Pippi Calzelunghe is back…

Il bailamme, le contrapposizioni ideologiche, le risse verbali su social, tv e testate di parte, l’esibizionismo interpretativo, deprecabili interessi di bottega e l’immancabile bisogno di visibilità da web, si sono trasformati in assordanti e irritanti petardi. Miccia galeotta l’intervento all’ONU della idolatrata Greta Tintin Eleonora Emman Thunberg (si chiama così), effetto prodotto: una angosciante ilarità, stato d’animo ossimoro.

Negli ultimi due anni la ragazzina Svedese è riuscita a raggiungere solo due tangibili, concreti obiettivi: 1) rimpinguare con qualche milione di Euro/Dollari la cassa di famiglia e quella della “Agenzia” che la gestisce, 2) far saltare qualche ora di lezione a centinaia di milioni di studenti, sempre pronti a far caciara in piazza, spesso senza nemmeno sapere il perché. Sul piano pratico non ha mai spostato niente né sposterà mai niente nemmeno di un millesimo di millimetro. Proverbio Siculo: “il cervello non serve per dividere le orecchie”, saggezza popolare, impariamo a leggere “dentro” gli eventi, se i potenti della Terra le hanno dato spazio addirittura all’ONU, significa che non la temono minimamente. Le grandi platee istituzionali non sono piazze, sono luoghi di “sostanza formale” in cui si rischia tantissimo, se non tutto, infatti…

Gli atroci rimorsi che attanagliarono Caino e Giuda sono leggenda, preistoria, il mondo contemporaneo è immerso nella avidità peggiore, quella lievitata con l’ipocrisia salottiera e l’obbligo di allineamento al pensiero politicamente corretto. I messaggi lanciati da Greta sono assimilabili agli spot pubblicitari che questuano soldi per salvare bambini Africani da fame e malattie, mirano subdolamente a diffondere sensi di colpa collettivi (troppo nobile il concetto “sensibilizzazione delle coscienze”). Qualcuno dica alla baby predicatrice che i sensi di colpa assalgono solo chi colpe non ha, in termini percentuali una minoranza irrilevante.

Non esistono coscienze condivise ma, qualora esistessero, il mondo dovrebbe zittire Greta, magari riconducendola a una vita normale e consona per la sua età, contemporaneamente abbracciare la causa dei Paesi emergenti, quelli maggiormente inquinanti, è una “provocazione” dotata di logica “etica” (notare le virgolette). L’occidente, per oltre due secoli, si è arricchito inquinando e sfruttando indefesso, fino a ieri senza controllo, tutte le risorse del pianeta. Oggi si pretende di limitare (per non dire proibire) il progresso e il raggiungimento del benessere agli Stati in crescita con ferree regole castranti. Insomma, come dire: “io ho mangiato caviale, filetto e aragoste ingrassando come un porco, adesso che tocca a te mangiare accontentati delle ali di pollo, possibilmente crude per non inquinare, perché se fai quello che ho fatto io il mondo va a ramengo”. Apperò che bella retorica progressista, democratica e illuminata, chapeau!

La riflessione che maggiormente sconvolge è figlia di una domanda elementare: “Se quello che dice Greta lo dicesse un pinco pallino qualunque desterebbe la stessa eco?”, risposta: “Certo che no, sono milioni le persone che dicono le stesse cose da decenni, nessuno le caca perché non sono ragazzini, non hanno le trecce, non hanno la sindrome di Asperger e non hanno alle spalle ingordi marpioni della comunicazione senza scrupoli”. Ergo, nel momento in cui non conta il pensiero bensì l’immagine, tutto diventa squallido ed effimero teatrino, tanto per essere generosi. Sono ben conscio del valore aggiunto della Autorevolezza ma associare Greta a un così nobile termine è sintomo di analfabetismo funzionale, il peggior male del nuovo millennio.

Che il mondo sia malato non vi è dubbio, così come non vi è dubbio alcuno sulla necessità di intervenire, il problema è come e dove evitando penalizzazioni e discriminazioni. In primis sarebbe opportuno organizzare un meeting planetario, intendo una cosa seria che non duri un week end, raggruppando tutti gli scienziati di settore, favorevoli e contrari. Pare siano oltre 500 quelli che hanno sottoscritto una relazione al fine di smentire previsioni catastrofiche e apocalittici scenari. Faccia chiarezza chi ha competenze per farla, magari attraverso una costruttiva dialettica depurata da sterili competizioni, si giunga a un efficace programma comune. Il futuro è cosa troppo seria per essere rappresentato da una ragazzina che dovrebbe fare tutt’altro, anche se lei, nella sostanza, non rappresenta in modo credibile la causa ecologista e ambientalista. Il suo successo è dovuto alla pochezza umana, sempre bisognosa di un campanaccio da seguire, strumentalizzare e magari tesserare, esca per pescetti boccaloni che hanno perso l’orientamento.

Come al solito in Italia, becera consuetudine, l’intervento all’ONU della pischella ha scatenato l’immancabile guerra tra “intellettuali”, politici, giornalisti e pseudo opinionisti, tutti emuli di Bastian Contrario divisi solo dal colore del livore. Mi domando cosa sia peggio: la popolarità di Pippi Calzelunghe oppure le liti da cortile periferico dei cazzari nostrani, incravattati o agghindati da attempati fricchettoni che siano?

Tullio Antimo da Scruovolo

Annunci

I VEGANI sono ALIENI sotto mentite spoglie che vogliono DISTRUGGERE il PIANETA…

 

La drammaticità del fattaccio che ha declassato la celeberrima influencer Yovana Mendoza Ayres, in arte Rawvana (DUE MILIONI di seguaci), da leader vegana crudista a “Miss raglio del totano”, non sta tanto nell’essersi redenta, scelta imposta dalle patologie dovute all’esiziale regime alimentare, quanto nell’aver scientemente continuato a mentire per mesi. Non fosse stata colta in fallo avrebbe perseverato indefessa, senza tema di smentita, a macinare followers e pecunia attentando all’altrui salute. La “Giudessa (vendutasi per trenta fritture di pesce)” è divenuta, suo malgrado, eclatante testimonial del: “predicare bene e razzolare male (finché dannata paparazzata non sputtani)”. Il successivo video “mea culpa” è tragicomico, supercazzola a metà tra il frigno di una bambina beccata con le dita sporche di marmellata e il gratta-specchi di una ladra sorpresa con la refurtiva nella bisaccia.

Una rondine non fa primavera, poiché non ci sono più le stagioni di una volta potrebbe farla, anche perché sotto il fumo c’è sempre un po’ di arrosto ma non è lo zampino della gatta che andava al lardo… “Stultorum incurata pudor malus ulcera celat”.

C’era una volta… Pomeriggio torrido e afoso, Maria Giovanna, vegana amante degli animali e dell’erba, si avventura nella pineta in cerca di privacy per una “rollatina”, nel suo deambulare inciampa in qualcosa, si china incuriosita: “per mille canne, è la lampada di Aladino!” In fibrillazione totale la raccoglie e prende a sfregarla speranzosa. Appare un Genio sbadigliante che guardandola scazzato dice: «Senti bella, c’è crisi, sono anche io vittima della spending review, posso concederti un solo desiderio». La giovane risponde senza riflettere: «Vorrei che tutti gli esseri umani fossero costretti a diventare vegani».

Cosa succederebbe se questa storiella si trasformasse in realtà? La fine del mondo!

Siamo circa 7,5miliardi di individui, sul nostro pianeta non esistono aree coltivabili sufficienti per fornire 37,5miliardi di canonici (cinque) pasti vegani al giorno, nemmeno 22.5miliardi volendo ridurli a tre. Disboscare tutte le foreste sarebbe una contraddizione ideologica.

Le popolazioni che vivono in zone prive di vegetazione, costrette a nutrirsi esclusivamente con alimenti di origine animale, dovrebbero essere sradicate dal loro territorio, dalle loro tradizioni millenarie e deportate in ghetti sorvegliati a vista.

Tutti gli animali da pasto (quantità incalcolabile) dovrebbero essere uccisi e le loro carcasse incenerite, con le poco gradevoli derive ambientali, in quanto non riuscirebbero a sopravvivere allo stato brado. Aspettare che muoiano per consunzione sarebbe ben più crudele, occorrerebbe sterilizzarli e nutrirli per decenni con alimenti chimici, causa monopolizzazione dei territori agricoli.

Da tempo l’uomo ha alterato gli equilibri di mari, fiumi e laghi diventandone (arbitrariamente) parte integrante dell’ecosistema, dovesse cessare immediatamente ogni attività di pesca, si creerebbe un ingestibile caos nella catena alimentare con risvolti apocalittici.

Territori impervi utilizzati per pascoli e transumanze, diventerebbero selve inaccessibili che darebbero origine a nuove forme di vita ostili. I predatori (lupi e orsi) di animali domestici, affamati e in assenza di cibo, attaccherebbero l’uomo.

Una umanità improvvisamente vegana creerebbe miliardi di disoccupati e abbatterebbe il PIL mondiale al punto da diffondere povertà, carestie, malattie e morte in ogni dove. Pastori e allevatori cadrebbero in depressione innescando suicidi a catena.

Stando a quanto dichiarato dalla stessa Rawvana (se milioni di persone hanno fatto bibbia di ciò che diceva prima, nessuno può vietare di prendere per buono quello che ha detto dopo), patologie di varia natura si espanderebbero al punto da collassare la sanità mondiale in termini economici, tecnici e operativi.

In breve tempo si formerebbero gruppi di ribelli, nostalgici e irriducibili (resistenza parmigiana), organizzati in bande finalizzate al sabotaggio dei centri di stoccaggio alimentare robotizzati. Nascerebbe la borsa nera della ventresca e un chilo di trippa costerebbe come un monolocale a Montecarlo. Verrebbe ripristinata la pena capitale per i recidivi e i più disperati bazzicherebbero gli acquitrini per cibarsi di zanzare e tafani.

Difficile credere esistano così tanti esseri umani sani di mente desiderosi di una simile “soluzione finale”, più probabile i vegani siano alieni sotto mentite spoglie con un unico obiettivo, distruggere la Terra attuando una subdola psico-strategia alimentare.

Se qualcuno considerasse tutto questo una gran cazzata, farebbe bene a farsi un giro sui siti vegani, non è che da quelle parti ne sparino di più leggere, almeno qui la salute è salva, magari per i dotati di spirito pure il buonumore. E’ in via di sviluppo (istinto di sopravvivenza) una forte idiosincrasia nei confronti degli integralismi, specie se supportati da fanatismo saccente, arrogante e aggressivo. Evidentemente il senno collettivo s’è destato dal lungo letargo.

Da sempre il gregarismo di stampo settarico si alimenta (per rimanere in tema) di anestetizzanti teorie tarocco e ieratiche crociate moralizzatrici, invero il fine unico è parassitare falle esistenziali, come il sempre più condiviso bisogno di appartenenza, per acquietare filistei appetiti. Si scoprisse che l’alimentazione “no pulp” sia stata concepita da qualche genio del marketing al soldo delle multinazionali della soia, non vi sarebbe nulla di cui stupirsi.

Amici vegani vicini e lontani, trasformare un maiale in guanciale, prosciutto, lardo, braciole, costine, strutto, culatello e altre succulente leccornie, è un dovere morale e sociale. Si narra che circa duemila anni fa, tale Gesù Cristo, abbia moltiplicato pani e pesci, non bacche e radici. Se anche la retorica dei miracoli si contrappone alle tesi vegane… un accidenti di motivo dovrà pure esserci.

Tullio Antimo da Scruovolo

Famiglia obsoleta e famiglia 2.0

Sarò sintetico, probabilmente anche un po’ acrilico.

Dovuta premessa: 1) per quanto mi riguarda, fin quando non ci sono di mezzo minori e violenza imposta, ognuno ha il diritto di sollazzarsi come meglio crede ma non ha quello di definire “trogloditi” coloro che non provano le stesse pulsioni, 2) l’orientamento sessuale non deve, MAI, dare origini a discriminazioni di sorta, i diritti sono inalienabili e non hanno sesso.

Dopo aver detto, anzi, scritto questo…

Esprimere il proprio pensiero è anch’esso un diritto sacro ma non si capisce per quale ragione cessi di essere tale nel momento in cui verta su fronti non graditi ai “progressisti”. Esternare disappunto su certe forzature e ostentazioni come il gay pride, per fare un esempio, è un reato. Sbeffeggiare, ridicolizzare, insultare e denigrare una corrente di pensiero tradizionalista è cosa buona e giusta, perché? In occasione del congresso sulla famiglia tenutosi a Verona, molti, quasi tutti i media, inclusi giullari, saltimbanco e amebe salottiere, hanno dipinto i partecipanti come appestati emersi dai cunicoli della inciviltà retrograda medievale. La prima regola per essere rispettati è rispettare, da stronzi e ipocriti inviare insulti ai non allineati e poi pretendere che questi portino rispetto al mittente. Delirio da complesso di superiorità ma non è questo il climax del post.

La cosa che più lascia perplessi è la martellante istanza sulle adozioni e sul diritto alla genitorialità posta in essere con veemenza dalle coppie omo. Non mi interessa parlare di uteri a nolo, di sperma acquistato col 3 x 2, della compravendita di neonati, di casting per selezionare bull e tutto ciò che circonda e corrobora l’argomento.

Il mio intento è soffermarmi su una espressione/affermazione diventata virale in ogni dove: “I BAMBINI HANNO SOLO BISOGNO DI AMORE E DI AFFETTO”.

Sono i cani ad avere SOLO bisogno di amore e affetto, i BAMBINI necessitano ANCHE di TANTO ALTRO:

1) Il primo approccio sessuale che ogni essere umano ha, dovrebbe avere, è quello col genitore di sesso opposto, secondo Freud passaggio fondamentale per lo sviluppo e l’autodeterminazione
2) I bambini hanno bisogno di scoprire gradualmente e in modo naturale l’universo maschile e quello femminile, due mondi diversi sintetizzati nel loro essere venuti al mondo
3) I bambini hanno bisogno di riferimenti diversificati per crescere al meglio, la famiglia è una società in miniatura con funzioni formative essenziali, renderla monca significa penalizzarla
4) Un padre e una madre hanno, tra le altre, la funzione di fare da filtro col mondo esterno e quindi trasmettere il ruolo di genere, cosa che non significa padrone e serva, tutt’altro
5) Difficile credere che un bambino allevato da una coppia di gay integralisti non sia condizionato nel suo approccio col mondo femminile, lo stesso dicasi nei confronti di quello maschile per una bimba figlia di due lesbiche, un qualcosa definibile: “spontaneo indottrinamento ambientale”.
6) I bambini, inevitabilmente, percepiscono, quando non vedono direttamente con i loro occhi come spesso accade, effusioni amorose e rapporti sessuali dei genitori, non esistono studi affidabili e certificati in grado di rassicurare su eventuali contraccolpi psicologici nel caso fossero di natura omo
7) La vera grande ignoranza sta nell’imporre supposte evoluzioni in un Paese con retaggi culturali niente affatto sradicati, non vi è progresso nell’appagare egoismi a discapito di bambine e bambini messi su una strada sociale in salita e in contesti NON adeguatamente garantisti. Piaccia o meno, in Italia la famiglia tradizionale è ancora pilastro solido
8) Prevedibili e non trascurabili le minacce esterne alla sensibilità di chi vive con due padri o due madri, migliaia di ragazzini/e vengono bullizzati quotidianamente per futili motivi, il fenomeno è MOLTO serio, visti i suicidi e/o, quando va bene, la destabilizzazione degli equilibri.
9) La famiglia vecchio stampo non è demoniaca né obsoleta, è semplicemente un assetto/istituzione che si perpetua dall’alba dei tempi, questa è una certezza, il resto è solo una azzardata scommessa
10) Alcuni si aggrappano al disagio e alle problematiche di molti bambini nati in famiglie “normali”, bene, giusta osservazione, tuttavia è opportuno ricordare che i problemi si combattono in primis contenendoli, arginandoli, non estendendoli ad altre opzioni.

Ogni “evoluzione” sociale non è mai indolore ma qui stiamo parlando di bambini, piccoli esseri da formare, educare e preparare alla vita dando loro tutti gli strumenti necessari per rendersi, un giorno, totalmente autonomi e fortificati. Per quanto romantico possa sembrare, non si forgiano Donne e Uomini cucinando quotidianamente solo amore e affetto, tanto meno insegnando loro che gli altri, quelli che la pensano diversamente, siano semplicemente dei coglioni ignoranti da additare come nemici del bene.

“Progresso” non è un termine da usare ad minchiam, è una teoria che si materializza nel tempo in modo soft e naturale, forzarlo rincorrendo chimere e solidificando illusioni porta a una poco costruttiva involuzione.

Il fronte gay ha inflazionato un’altra espressione/bussolotto pescata nel sacchettino della tombola natalizia: “gli etero hanno paura del diverso”. Suggerirei ai ghostwriter di riferimento un cambio di slogan, da un punto di vista pratico, sostanziale, direi logico e analitico, la “paura del diverso” alberga nei gay, non negli etero. Una paura talmente forte da indurre a concretizzare nel genere di appartenenza anche l’appagamento sessuale.

Il concetto di “diritto” non è una “carta bianca” che autorizza a trasformare in realtà vezzi e lazzi, i bambini non sono elemento socialmente “normalizzante”, tanto meno uno strumento da usare per scardinare invisi conservatorismi. Una società non la si rende moderna e progressista facendo esperimenti al buio sulla pelle dei bimbi sperando di azzeccarla.

Tullio Antimo da Scruovolo

Italia sì, Italia no… la terra dei cachi!

Italiani, 60milioni di C.T. della Nazionale, scrittori, poeti, cuochi, opinionisti e tuttologi multitasking ma, secondo alcuni discendenti diretti di Dio, 60milioni di cerebrolesi boccaloni da lobotomizzare. La dice lunga il successo degli “influencer” (si moltiplicano come ratti), in assenza dei quali, pare, non sapremmo come vestirci, nutrirci, occupare il tempo libero, scegliere mete vacanziere, film, libri, risolvere l’annosa questione delle unghie incarnite e, grazie ai video-tutor, imparare a grattarci il culo e scaccolarci in pubblico senza farci sgamare (mica facile). Un accerchiamento a ranghi serrati che si fa beffe delle stoiche e sparute sacche di resistenza, accantonando scelte estreme come l’eremitaggio, non ci rimane che l’algido realismo, icona del politicamente scorretto. Ultima trincea per non farsi fagocitare.

Le incessanti bordate provengono da due unità ostili: TV e WEB, la prima è parzialmente eludibile, la seconda è una sorta di “TSO” inevitabile anche per i più scaltri, soprattutto perché particolarmente subdola nella forma e nella sostanza. Aprendo un sito di news ci imbattiamo, nostro malgrado, in personaggi più o meno famosi intenti a lavare “panni sporchi” in quella immensa e affollatissima agorà chiamata “rete”. Inversione di tendenza, ci fu un tempo in cui per un “big” la privacy era sacra, nell’era tecnologica i segmenti tragici del proprio vissuto sono una fucina di “like & follower”. Puoi avere dieci lauree o essere l’Einstein del terzo millennio ma, voce dei nuovi dettami, se non porti in dote un “container” tracimante “L & F”, rimani al palo come un jurassico Fantozzi.

Le confessioni intime non vengono postate in “ordine sparso”, assolutamente no, si procede per “filoni”, sordida strategia che surfa il redditizio reef del momento. Bypassando infanzie infelici, patologie gravi, molestie presunte o reali e l’immancabile depressione, i trend sul podio sono: 1) chiudere i rapporti sentimentali sul web, 2) fare coming out , 3) confessare un passato da tossici e/o alcolisti. Verrebbe da pensare che dietro tutto questo vi sia una mente diabolica capace di capitalizzare le famigerate e già citate “unità Aristoteliche”, quelle che hanno reso celebre la “tragedia greca” ma sarebbe una immeritata lusinga.

Saltiamo momentaneamente sul carrozzone TV con un confronto tra due “Regine” che offrono prodotti simili ma con “sentenze” diametralmente opposte:

Barbara D’Urso… esperienze in tutti i settori dello spettacolo: cinema, teatro, televisione; per un certo periodo è stata anche giornalista (con tanto di iscrizione all’albo) collaborando con alcuni mensili, tuttavia è il piccolo schermo a lanciarla nell’olimpo. GF, fiction e vari show ma il “botto” arriva con il contenitore pomeridiano, soprattutto quello domenicale, immancabili i “blocchi” trash. Ascolti che hanno provocato travasi di bile in quel della Rai che, nonostante il pedissequo avvicendarsi di conduttori, per anni non è riuscita a produrre una “domenica in” in grado di competere.

Maria De Filippi… ha più volte dichiarato pubblicamente che senza gli spintoni del potente marito (Maurizio Costanzo) non sarebbe mai diventata quello che è. Come lei stessa sostiene (onore alla onestà intellettuale), non sa recitare, non sa ballare, non sa cantare, non sa presentare (imbarazzante l’imbarazzo Sanremese), tuttavia il suo essere “alternativa” e fuori dagli stereotipi è apprezzato da molti. Ideatrice e conduttrice di due programmi tra i più discussi e discutibili: 1) “c’è posta per te”, casi umani, persone che si rincontrano dopo lustri, sputtanamento di beghe famigliari e tutto il cucuzzaro strappacore. 2) “Uomini e donne”, format inverosimile Top-fiche e Top-ganzi, ai quali basterebbe mettere piede in un qualsiasi locale per rimorchiare ogni ben di dio, vanno in televisione a cercare l’anima gemella dando vita a “pantomime tiramolla” per allungare brodo e presenze, in letteratura si chiamano “digressioni”. Anche qui il trash non latita, con tanto di opinionisti e giullari che aizzano i partecipanti come gli spettatori di un combattimento tra galli. Non sono un fan né dell’una né dell’altra, nemmeno seguo i loro programmi, un paio di puntate per carpirne la direttrice sono più che sufficienti.

Universi paralleli che stimolano riflessioni seriose.

Il mondo “social” ci erudisce sul come trasformare in valore aggiunto la strumentalizzazione dell’intimismo, messaggio preoccupante, sociologicamente pericoloso nel suo diffondere modelli comportamentali. Lo traduco in volgo chiedendo anticipatamente venia ai più sensibili: “metti tutti i cazzi tuoi in rete, manda affanculo il/la partner su twitter/facebook/instagram, spargi ai quattro venti la tua sessualità e rendi pubbliche le nefandezze esistenziali che ti opprimono, è l’unica strada per il successo, se ti dice bene, ci marci pure economicamente”. Valida alternativa è quella di sparare cazzate da mentecatti spacciandole per “esigenze primarie salvavita”, come ha fatto una certa Taylor Mega (ma chi è?): “per campare ho bisogno di un milione di euro al mese”. Effetti collaterali dovuti alla chiusura dei manicomi.

La “tv” ci propina una dubbia morale palesemente espressa nell’ultimo Sanremo, il popolo italiano, nelle vesti di utente/spettatore, è costituito da una massa di fessi, indirizzabile, manipolabile e gabbabile con il joystick della affettazione. La Signora Barbara viene quotidianamente crocefissa, per contro, la Signora Maria viene quotidianamente idolatrata. Impossibile spiegare razionalmente cotanto doppiopesismo, pur tenendo i piedi ancorati mentre le unghie grattano sugli specchi alla ricerca di una accettabile motivazione. Le prolisse e onnipresenti malelingue asseriscono con perfidia: “non conta ciò che fai, conta quanto conti”, in queste lande non c’è competizione.

E’ molto probabile che “massmediologi” e “pupari” della comunicazione siano giunti a una conclusione comune capace di incrociare le parallele, cioè creare “angeli” e “demoni” televisivi sfruttando il “percolato” dei social. E’ un circolo vizioso, le presenze televisive incrementano la popolarità sul web, la popolarità sul web incrementa le presenze televisive.

Impossibile chiudere il post senza una spruzzatina di sano cinismo: “i cecchini necessitano di un bersaglio e gli spaesati di un totem da venerare”.

Tullio Antimo da Scruovolo

Sintesi dell’intelligenza: stoccaggio, cernita, espulsione delle scorie.

Lo sosteneva con fermezza quel vecchio trombone di Freud: “gli opposti si attraggono e si compensano”, nutro riserve in merito ma penso sia doveroso evidenziare un passaggio chiave, indispensabile, cioè l’individuarsi, termine in auge: “localizzarsi”. Pratica che riesce meglio ai simili: “chi si somiglia si piglia”, con buona pace del citato Sigmund.

Ogni volta che partecipiamo ad affollati contesti ludici e non: feste, inaugurazioni, matrimoni, vernissage, magari funerali e quant’altro. Diveniamo inconsapevoli testimoni di “agganci” (non chiamiamole empatie) creati da occhi scafati che hanno imparato a decodificare e capitalizzare istinti primordiali. Anche nella calca… gay, lesbiche, presunte dive, maschi alfa, cougar e mammisti, Master e slave, alcolisti, tossici, ex galeotti, giargiana baccaglioni, cazzari faine, stronze genetiche, zoccole mascherate, predatori e prede, si sgamano in uno sbatter di ciglia. Lungo elenco, stringiamo il limone, vi è una categoria che non stabilisce contatti: gli “intelligenti”.

La definizione di “intelligenza” è, sostanzialmente, un artificio interpretativo, cito testualmente la Treccani: intelligènza (ant. intelligènzia) s. f. [dal lat. intelligentia, der. di intelligĕre «intendere»]. – 1. a. Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni …”. Ergo, la “intelligenza” non esiste, non nella sua applicazione pratica, reale (universo della informazione docet, per non parlare dell’istruzione), trattasi di opinabile convenzione selettiva ed elettiva. Il “gene” individuato avrebbe valore solo di fronte a una certificazione supportata in modo inconfutabile, cosa mai avvenuta tranne qualche “vittoria di Pirro”. Gli “intelligenti” non stabiliscono sinapsi nemmeno in un deserto, perché? Risposta inquietante: la presunta “intelligenza” è, di fatto, un impasto soggettivo tirato col mattarello di una oggettività figlia di un falso ideologico.

Cognizioni tecniche, conoscenza, cultura, malizia, furbizia, scaltrezza, cattiveria, perfidia, esperienza, percezione e, me lo si lasci dire, quel tirare a indovinare spacciato per “capacità di leggere dentro” (quando si azzecca il garbuglio con una botta di culo), sono elementi prosaici poco significativi per idolatrare quell’immenso caos chiamato “cervello”. Residenza ufficiale della “intelligenza”, evidentemente inquilina morosa, visti gli innumerevoli e pedissequi sfratti.

Un idiota che spara cazzate random è come un orologio rotto, due volte al giorno segna l’ora esatta, quindi, la sua, dovrebbe essere definita “intelligenza da voucher”, istintiva la connessione con le unità Aristoteliche (luogo, tempo, azione). Scapicollandosi nel tempo si arriva al più celebre aforisma di Andy Warhol: “quindici minuti di notorietà non si negano a nessuno”, pensiero meno “off topic” se abbinato alla sua frase famosa numero due: “la bellezza è già intelligenza”. Teoria che mette in discussione convinzioni millenarie, la “intelligenza” è mente oppure immagine, elaborazione o carne?

Come non menzionare William Blake: “la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”, se è “intelligenza” la bellezza, figuriamoci la saggezza, mi si perdoni il cinismo ma il più delle volte la strada dell’eccesso porta al camposanto, quando gira bene finisce nel cortile di una comunità di recupero. In un mondo che spesso confonde la cultura col nozionismo, c’è poco da meravigliarsi se in tanti faticano a distinguere la “intelligenza” codificata dalle flatulenze della genialità demente.

Quando ero ragazzo una donna matura mi disse: “noi femmine siamo più intelligenti dei maschi perché abbiamo il sesto senso”, lì per lì feci mia questa leggenda metropolitana, paesana, borgatara e condominiale ma, in tutta sincerità, impiegai ben poco a rendermi conto che se le donne si scrollassero di dosso questa stupidaggine, vivrebbero molto più serene. Evidentemente serve a poco visto che, prima o poi, tutte finiscono nella “pauta” dell’ansia e del tormento, angoscia e martirio sentimentale, il vittimismo è forse espressione di “intelligenza”? Mastodontica contraddizione in termini.

Noi siamo semplicemente mammiferi che hanno sviluppato una blanda forma di “intelligenza” negativa (lo scrivo da sempre e mi piace ripeterlo), così non fosse non devasteremmo la natura né faremmo nostro il concetto di prevaricazione, presunzione e prepotenza. Come è possibile considerare “intelligente” una specie che macera nella logica del dominio, del possesso e della tirannia, del finto acculturamento e della imposizione finalizzata a interessi di bottega?

Probabilmente la famigerata “intelligenza” consiste semplicemente nel conoscere se stessi e nella capacità di interagire e interpretare il resto del mondo seguendo regole non scritte, cosa scomoda e di difficile applicazione, meglio omologarsi e diventare “pedine” col sogno di far “dama” per poter fagocitare i più deboli. Locuzione latina: “Risus abundat in ore stultorum”, flebile segnale di riconoscimento, gli “intelligenti” non ridono mai, come i nerds, sfigati per antonomasia. Mi risulta esistano individui che fanno test on line a pagamento per quantificare il “QI”, obiettivo: tatuarsi il punteggio ottenuto. Gli stessi che per scegliere un nome estroso da affibbiare ai figli (rovinando loro l’esistenza) sfogliano il catalogo Ikea.

Pietra di paragone… Consultando testi di settore redatti da psicologi e terapeuti si attiva l’interesse, la percentuale di pazienti in analisi che svolgono lavori manuali (muratori, carpentieri, fabbri, imbianchini, ecc. ecc.) è irrisoria rispetto a quella dei preposti a mansioni di concetto. Non è una questione economica, un bravo artigiano che si è costruito un portafoglio clienti degno di nota, guadagna molto più di un capo ufficio e di un manager di prima fascia. Delle due l’una: “lavorare sudando rafforza gli equilibri psichici, oppure sono in troppi ad aver sbagliato nello scegliere tastiera e mouse anziché un utensile?”. Anche qui la “intelligenza” non ne esce vincente, antico adagio conifero: “braccia rubate all’agricoltura”.

Il genere umano è talmente coglione da usare la millantata “intelligenza” per creare la “intelligenza artificiale”, siamo nel cuckoldismo, anzi, direi nella triolagnia galoppante. Quando le automobili non avranno più bisogno di essere guidate, quando gli elettrodomestici si attiveranno da soli, quando lo scarico del cesso stabilirà autonomamente se trattasi di minzione o defecazione, quando l’armadio connesso sceglierà l’outfit in base alla temperatura e alle esigenze programmate… gli umani potranno passare molte più ore della loro vita a scrivere minchiate sui social e su whatsapp. Orrore e raccapriccio uscire di casa e imbattersi in individui che si estraniano dall’habitat deambulando con lo smart in mano, rapiti da chissà quale irrinunciabile e vitale conversazione. C’è poi la galassia “app”, quelle insulse sono le più scaricate, anche questo è un termometro che misura la “intelligenza”.

Titolo e immagine sguazzano nelle paludi dell’amaro sarcasmo. Incorporiamo, depuriamo e poi scarichiamo il materiale di risulta ma tutto ciò non è “intelligenza”, è prassi lapalissiana. Stucchevole e grottesca la tendenza new age, quelli che una volta venivano qualificati come “intelligenti”, oggi (storia contemporanea) si auto-definiscono “intellettuali”, pietra miliare di polistirolo! La “intelligenza” è un dogma religioso o forse semplicemente un rarissimo terzo occhio capace di vedere ciò che ad altri sfugge?

Tullio Antimo da Scruovolo