile e senza tette/culi in bella vista.

Nel suo ultimo capolavoro, “Quo Vado?”, è significativo il cadeau di Lino Banfi, Pugliese DOC che da oltre mezzo secolo promuove la genuinità di quell’angolo d’Italia mai apprezzato a dovere, passaggio del testimone che cassa l’evoluzione cinematografica scevra di quel becerume tanto caro ai Vanzina e altri.

Le interpretazioni di Checco pescano a strascico, soddisfano gli affamati di risate ma anche le “teste pensanti” che colgono in toto i suoi messaggi più o meno subliminali, appaga anche quella leggiadra ignoranza latente che alberga in ognuno di noi, ipocrita negarlo.

Zalone è l’anti divo per antonomasia, non è bello come Brad Pitt, non è affascinante come George Clooney, non ha la fisicità dell’eroe imbattibile, incarna perfettamente la mediocrità positiva (al contrario dell’ormai obsoleto Fantozzi), un piccolo vincente. Questo essere “ un piccolo vincente” lo rende GRANDE, trasmette inarrendevolezza e caparbietà, doti in estinzione.

Bravo Checco, continua così, non inflazionarti e non farti macinare dallo show business, soprattutto non cedere al lusinghiero canto delle sirene mediatiche.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

 

 

Arte e cultura sfruttano il corpo delle donne…

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Da illo tempore un gasteropode divide con una viscida striscia di bava l’avvenenza dalla intelligenza, oggetto del contendere quell’assemblaggio di particolarità fisiche denominato “donna”, non sempre corroborato da neuroni Stakanovisti ansiosi di palesarsi. La bellicosa disputa si consuma solo ed esclusivamente nelle pink-room, un uomo non si pone minimamente il problema in quanto ritiene ovvio l’emergere del cervello, qualora esista. Ciò che si pretende, capziosamente, è che i maschi abbiano la capacità di individuare il QI di una femmina osservandone le fattezze. Potrà mai un uomo “normale” interrogarsi sulle conoscenze scientifiche e filosofiche di una Barbie che deambula, sculettando ammiccante, su vertiginosi tacchi indossando una mini inguinale e una scollatura ombelicale??? Falsa icona del “bella e oca meglio che intelligente” è stata Sandra Milo, una scelta comportamentale meditata, sicuramente anche sofferta ma mantenuta per decenni, difficile credere appartenga a questo target. Le bonazze si scopano e si scaricano, lei è stata l’amante/confidente per tantissimi anni di uomini come Bettino Craxi e Federico Fellini, anche loro erano babbei pronti a sbarellare davanti a una “gallina”???

“Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo è una “opera feroce” intrecciata con corde contraddittorie e la negazione storico/culturale della mediaticità contemporanea. La giornalista si è avventurata in una improbabile, puerile e grottesca crociata anti Ricci, alias anti Mediaset, alias anti Arcore. Peccato lo abbia fatto sponsorizzata da “Repubblica”, un fronte editoriale uso riempire i propri magazine con donne nude e il sito web con video hard. Qualcuno dica alla Zanardo che per cingersi la vita con il laticlavio e assumere atteggiamenti ieratici credibili occorrono presupposti a lei sconosciuti. Far passare come “corpi sfruttati” veline e ragazze fast food significa insultare le SCHIAVE VERE costrette a subire tremende angherie, a volte pure la morte, da parte di aguzzini senza scrupoli. Lo sfruttamento del corpo delle donne, quello negativo, non è un caposaldo del mondo dello spettacolo e della comunicazione, tutt’altro, di tali universi e di quello culturale pare ne sia addirittura linfa vitale.

Recentemente l’ottuagenario attore Lino Banfi ha rilasciato una dichiarazione “pesante” volutamente ignorata dai media obnubilati dall’olezzo moralista: “la commedia pecoreccia e godereccia degli anni 70/80 riempiva le sale cinematografiche producendo incassi notevoli, introiti che hanno dato ai produttori mezzi per realizzare film d’autore, impegnati e di denuncia”. Qui emerge una verità inquietante ma inconfutabile, la cinematografia “culturale”, “artistica”, “sociale” e di “qualità” realizzata in quegli anni, deve la luce alla coscia lunga di Edwige Fenech, al culo di Nadia Cassini, alle mammelle di Carmen Russo e al pelo pubico di tante “sgallettate”. Questo “due sponde con effetto a tenere” è tangibile anche in altri settori.

Molti grandi editori hanno “linee da cassa” nella penombra del redditizio “eros e thanatos”, rotocalchi piccanti e cliccatissimi siti hot. L’ultimo evento letterario Italiano degno di menzione a livello cifre (3.000.000 di copie vendute) è stato: “Cento colpi di spazzola…”, pruriginoso diario in salsa porno di una minorenne lanciatasi anzitempo nel vortice del sesso trasgressivo. Ampliando il raggio oltre confine è doveroso citare: “Cinquanta sfumature di…”, circa sei milioni di volumi piazzati per diffondere una tendenza sessuale controtendenza, il rapporto “Padrone-cagna”, apoteosi della riduzione a “oggetto” della donna. Lascia perplessi apprendere che il grosso della utenza sia di sesso femminile, repentina e affascinante inversione di rotta, agguerrite femministe di giorno in pubblico e cagne che anelano un Padrone da servire e riverire nella intimità della notte, lunare e lunatica alta marea delle pulsioni inconfessabili.

Si persevera diabolicamente nel far passare per vero un dettame artefatto: “gli uomini giudicano le donne in base all’aspetto esteriore”, non è assolutamente vero, sono le donne attraenti a impalcare esistenza e socialità sulla propria estetica. Il: “vorrei essere apprezzata per la mia intelligenza e non per la mia bellezza”, è un florilegio mendace annoverato tra i “classici”, nessuna donna accetterebbe di imbruttirsi per incrementare e trasformare in punto di forza la propria intelligenza, per contro, moltissime intelligenti bruttarelle baratterebbero volentieri pezzi di cervello per un corpo da copertina. Il canovaccio scritto negli ultimi decenni ripropone, replica pedissequamente, l’esiziale lasco tracciato da alcune manipolatrici della realtà, scaricare sugli uomini problematiche prettamente femminili… alibi antidepressivo??? Retorica femminista??? Posizione di comodo??? Uscita di sicurezza??? Verticalizzazione del diagonalismo???

Se il corpo delle donne è servito per diffondere cultura e arte… ripescate le allegre ed “estroverse” figliole, è sufficiente analizzare alcuni trend evolutivi per comprendere il funzionamento degli ingranaggi, il “pretino” Fabio Fazio ha iniziato come imitatore/cabarettista, la Littizzetto interpretando la borgatara “minchia Sabry”, il compianto Faletti per scalare l’olimpo degli Autori è partito dal campo base Vito Catozzo. Non dimentichiamoci che la “folgorata” Claudia Koll, la bravina Caprioglio e la rilanciata Sandrelli devono molto, se non tutto, all’odiato maschilista Tinto Brass. Chiudo con un quesito Amletico, esistenziale (si fa per dire): “prima di autodefinirsi una “grande” intellettuale di sinistra, cosa faceva Alba Parietti???”

Tullio Antimo da Scruovolo

Quell’alibi chiamato “destino”…

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Quando la natura cliccò “apri file” dando inizio alla grande avventura dell’uomo su questo pianeta, ebbe la perfidia di allegare un bug incancellabile, per sempre quello strano mammifero bipede in grado, chi più chi meno, di elaborare concetti, avrebbe convissuto con un atroce dubbio: “quella strana cosa chiamata DESTINO, la si subisce oppure la si gestisce???”.

Luca Argentero, un futuro da bancario, strada spianata in quanto figlio di un dirigente di un noto istituto creditizio Torinese, “carrieruccia” garantita che gli avrebbe consentito una vita decorosa, senza eccessi nè tribolazioni. Alla giovane età di 24anni (anno 2003) esce dai ferrei schemi famigliari e si infila nel carrozzone del Grande Fratello, il padre lo osteggia in tutti i modi arrivando addirittura a minacciare ritorsioni accusandolo di “minare” prestigio e onorabilità del cognome. Lui non molla, partecipa al reality, non lo vince ma gli si aprono le porte dello “show biz”, un calendario sexy per spargere fregole e poi la fiction “carabinieri”. Oggi Luca Argentero è uno degli attori più bravi, più ricercati e più pagati della sua generazione, il traguardo, il risultato ottenuto, il sogno realizzato, è frutto del “destino” o della sua caparbietà, determinazione, volontà???

Non vi è settore, dalla cultura allo sport, dallo spettacolo all’arte, dalla scienza alla progettazione, ecc. ecc. che non annoveri autorevoli personalità giunte alla vetta dopo aver mangiato e digerito tonnellate di merda, subìto e metabolizzato boicottaggi, attraversato le paludi del sacrificio e percorso le fogne dello scoramento. E’ giusto attribuire il merito di tali faticose scalate al “destino”??? Idem per chi si è perso per strada, è giusto mettere alla sbarra il “destino” imputandogli il fallimento degli arresi???

Al termine “destino” associamo, istintivamente, due vocaboli che incutono terrore e speranza: “sfiga e fortuna”,  uno strano, anomalo triangolo appeso al filo di un’altra parola inquietante: “fatalità”. Ci vorrebbe uno spazio ampio come una galassia per contenere la miriade di soggettive riflessioni in merito, ognuno ha proprie convinzioni, certezze, quando l’oggetto del disquisire è il “destino”. Credo sia IMPOSSIBILE rispondere, senza tema di smentita, alla domanda che chiude il primo capoverso, ciò nonostante ritengo coerente col mio interpretare la vita dare una “spallatina” verso l’agorà della razionalità, mettendo un piede nella logica e tenendo l’altro sollevato da terra in un surplace filosofico.

E’ innegabile che per vincere a un gioco basato sulla casualità sia fondamentale il fattore “C”, ma è altrettanto innegabile che per stimolarlo bisogna fare la giocata, quindi la fortuna bacia chi compie una scelta ragionata. Decidendo di fare una passeggiata nel centro di Trieste mentre la Bora impazza a 180km orari, qualora mi cadesse in testa una tegola o un vaso, sarebbe “sfiga”???, sarebbe “destino”???. E’ forse il “destino” a mandare all’altro mondo individui che hanno condotto una vita di stravizi e dissolutezza? Le teoriche responsabilità del “destino” prendono consistenza nel verificarsi delle situazioni chiamate “disgrazie”, non ci hanno messo niente di loro gli incolpevoli passeggeri uccisi dalla demenza di Schettino… dalla demenza di Schettino, non dal “destino”. Si può morire anche in aereo, in treno, in auto e in tantissime circostanze non agevolate, non cercate, non provocate, questo è un dato inconfutabile ma prima di scaricar colpe sul “destino”, bisognerebbe attingere al pozzo delle ovvietà e ricordarsi che, purtroppo, la morte è un effetto collaterale della vita, anzi, è l’unica certezza che acquisiamo quando veniamo al mondo. Il valore della vita è assoluto, non anagrafico, morire a 20anni, a 50anni o 90anni, non fa nessuna differenza, siamo noi ad aver creato tassi emotivi oscillanti che accrescono o diminuiscono il peso di una dipartita.

Eccoci giunti alle dolenti, brucianti note. Quando il “destino” diventa regista dell’AMORE…!!! Secondo il sentire diffuso si può, volendo, al limite, anche razionalizzare una sciagura ma è assolutamente impossibile, inimmaginabile, escludere il “destino” dalle vicende amorose, nel bene e nel male. E’ certamente questo l’ambito in cui il “destino” si trasforma in ingrediente essenziale, sia esso dolce o salato è di fatto elemento deresponsabilizzante. Rallegra ringraziarlo scaramanticamente quando si sguazza nel brodo di giuggiole, alleggerisce coscienza e pene incolparlo quando una storia va in vacca, insomma, un alibi “double face”. Non è così, non lo è assolutamente, siamo NOI che creiamo/cerchiamo/capitalizziamo gli incontri, siamo NOI che rendiamo belle le relazioni, siamo NOI che le roviniamo, siamo NOI gli unici responsabili di ciò che accade all’interno di una unione, il “destino” è totalmente estraneo alle nostre colpe e ai nostri meriti, ai nostri pregi e ai nostri difetti, alla nostra intelligenza e alla nostra idiozia.

Fosse bastato il “destino” a decidere le sorti di ognuno di noi, su qualsivoglia fronte, la natura non si sarebbe sbattuta fino al midollo per dotarci di cervello, purtroppo quando ha distribuito il manuale con le istruzioni per l’uso, molti se n’erano già andati convinti che nulla avrebbe potuto cambiare… indovinate cosa??? il “destino”, appunto!!!

Tullio Antimo da Scruovolo

La grande bellezza… di essere politicamente scorretti

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Quando sul volto di Paolo Sorrentino, nei servizi tv post-premiazione, ho colto il ghigno perfido tipico di chi è riuscito nella storica, memorabile impresa di gabbare il sistema, ho deciso di vedere “La grande bellezza”, non l’avesse trasmesso “Canale 5” sarei andato a cercarmi il DVD. Questo film mette in evidenza, più di ogni altro, quanto i critici cinematografici siano incompetenti e/o asserviti alle logiche mediatiche e alla tasca di “Pantalone”. Il regista Partenopeo scala l’olimpo cinematografico portando sullo schermo la messa al muro del pensiero “politically correct”. Vado ad argomentare, senza meno, i punti chiave che supportano il mio dire:

1)      Nonostante i gay siano componente fissa, immancabile, della Roma festaiola, Sorrentino li ignora, li taglia clamorosamente fuori, come non esistessero. Fa specie che le associazioni “omo” più integraliste non abbiano parlato di “omofobia” e nemmeno di “discriminazione sessuale” artistica.

2)      Il film riversa una quantità industriale di letame su due concetti base della società, la famiglia (disegnata come un paravento fucina di iatture) e l’amore (un dannoso limite da evitare sempre e comunque).

3)      Tutti i personaggi femminili vengono impietosamente demoliti, resi patetici, donne over 40 dipinte con i tetri colori della decadenza fisica, delle paranoie, dello squallore, del fallimento, della ipocrisia, della “puttanità”, dello sclero, del vuoto interiore e della depressione. Una vetrina che espone  una compilation di problematiche “figlie” del femminismo e della autodeterminazione, messaggio inequivocabile.

4)      L’autore ridicolizza l’universo clericale imbarcandolo sul carrozzone del grottesco. Dalla giovane suora che beve champagne in un locale notturno in compagnia di un vecchio gaudente, alle monache di clausura che da sotto il velo sorridono e ammiccano a nerboruti Africani seminudi. Particolarmente irritante il Cardinale frivolo più incline alle ricette culinarie che a quelle “salva anime”. Il colpo di grazia lo cala creando una contrapposizione micidiale con la suora missionaria semi-santa, ultracentenaria, che si nutre di sole radici, dorme sul pavimento, parla pochissimo e si avventura in un rischiosissimo sacrificio votivo. Il cattivo esempio sputtanato dal buon esempio.

5)      Jep Gambardella (interpretazione eccelsa di Toni Servillo) è quasi surreale, apatico, accidioso, umanamente indefinibile, un alieno sotto mentite spoglie, il suo ruolo è, nella sostanza, quello di fare da anello di congiunzione tra un personaggio e l’altro.

Sorrentino piazza alcuni “colpi d’uncino” (amo definire in questo modo i passaggi che fanno la differenza), “colpi d’uncino” che vorremmo trovare in ogni film e in ogni libro, speranza troppo spessa disattesa. A) Jep dichiara: “io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire (delirio di onnipotenza)”. B) L’unica donna che lui rispetta veramente è la sua editrice nana, con lei si “normalizza” al punto da farsi chiamare “Jeppino” e condividere cene composte da risotto scaldato e minestrone, fugaci pasti proletari consumati sulla scrivania (un forte richiamo all’umiltà). C) La “santa” riunisce, sul terrazzo di Jep, uno stormo di uccelli migratori bisognosi di un tranquillo riposo (qui entriamo nel limbo della genialità).

Parallelismi, paragoni e similitudini con “La dolce vita”, vaneggiati da tanti, non reggono, neanche sforzandosi. Il regista Romagnolo ha raccontato un Roma fresca, vogliosa di mondanità esplosiva incentivata dal boom economico e ubriacata dai fasti di Cinecittà. Fellini amava esaltare la femminilità e la sensualità, soprattutto sviscerava gli aspetti psicologici dei suoi personaggi. “La grande bellezza” mette a nudo il declino, la merda di una mondanità capitolina inarrendevole e puzzona. Sorrentino questo lo fa con uno spudorato cinismo mascherato da maschilismo, non solo, evita accuratamente di fare introspezioni e riduce i protagonisti a una masnada di stronzi che galleggiano nello stagno della superficialità. La dichiarazione di essersi ispirato a Federico Fellini è sicuramente da “interpretare”.

L’oscar è meritato, senza ombra di dubbio, il coraggio di andare controcorrente, di osare, di ribellarsi al pensiero comune paga raramente ma quando questo avviene si sale in vetta. Chiudo con due “note di servizio”, Paolo Sorrentino è rimasto orfano a soli 17 anni e ha fatto il classico dai Salesiani (riflettere su questo può servire a comprendere meglio alcuni punti). Quando nei titoli di coda ho letto i ringraziamenti al contributo della regione Lazio e del comune di Roma… ho giustificato l’immenso marchettone pubblicitario, stile pro-loco, sulle bellezze della capitale che hanno fatto da sfondo per tutta la durata del film, che il mondo guardi e ammiri. Bravo Paolo, bravi tutti.

Tullio Antimo da Scruovolo

La migliore offerta… c’è di meglio!

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Giuseppe Tornatore se la cava nelle vesti di regista ma fa acqua in quelle di soggettista e sceneggiatore, la trama di questo film, una ribollita composta dalla solita congrega di compari che escogitano un piano machiavellico per depredare l’allocco di turno, pare essere un pretesto per lanciare opinabili e noiosi messaggi subliminali, spesso pure immersi nella muffa come certe sequenze.  L’intero movie è strutturato sul personaggio interpretato da Geoffrey Rush (grande performance), presente quasi in tutte le scene, al punto da avvilire anche un mostro sacro come Donald Sutherland relegato a un ruolo “tecnico”, è lui la mente “amica-Giuda” che organizza il colpo. La critica osannante sparge elogi interpretando due frasi dello scarno copione come fossero chiavi di lettura psicologica: “ in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, “vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua “è” l’offerta migliore”. Basta farsi un giretto sulla blogsfera per imbattersi in aforismi casalinghi molto più interessanti e originali, la metafora del film la si trova seguendo percorsi meno cervellotici.

Il deus ex machina della storia è un 60enne leader nel suo settore (arte e antiquariato), asessuato, vanitoso, tricotinto, potente, superbo, con qualche fobia nel cervello e un piede nella disonestà, un uomo granitico che si sgretola di fronte ad un amore improbabile (quando lui accetta il terzo appuntamento dopo due bidoni, si esce dal credibile e si entra nell’inverosimile), anche qui siamo nel solaio del déjà vu. Lo stereotipo del maschio vincente e maturo che capitola al cospetto di una bella e giovane ragazza capace di stimolarlo nei punti sensibili, segreti, ha un po’ stufato, si sente il sapore aspro di una schizzata di aceto politico. Il cineasta siciliano ha realizzato un minestrone i cui ingredienti sono stati scelti e dosati per puntare a nomination eclatanti, una buona dose di femminismo, debolezze maschili e la forza dell’amore capace di travolgere e distruggere tutto ma anche fortificare e generare speranza, evviva Nietzsche. Tornatore piazza nel film anche una bella lappata al deretano del defunto regista de “la dolce vita”, la nana disabile fuori di testa che accompagna gli spettatori con brevi ma costanti apparizioni, è un personaggio smaccatamente, spudoratamente Felliniano.

Nelle oltre due ore di proiezione, lo dico per onestà intellettuale, si coglie un parallelismo degno di nota,  le certezze, le sicurezze e la spocchia di Mister Virgil Oldman (il protagonista) si smontano, pezzo dopo pezzo,  nello stesso lasso di tempo in cui un automa meccanico viene ricostruito, anche lui, pezzo dopo pezzo. Non ho problemi a complimentarmi con il regista per questa intuizione, forse il vero plot del film, nella scena madre il robot si trasforma in alter ego per comunicare al raggirato quanto sia stato vittima di se stesso. Il tutto finisce in uno stranissimo ristorante arredato con giganteschi meccanismi da orologio, perfettamente funzionanti, che scandiscono il tempo dello sconforto ma anche della illusione. Finale “americano”, interpretabile soggettivamente, infatti non si capisce se Virgil sia lì per recuperare l’amore o il bottino, magari entrambi… magari niente, eventualità molto più realistica.

Non è la prima volta che Tornatore porta sullo schermo il concetto: “tira più un pelo di fica che un carro di buoi”, già in “Malena” aveva dato alla stupenda Monica Bellucci il potere di destabilizzare i potenti del paesello, messi addirittura sullo stesso piano dei ragazzini dediti a continue pratiche onanistiche turbati dalla sua avvenenza. Cito questo detto da taverna perché in una scena dell’ultimo film il regista il “pelo” ce lo mette, ce lo mette eccome, non solo, gli dà pure la forza di sconvolgere l’uomo. Sinceramente non capisco perché si continui a perseverare su luoghi comuni stantii, obsoleti.  “La migliore offerta” è un filmetto “aperitivo” poco convincente nel suo evolversi, non sazia, debole sotto l’aspetto narrativo e anemico sotto quello cerebrale, un uomo attempato intreccia paranoie vere con quelle finte di una ragazza, novella “Robin Hood”,  che riesce ad abbindolarlo per rubargli ciò che lui ha accumulato con l’inganno. Coinvolgimento sentimentale scontato, epilogo scontato, metonimie scontate. Andate a vederlo nei giorni in cui al cinema applicano prezzi scontati, che diamine, anche questo diamolo per scontato.

Tullio Antimo da Scruovolo