“scrivo per me stesso”, firmato PINOCCHIO…

Non sentirete mai Rocco Siffredi dire: “le misure non contano”, non sentirete mai Bill Gates proclamare: “i soldi non fanno la felicità”, non sentirete mai una strafica sentenziare: “l’importante è essere bella dentro”, non sentirete mai un vero blogger dichiarare: “scrivo per me stesso”. Dubbia e inquietante affermazione che riporta ai paradossi Kafkiani, i più eruditi disserterebbero di volpi e irraggiungibili grappoli d’uva.

Nessuno “scrive per se stesso”, anche coloro che vergano le pagine di un diario segreto, vivono nella inconfessata/inconscia speranza che qualcuno lo trovi e legga. Per “noi stessi” scriviamo appunti, promemoria, la lista della spesa e poco altro, sicuramente niente che potrebbe attivare una interazione col resto del mondo. La scrittura è, in ordine cronologico dopo la parola, la seconda forma di comunicazione, quella che da millenni divulga storia, scienza e cultura elevando mente e spirito.

Verba volant, scripta manent… “scrivere per se stessi” in uno spazio virtualmente accessibile a miliardi di persone è una puerile contraddizione in termini, ambiguo masochismo ideologico tipico degli sprovveduti o dei soggetti in malafede. Antropologicamente affascinanti i paladini dell’egoismo letterario che, giusto per ammazzare le giornate, imperversano su tutti i social “auto-promuovendo auto-storie auto-prodotte”, probabilmente sta nel prefisso “auto” il paradigma dello “scrivere per se stessi”.

Lapalissiana ovvietà, chi “scrive per se stesso” brancola nei vicoli intimisti, l’intimismo cessa di essere tale nel momento in cui viene trasformato in blob e disperso ad minchiam, le parole immesse in rete diventano indelebili, più di quelle scolpite nella roccia. La sensazione è che l’ego alterato dei suddetti necessiti di spazi infiniti e vaste eco, altra contraddizione che ci porta nel wood evolutivo: “scrivere per se stessi 2.0”.

Pur soprassedendo sui commentini pre-confezionati e sugli ipocriti follower/like, seminati come olive caprine senza nemmeno leggere i titoli dei post, non possiamo certo ridurre alla radice quadrata le colonne portanti che reggono e alimentano la blogsfera: “condivisione e interazione”. Asserire di “scrivere per se stessi” nel santuario della condivisione e della interazione è, a dir poco, un mega ossimoro. Hercule Poirot (guru della deduzione logica) condividerebbe sicuramente: “chi afferma di scrivere per se stesso su un blog, diventa l’amante clandestino di peculiarità ufficialmente ripudiate”, capolinea agli antipodi della coerenza.

Sarebbe un colossale errore minimizzare, svalutare il potere della scrittura vissuta come canale introspettivo. Stati d’animo ed emozioni trasformate in parole scritte, sono una potente e benefica terapia solo se non destinate a finalità diverse dalla elaborazione della propria essenza. Non si traggono benefici nel fare il bidè all’anima in una gremita agorà.

La vexata quaestio più che il dove, come e quando, dovrebbe investire il “perché”. Quando internet iniziò timidamente a entrare nelle case degli Italiani, vi era una sola forma di interazione pubblica, i forum, aree di discussione in cui venivano affrontati svariati argomenti. Rilevante la disparità tra quelli che si limitavano a leggere (tanti) e quelli che avevano l’ardire di intervenire (pochi), squilibrio dato da un atavico timore, quello di sparare cazzate, baluardo psicologico abbattuto dalla successiva invasione di pseudo scrittori, roba che neanche le locuste. Una pandemia resistente a tutti i vaccini conosciuti. Mi domando dove trovino la convinzione di affollare le librerie, reali e/o virtuali, quei blogger/scrittori che faticano ad ammucchiare una manciata di commenti sotto i loro post, nasce forse qui l’alibi/paracadute:“scrivo per me stesso”???

Nella patria di Dante Alighieri chiamiamo “scrittore” Fabio Volo (uno per tutti), lungi da me fare diagnosi sullo stato di salute della editoria Italiana ma considerata la sintomatologia… direi che sostenere di “scrivere per se stessi” sia una poco impegnativa presa di posizione, una paraculata snob in abiti vintage.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

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gli “UMARELLS” della blogsfera…

buca

“Umarell”, termine dialettale Bolognese, c’è da scommetterci che presto assurgerà a titolo di neologismo, il  team “fashion addicted” dello Zingarelli ha serie proposte da formulare in merito nei prossimi brainstorming “battezzanti”.  Identifica una figura che può essere interpretata in modo positivo o negativo: 1) il pensionato che osserva in silenzio l’altrui lavoro con una punta di sana invidia,2) il cacazzo che senza né arte né parte pontifica ad alta voce appoltigliando l’apparato riproduttivo di uomini che, immersi negli scavi, secernono sudore ben diverso da quello del fitness. In genere al primo offrono una accomodante e comprensiva bibita fresca, al secondo un caffè corretto Guttalax, giusto per guadagnare momenti di tranquillità. Parrà una banalità da solleone estivo ma, protezione 5.000, esistono anche gli “umarells” da web, roba da disinfestazione, gli assessorati alla sanità dovrebbero liberarci da queste fastidiose amebe.

Gli “umarells” della blogsfera…  ominidi testicoliformi  presuntuosi poco inclini a quell’onesto “outing” intellettuale che ne metterebbe in luce modestia e umiltà, simil api che tentano di impollinare astio, rancore e livore col pungiglione della invidia vivendo nella oligofrenica convinzione di trarne effimere, fittizie, meschine gratificazioni, praticamente sono dei Gargamella. Tali figuri ignorano totalmente di essere assoggettati a un meccanismo collettivo che, come un fenomeno carsico, erode con discrezione e inesorabile lentezza ogni loro velleità di poggiare le flaccide terga sul cadreghino del pensiero catalizzante. Sono assolutamente incapaci di coagulare rapporti fondati su quel do ut des che è linfa della interazione. Adultescenti concettuali, non potendo sedere alla mensa delle menti attive ne denigrano il menù.

Il cavallo di battaglia degli “umarells” della blogsfera, uno dei tanti, è il condannare a gran voce la “censura”, qui si evince tutta la loro ignoranza interpretativa, sia sul piano filosofico che pratico. Il concetto di libertà d’espressione sugli altrui blog è aleatorio e non rivendicabile. Ogni blogger ha il sacrosanto e inalienabile diritto di bannare gli utenti non graditi, questo non significa assolutamente rifiutare il confronto, significa esercitare una legittima volontà di scremare la propria utenza. Contestare questo principio vuol dire porre in essere una imposizione, una prevaricazione, una prepotenza, una invadenza biasimevole. Le opzioni “moderazione” e “black list” offerte dalla piattaforma consentono, ad ogni gestore, di compiere libere scelte, scelte incontestabili, la censura diventa deprecabile quando esercitata in aree neutre, i blog non sono tali, sono piccoli club, piccoli circoli, piccole comunità in cui il moderatore (tecnicamente il padrone di casa) funge anche da arbitro, in quanto tale ha il potere/dovere di espellere i soggetti molesti.

Non mi abbasso a fare considerazioni su alcuni comportamenti degli “umarells” della blogsfera, il loro modus operandi è caratterizzato da attacchi personali sferrati nei confronti di momentanei interlocutori a loro totalmente sconosciuti sul piano privato. Ovviamente lo fanno in contesti sicuri, cosa che li rende ancora più pavidi e squallidi. Poiché tali soggetti sono avvezzi a colpire alle spalle, non vi sono tecniche di difesa in grado di renderli innocui se non quella di affidarsi alla, per fortuna diffusa, intelligenza degli internauti, unico steccato capace di isolarli.

Gli “umarells” della blogsfera confondono i dati con le opinioni, non sanno distinguere un blog intimista da un blog che affronta tematiche sociali, decodificano a loro uso e consumo, distorcono la realtà, ipotizzano, hanno la presunzione di fare gli esegeti di testi che non comprendono, tentano sempre di deviare verso rotte di comodo. Insomma… meglio perderli che trovarli, soprattutto perché i loro interventi sono sempre di matrice distruttiva. Comunque niente di traumatizzante, cose da blog, in fondo anche la bella stagione porta in dote le zanzare, una spruzzata di Autan ed è risolto il problema.

Tullio Antimo da Scruovolo