L’ottimizzazione dell’esistenza…

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“Peppino è un ometto di 82anni che vive in un monolocale al sesto piano di un vecchio stabile privo di ascensore, tira a campare con la “minima” tra un sorriso al Tavernello e una imprecazione. E’ mattino, c’è un bel sole, mentre si rade vicino alla finestra utilizzando specchietto e bacinella si sente chiamare dal cortile: “Peppinoooo… Peppinoooo…!!!”, si affaccia e vede il suo amico e coscritto Cecco: “cosa c’è Cecco?”, “Peppino scendi giù che devo parlarti urgentemente”, “che è successo?”, “vieni giù, dai scendi che è importante”, “arrivo”. Si pulisce la faccia, indossa la camicia e con preoccupazione si avventura per le scale, giunto in cortile: “cosa c’è Cecco?”, “ascolta Peppino, mi presti 50 euro?”, dopo alcuni secondi di meditazione: “vieni su Cecco”. I due ottuagenari iniziano il calvario degli scalini, in silenzio, lentamente e con una mano stretta al mancorrente, impiegano un tempo infinito per arrivare alla meta, dopo aver ripreso fiato Peppino guarda Cecco negli occhi e gli dice perfido. “NON LI HO”!!!”

Questa datata storiella sintetizza il modus vivendi di coloro che si lasciano fagocitare dagli effimeri meccanismi e automatismi fintamente evolutivi, iter illusori che creano aspettative sistematicamente disattese, l’attapiramento finale è doppio perché somma la delusione alla mortificazione degli sforzi compiuti. Nel programma scolastico, dalle elementari all’università, dovrebbero inserire una nuova materia: “OTTIMIZZAZIONE DELL’ESISTENZA”. Una corrente pseudofilosofica finalizzata alla riduzione, se non all’abbattimento totale, dell’usura fisica e psicologica, ricordate il carosello della Cynar: “contro il logorio della vita moderna”?

Il logorio della vita moderna non si contrasta andando in cirrosi dopo aver tracannato ettolitri di Cynar, nemmeno sottoponendosi a un regime di vita “teoricamente” salutista e spartano, della beota convinzione che l’iperattività sia fonte di benessere e serenità… neanche parlarne, lo stress non cannibalizza altro stress. Il logorio della vita moderna si combatte adottando la logica del: “minimo sforzo massima resa”. Siamo nella fase in cui urge rivalutare l’ozio, una giusta dose di ozio rigenera energie a 360°. Ricorro al volgo: “non so stare senza far niente”, “oggi non ho voglia di fare un cazzo”. Affermazioni che esprimono stati d’animo apparentemente agli antipodi, in realtà sottolineano l’alternanza naturale di due bisogni generati dalla “sinapsi” corpo/mente. E’ un madornale errore ignorare i messaggi lanciati dalla “centralina di controllo”.

Se ponessimo periodicamente sotto esame la nostra “coscienza operativa”, ci renderemmo conto di quanto sia notevole la quantità di cose inutili/evitabili portate a termine oppure abbandonate in corso d’opera, quindi dell’improduttivo impegno profuso. Il concetto di inutile/evitabile potrebbe ampliarsi a dismisura ed è quanto di più soggettivo esista, ergo elemento personalizzante, tutti dovremmo elaborare una scala delle priorità totalmente scevra da condizionamenti esterni, parlo del vivere quotidiano. Qui avverrebbe la prima incisiva scrematura, tempo fa lessi su un muro una frase che sporadicamente ripesco: “l’importante non è fare ciò che si vuole ma volere ciò che si fa”, interpretazione: “soprattutto non fare ciò che non si ha voglia di fare”.

Sono una infinità le cose fatte contro voglia depennabili dall’agenda, bianchetto e pennellino hanno nomi precisi, il primo si chiama “SANO egoismo”, il secondo “SANO individualismo”. Anteporre le altrui esigenze alle proprie è penalizzante, sul lungo termine addirittura distruttivo, in questa società il “martirio” non paga,  la “condivisione” è un valore solo se si sviluppa all’interno di un “do ut des” equilibrato. La “joie de vivre” nasce anche dalla capacità di dire “NO”. Chi non conosce se stesso non ha gli strumenti per conoscere gli altri, chi non valorizza se stesso non può e non deve illudersi che siano gli altri a farlo.

 La “ottimizzazione dell’esistenza” è un filtro che depura, smatarozza, elimina scorie e zavorre rendendo potabile la vita. L’obiettivo primario è condannare all’oblio gli schemi gestionali non vincolanti (gregarismo massificante). Viviamo in un piccolo, teorico “fortino” assediato su due fronti, quello dei doveri imposti dalla società e quello dei doveri che ci imponiamo autonomamente, quest’ultimo è il solo a concederci qualche chance di vittoria. Una vittoria che consentirebbe a ogni individuo di ritrovare se stesso e la forza di abbandonare il coro, dissetarsi di silenzio e poi tornare a cantare… magari da solista.

Tullio Antimo da Scruovolo

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Le violette, il “fuoco amico” e la saggezza aliena…

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La violetta, romantico, delicato, fiabesco, bellissimo fiorellino di campo, ha una particolarità sconosciuta ai più, esala un profumo che anestetizza i recettori olfattivi, per bearsi nuovamente della sua fragranza bisogna attendere che passi tale effetto. La violetta, come amavano fare le dive della “golden age”, si concede con parsimonia, non inflaziona l’essenza caratterizzante. Ennesima, naturale taratura di un equilibrio, gli umani dovrebbero imitare una simile valorizzazione, mi riferisco agli individui, troppi, che si autoproclamano “angeli custodi d’ufficio” sempre pronti ad affrontare le altrui avversità. Mutuando una espressione dal gergo militare potremmo catalogare costoro sotto la voce: “fuoco amico”.

Il “fuoco amico” colpisce indefessamente, senza tregua, senza soluzione di continuità, individua il bersaglio tra i soggetti fragili, sensibili, menti non blindate, personalità prive di antivirus. Il “fuoco amico” dispensa consigli, suggerimenti, indica soluzioni, si insinua nella vita della vittima designata col chiaro intento di segnarne l’agenda. Si manifesta sotto le mentite spoglie del “problem solution”, è onnipresente, monopolizza, elabora strategie e mappa sentieri comportamentali, assurge al ruolo di “life coach”, il suo vero obiettivo è divenire indispensabile. Può operare in modo PERSONALIZZATO ma anche COLLETTIVO.  Se vivete relazioni problematiche, articolate, il “fuoco amico” vi elargisce rimbrotti e piani d’azione, pur non conoscendo affatto la capacità penetrante del vostro rapporto né l’appagamento intimo che da esso traete. Se una comunità, uno Stato, attraversa un periodo di crisi, gli aspiranti “fuoco amico” si moltiplicano come topi di fogna.

Da tempo ho fatto mio l’aforisma Andreottiano: “a pensar male si fa peccato ma spesso la si indovina”. Chiunque si prodighi per spandere aiuti non richiesti lo fa per proprio tornaconto, convenienze materiali o emotive che siano, non germogliano MAI da intenti nobili. Nessun amico/a ha in tasca la soluzione dei vostri problemi (chi soffre per passione solidarizza senza consigliare, chi non è coinvolto non può capire e spesso vive a bagnomaria nell’acido dell’invidia). Nessun candidato politico aspira ad essere eletto (esosissimi emolumenti per far poco niente, agi, corsie preferenziali, titolo di Onorevole, vitalizi assurdi e magari pure qualche ruberia) per puro spirito di sacrificio. Il “fuoco amico” tende a latitare di fronte a necessità di natura materiale, è risaputo, i guru hanno sempre le tasche cucite.

Un mio conoscente extraterrestre mi ha raccontato che nel suo peregrinare da una galassia all’altra, si è imbattuto in un pianeta chiamato “cazzi nostri”. Un mondo meraviglioso in cui gli abitanti sono come le violette, si concedono agli altri con parsimonia, piccole dosi, non esistono “consigliori”, non esistono “salvatori”, non esiste il “fuoco amico”, i portinai se ne fregano se un condomino non ha lavato l’automobile, i vegani non stressano le palle agli onnivori, i catechizzatori non lanciano strali contro i miscredenti e, dulcis in fundo, l’invadenza è punita con la detenzione. Anche sul fronte politico hanno un “sistema” disarmante nella sua semplicità, è bandita ogni ideologia, il candidato premier si presenta agli elettori dichiarando: “con il mio gruppo di lavoro ho elaborato un programma per migliorare la qualità della vostra vita, se mi date cinque milioni di euro netti al mese (anche lì usano la nostra moneta) per quattro anni lo attuo nella sua interezza. Lo farò senza nepotismi, clientelismi, raccomandazioni, nessun interesse personale oltre allo stipendio, nessuna tangente e nessun favoritismo a categorie di sorta, lobbie e caste. Nel periodo del mio mandato percepirò solo una minima quota per vivere, alla fine mi verrà dato il saldo, se fallirò o mi sporcherò le mani…  niente mi sarà dovuto”. Apperò, che aspettiamo a fare altrettanto???

Se in questo mondo si pagassero di tasca propria i consigli ad minchiam, le promesse politiche non mantenute e la manipolazione delle menti… basterebbe un alito di Favonio per dissolvere definitivamente i “salvatori”, alias il “fuoco amico”. C’è da giurarci che diventeremmo tutti “violette”. Milioni di Italiani sono tormentati da un atroce dubbio, che differenza passa tra il cavallo nominato senatore da Caligola e Monti nominato senatore da Napolitano??? Risposta ovvia, il cavallo ha fatto meno danni. La strada della salvezza imposta ha smaccate connotazioni animaliste, seppur io ritenga eccessivo obbligare un popolo a farsi salvare da un lupo mannaro, ma poi… farsi salvare da cosa??? In questo modo???

I sociologi versione “rana dalla bocca larga”, impettiti sulla pietra imbonitrice, arringano le folle puntando il dito sulla deriva individualista della società moderna, io credo che l’esaltazione dell’individuo sia, anche considerando il totale crac del comunismo, l’unica strada da percorrere per affrontare le sfide della vita. Gloria ai vincitori e rispetto per i perdenti, lo Stato garantisca una dignitosa esistenza ai deboli, tutti gli altri vadano serenamente affanculo. Siam giunti a tal guisa grazie ad una perversione di fondo che ha contaminato ogni livello: “chi sa fa, chi non sa si arroga il diritto di insegnare”.

Tullio Antimo da Scruovolo