“Tutti gli uomini hanno una valida ragione per odiare le donne così come le donne ne hanno una per odiare gli uomini…”

Minare i già precari equilibri di una società claudicante diffondendo perniciose convinzioni, è un azzardo ad alto rischio, strategie simili tendono a trasformarsi in micidiali boomerang. Se le donzelle persevereranno nel marchiare come maschilismo, misoginia, sessismo, molestie e stalking ogni ranza di ruminante (vedi battuta di Sarri data in risposta alla domanda “idioterrima” di una giornalista incapace di rendere onore alla mordacchia riflessiva), si moltiplicheranno i coccodrilli nel fossato. Questo crescendo rossiniano di faziose colpevolizzazioni, induce a profetizzare eserciti di donne in analisi causa isteria da utero vagolante. Sull’altra sponda, frotte di uomini “conlepalleshakerate” appalteranno alle escort, performance a paranoie zero e assenza di qualsivoglia vincolo, l’appagamento dei bisogni basici creati da madre natura. Proiezione a cavallo tra l’onirico e l’apocalittico, per le donne un catastrofico depotenziamento, niente più vanità energizzante e niente più sessualità maschile da gestire. Salto della quaglia (zoppa) passare dallo status egosintonico alla contemplazione da uncinetto.

In questo Paese… non vi è nessun contratto nazionale di lavoro (né pubblico né privato) che a parità di livello, mansioni e anzianità penalizzi economicamente le donne. Sfruttamento, furberie e lavoro nero sono virus che colpiscono indiscriminatamente uomini, donne, gay, lesbo, trans, asessuati, maggiorenni, minorenni, Italiani, stranieri, bianchi, neri, asiatici, meticci, pappagalli parlanti e alieni. Per poter sbandierare dati bufala versione “al lupo al lupo”, vengono conteggiate le pensioni (con il retributivo gli uomini lavoravano cinque anni in più), i manager (dato di comodo) e, probabilmente, le forze armate. Settore che ha aperto le porte alle donne in tempi relativamente recenti, pietra di paragone inaffidabile. Maaaaaaa… a chi giova disseminar siffatte pigne mendaci???

In questo Paese… esistono leggi tragicomiche sulla genitorialità. Se una donna scaltra e avida gabba il pollastro di turno carpendogli con l’inganno una gravidanza, solo per sfornare un “figlio vitalizio” e quindi sistemarsi, trova nello Stato un affidabile compare. I giudici hanno il potere di imporre a un uomo l’obbligo della genitorialità, anche nel caso dovesse emergere palesemente il raggiro, per contro, le donne possono partorire figli e rifiutarli seduta stante sottraendosi al menzionato obbligo. Con quale criterio e stata concepita una simile discriminante? Uno Stato non può e non deve agevolare e/o incentivare le donne cacciatrici di sperma-reddito. Le gravidanze “accidentali” provocate da spiantati e disoccupati vengono, statisticamente, interrotte con l’IVG. Quelle “accidentali” che coinvolgono uomini ricchi e/o benestanti, per cause tutt’ora sconosciute (diciamo così), accendono un irrefrenabile e irrinunciabile bisogno di maternità. Siamo allo “Sci-fi”.

In questo Paese… se un uomo probo, ligio, fedele e costumato tornando a casa trovasse la moglie a letto con un amante, nel caso vi fossero bambini in famiglia, farebbe bene a star zitto e far finta di niente, denunciasse l’accaduto la legge lo infilerebbe nel tunnel della disperazione. Oltre alle corna si ritroverebbe a dover lasciare la casa coniugale alla fedifraga, come non bastasse, pure mantenerla e pagare spese/rimborsi a piè di lista, il tutto per “tutelare i minori”. Ordunque… dove sta scritto che per meglio tutelare i figli occorra strapparli a padri seri per affidarli a madri zoccole? Una donna spregevole viene premiata a discapito di un uomo integerrimo, tra l’altro penalizzandolo anche sull’affetto filiale. Il concetto che una pessima moglie possa comunque essere una ottima madre è teorico, direi aulico, insomma… è una gran cazzata. Chi tradisce non è assolutamente affidabile, ancor meno se accoglie amanti nel letto coniugale, vezzo da cui si evince il totale disprezzo nei confronti dei valori base della famiglia. La realtà è che se i tribunali dovessero veramente punire mogli sgualdrine e madri indegne, l’universo femminile si ritroverebbe in una imbarazzante vulnerabilità e con un potere contrattuale prossimo allo zero. A quanto pare una deriva da evitare assolutamente, con ogni mezzo.

In questo Paese… il riscatto sociale femminile è un concetto aleatorio politicamente imbrigliato. Emblematico il caso “Fausto Brizzi”, una quindicina di ragazze aspiranti attrici lo hanno accusato di violenze sessuali, alcune di loro si sono rivolte alla magistratura (denunce sporte fuori tempo massimo, reato scaduto, come uno yogurt). Il ring “innocentisti vs colpevolisti” non mi affascina né mi appartiene, lascia perplessi la gestione mediatica dello “scoop”. Giornali e tv (Iene a parte) ne hanno parlato il minimo sindacale, non di rado prendendo addirittura le difese del regista (in particolare le donne) per poi piombare, con una fretta sospetta, nel più tombale dei silenzi. Fausto Brizzi è forse un simpatizzante della sinistra? Quella sinistra forcaiola coi nemici e garantista con gli amici? Quién sabe? Una certezza assoluta l’abbiamo, se il presunto “Weinstein pizza & fichi” fosse stato un intimo di Berlusconi, un assiduo di Arcore… giornali e talk ne parlerebbero ancora oggi h24. Le femministe anti bunga bunga, stranamente afasiche, avrebbero organizzato manifestazioni di piazza ad libitum. Procure di mezza Italia si sarebbero arbitrariamente occupate della questione e, c’è da scommetterci, i soliti guru televisivi “anti” avrebbero elaborato teoremi tipo: “è evidente che Fausto Brizzi svolgesse semplicemente il ruolo di reclutatore/addestratore al soldo del vecchietto ficaiolo tricoleso”. Dulcis in fundo… le quindici ragazze avrebbe goduto di un credito fin qui assurdamente negato. Tutto ciò ci insegna quanto la dignità delle donne non sia un valore assoluto bensì un allegato ideologico. L’eco, la risonanza di un reato a sfondo sessuale è vincolata (intendo mediaticamente) all’appartenenza politica di chi lo commette o si ritiene abbia commesso, indipendentemente dalle vittime e dalla presunzione d’innocenza.

Ricapitolando… femmine e maschi asserviti sbraitano su teorici dislivelli economici nel mondo del lavoro ma nessuno, NESSUNO, ha mai documentato la cosa, carta alla mano, in modo credibile, inconfutabile. Quando si rompe un preservativo, la legge impone all’uomo di assumersi le responsabilità ma lascia alla donna la facoltà di deresponsabilizzarsi totalmente. Uomo traditore o uomo cornuto, per i giudici la soluzione è sempre la stessa: lui fuori casa con tutte le spese sulle spalle e lei al sicuro con i figli. La credibilità di una donna che denuncia molestie o violenza, è data dalla sponda politica del denunciato. Che dire… quadretto poco edificante!

Tutto ciò dista galassie da un rapporto corretto tra generi. Quando scoppiò lo scandalo del porco Hollywoodiano, sulla lunga onda emotiva, molte donne ebbero l’ardire di affermare: “anche una semplice carezza non voluta è violenza”, d’accordo ma il resto come lo chiamiamo?  Qual è il vero punto d’arrivo? Qual è l’obiettivo finale programmato?

Tullio Antimo da Scruovolo

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“scrivo per me stesso”, firmato PINOCCHIO…

Non sentirete mai Rocco Siffredi dire: “le misure non contano”, non sentirete mai Bill Gates proclamare: “i soldi non fanno la felicità”, non sentirete mai una strafica sentenziare: “l’importante è essere bella dentro”, non sentirete mai un vero blogger dichiarare: “scrivo per me stesso”. Dubbia e inquietante affermazione che riporta ai paradossi Kafkiani, i più eruditi disserterebbero di volpi e irraggiungibili grappoli d’uva.

Nessuno “scrive per se stesso”, anche coloro che vergano le pagine di un diario segreto, vivono nella inconfessata/inconscia speranza che qualcuno lo trovi e legga. Per “noi stessi” scriviamo appunti, promemoria, la lista della spesa e poco altro, sicuramente niente che potrebbe attivare una interazione col resto del mondo. La scrittura è, in ordine cronologico dopo la parola, la seconda forma di comunicazione, quella che da millenni divulga storia, scienza e cultura elevando mente e spirito.

Verba volant, scripta manent… “scrivere per se stessi” in uno spazio virtualmente accessibile a miliardi di persone è una puerile contraddizione in termini, ambiguo masochismo ideologico tipico degli sprovveduti o dei soggetti in malafede. Antropologicamente affascinanti i paladini dell’egoismo letterario che, giusto per ammazzare le giornate, imperversano su tutti i social “auto-promuovendo auto-storie auto-prodotte”, probabilmente sta nel prefisso “auto” il paradigma dello “scrivere per se stessi”.

Lapalissiana ovvietà, chi “scrive per se stesso” brancola nei vicoli intimisti, l’intimismo cessa di essere tale nel momento in cui viene trasformato in blob e disperso ad minchiam, le parole immesse in rete diventano indelebili, più di quelle scolpite nella roccia. La sensazione è che l’ego alterato dei suddetti necessiti di spazi infiniti e vaste eco, altra contraddizione che ci porta nel wood evolutivo: “scrivere per se stessi 2.0”.

Pur soprassedendo sui commentini pre-confezionati e sugli ipocriti follower/like, seminati come olive caprine senza nemmeno leggere i titoli dei post, non possiamo certo ridurre alla radice quadrata le colonne portanti che reggono e alimentano la blogsfera: “condivisione e interazione”. Asserire di “scrivere per se stessi” nel santuario della condivisione e della interazione è, a dir poco, un mega ossimoro. Hercule Poirot (guru della deduzione logica) condividerebbe sicuramente: “chi afferma di scrivere per se stesso su un blog, diventa l’amante clandestino di peculiarità ufficialmente ripudiate”, capolinea agli antipodi della coerenza.

Sarebbe un colossale errore minimizzare, svalutare il potere della scrittura vissuta come canale introspettivo. Stati d’animo ed emozioni trasformate in parole scritte, sono una potente e benefica terapia solo se non destinate a finalità diverse dalla elaborazione della propria essenza. Non si traggono benefici nel fare il bidè all’anima in una gremita agorà.

La vexata quaestio più che il dove, come e quando, dovrebbe investire il “perché”. Quando internet iniziò timidamente a entrare nelle case degli Italiani, vi era una sola forma di interazione pubblica, i forum, aree di discussione in cui venivano affrontati svariati argomenti. Rilevante la disparità tra quelli che si limitavano a leggere (tanti) e quelli che avevano l’ardire di intervenire (pochi), squilibrio dato da un atavico timore, quello di sparare cazzate, baluardo psicologico abbattuto dalla successiva invasione di pseudo scrittori, roba che neanche le locuste. Una pandemia resistente a tutti i vaccini conosciuti. Mi domando dove trovino la convinzione di affollare le librerie, reali e/o virtuali, quei blogger/scrittori che faticano ad ammucchiare una manciata di commenti sotto i loro post, nasce forse qui l’alibi/paracadute:“scrivo per me stesso”???

Nella patria di Dante Alighieri chiamiamo “scrittore” Fabio Volo (uno per tutti), lungi da me fare diagnosi sullo stato di salute della editoria Italiana ma considerata la sintomatologia… direi che sostenere di “scrivere per se stessi” sia una poco impegnativa presa di posizione, una paraculata snob in abiti vintage.

Tullio Antimo da Scruovolo

 

Se tutti i Colmar e le Hogan che si vedono in giro fossero originali, l’Italia sarebbe il Paese più ricco del mondo…

Abbracciare i dettami della moda significa mettersi in coda e acquistare un biglietto di sola andata per “Testicolandia”, affollatissima metropoli brulicante di rassegnati senza bussola, apolidi orfani di originalità bisognosi di effimeri surrogati. Cloni prodotti in trafila, ratificati nel look, nella forma mentis, nel linguaggio e, avvilente dirlo, nella gestualità.

Essere trendy ha un costo non indifferente, capi e accessori da fighetti e fighette scaldano la Visa come ogni status symbol che si rispetti, tuttavia è possibile sfoggiare brand must e out-fit fashion senza firmare pacchi di cambiali né assegni post-datati, tanto meno convolare a nozze con la Findomestic. Come fare??? Semplice, basta accendere un cero e versare l’obolo a Santo Tarocco.

Niente di nuovo sotto questo pallido e freddo sole, già negli anni ’70 circolavano Timberland “di imitazione”, simil Lacoste col coccodrillo rovesciato, Baume & Mercier fasulli, giubbotti in pelle della RAF prodotti in Campania e via così nei cunicoli del “copia copia” senza ritegno. In illo tempore era quasi impossibile prevedere che il “tarocco” sarebbe arrivato a fagocitare punti di PIL. Ha contaminato pure il settore enogastronomico ma questa è altra storia.

I poveri, soprattutto di spirito, hanno sempre avuto la poco edificante velleità di imitare/emulare i ricchi, in subordine i benestanti del quartiere confinante, quello con le case signorili dove abitano i figli di papà “tutti firmati”. Mi ha sempre lasciato perplesso l’ingenuità con la quale vengono contestualizzati i “pezzi” elitari, la dico in chiaro, una impiegata da 1.200 euro al mese che frequenta colleghe da 1.200 euro al mese, ecc. ecc. Quali gratificazioni potrebbe mai incassare dovesse presentarsi in ufficio con un Versace da 5.000 Eurazzi??? Intendo oltre a maldicenze, illazioni e perfide congetture. L’invidia materiale prodotta sullo stesso livello di appartenenza ha un valore prossimo allo zero.

Diciamocelo, i guru della moda possiedono una parvenza di coscienza, probabilmente anche quella tarocco, infatti dopo aver indotto i modaioli a spendere un capitale per acquistare il giubbino Colmar e le scarpe Hogan, hanno pensato bene di onorare la parsimonia togliendo dall’out-fit le calze. Colgo l’occasione per salutare virtualmente tutti quei pirla (M/F) che nel freddo polare sgambettano con la caviglia nuda. Vien da pensare che trattasi di una genialata partorita dalle case farmaceutiche per incrementare futuri introiti, insomma, una joint venture tra moda, mass media e medicine. Domande spontanee: “emanciparsi dai pedalini agevola il broccolamento??? E’ una scorciatoia per approdare alla copula???” Mi auguro di sì, sarebbe proprio da fessi battere i denti gratis et amore Dei.

Eviterò di appoltigliarvi l’apparato riproduttivo con concetti tipo: “mode e tendenze sono ketchup & maio dell’essere”, “vivremmo al buio senza i/le fashion blogger”, “essere cool appaga il bisogno di appartenenza”, “dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei”, “se esci di casa senza almeno tre capi griffati non conti niente”, “seguire la moda significa essere moderni (botta di acume)”…!!! Non starò nemmeno a sciorinare elucubrazioni sulle “omologazioni a imbuto” e sulla “gestione a scolapasta delle tendenze”, strumenti finalizzati alla valorizzazione effimera.

La storia ci insegna come dalla antica Roma a venire, abbigliamento e orpelli siano sempre stati elementi di identificazione sociale, purtroppo, probabilmente per fortuna, ai tempi di Nerone, nell’oscuro medio evo, nell’illuminato rinascimento e nel glorioso risorgimento… agli angoli delle strade non vi erano ambulanti extracomunitari che vendevano merce taroccata. Ad onor del vero nemmeno siti “aumme-aumme”.

Come spesso avviene, anche il “romanticismo” del tarocco finisce col favorire sempre e inevitabilmente il ricco, se un poveraccio qualsiasi dovesse presentarsi al Bar Sport del paesello con un Rolex al polso, nessuno scommetterebbe un centesimo sull’autenticità dell’orologio. Viceversa, se un personaggio come Briatore (il primo che mi è venuto in mente) dovesse presentarsi in un locale della Costa Smeralda con un Rolex “ciucco”… nessuno oserebbe dubitare sulla originalità. Ne consegue una logica: “il valore ipotetico di un oggetto è dato da chi lo porta”, fosse bibbia questa teoria, un frutto periferico con indosso Colmar e Hogan tarocco, rimarrebbe tale anche con capi ”the original”. Cui prodest???

“Very trendy” è colui che vive bene con se stesso nella propria dimensione, sogni, aspettative e ambizioni non si appagano con il bluff incrementando l’illegale mercato della contraffazione. “Very trendy” è colui che non si lascia centrifugare il cervello dal/dalla esperto/a di turno, in molti dovrebbero imparare a parafrasare un vecchio spot dell’amaro Jagermeister interpretato da Raz Degan: “come mi vesto, cosa leggo, che film guardo, cosa mangio… sono cazzi miei!!!”

Tullio Antimo da Scruovolo

 

WHISTLEBLOWING, ciò che mancava agli Italiani già noti come impiccioni, pettegoli, maldicenti, spioni, pentiti e…

TENETEVI FORTE… Via libera definitivo alla Camera alla legge sul whistleblowing che punta a tutelare il dipendente che segnala attività illecite nell’amministrazione pubblica o in aziende private. Con questo provvedimento il dipendente che farà la “soffiata” (da qui il nome della legge) vedrà tutelata la propria identità. Inoltre, avrà la garanzia di non essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa che potrebbe avere effetti negativi. “La legge sul whistleblowing è una norma di civiltà, perché chi segnala illeciti di cui è venuto a conoscenza sul luogo di lavoro non può essere lasciato solo”, ha dichiarato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

Perdindirindina, stavamo scarsi a fetenti e fango, provvedimento legislativo che innalza l’ennesimo muro, non che ne sentissimo improcrastinabile necessità, tra la stoica Italia tenacemente aggrappata al filo dell’etica e quella “squallorizzata” da una classe dirigente che si “annaca” sull’amaca in deficienza di coscienza.

L’ufficializzazione dello “spione sindacale”, annoverato tre le specie sotto protezione, creerà nuove sub-figure per sub-curriculum da inviare alle sub-agenzie di sub-collocamento, prospero avvenire per laidi possessori di un “Dottorato in delazione”. Apparati pubblici e imprese private investiranno mezzi, energie e risorse per assicurarsi, nel decoro istituzionale, servigi di apprezzate maestranze come: “leccaculista mascherato”, “Jobs Act Iscariota ”, “trojan sorcio interceptor”, “coffee break Caino ”, “Lucrezia Borgia dell’archivio”, “Buscettaro sezione sinistri”, “Schettino della sala mense”, “Conte Ugolino dell’ufficio acquisti”, “la megera di concetto” e… vai così con il “gola profonda contest”.

Tutti i lavoratori dipendenti Italiani non aspettavano altro che questa agognata, anticipata strenna natalizia, ovvero la possibilità di rovinare la carriera, standosene al sicuro in un ventre di vacca (ossimoro sdoganamento della omertà), all’odiato collega sborone o di sputtanare la smorfiosa tutta culo e tette (rifatte) che fa la gatta morta col Boss. Efficace lupara per azzoppare la concorrenza sul filo della promozione nonché manna per tutte le tresche da ufficio andate in aceto che implorano ferina vendetta.

In questa società permeata dalla delazione in odore di endemia, il “whistleblowing” può solo cortocircuitare un già insicuro sistema accorciando i tempi del default morale e della dignità. L’Italia è un Paese spiaggiato sull’arenile del pentitismo figlio dell’abietto baratto: “dammi qualche colpevole e salverò te a prescindere”; stolto colui che snobba la zia di tutte le metafore: “il lupo sarà sempre cattivo se ascoltiamo solo cappuccetto rosso”. Garantire anonimato e copertura significa alienare il contraddittorio e quindi sentenziare, unilateralmente, eventuali provvedimenti ma, come dimenticarlo, non tutte le malefatte lasciano tracce indelebili o tangibili.

Rimaniamo sul pezzo, sul drone caricato a mille dalla cronaca: “le molestie”, pare sul posto di lavoro si perpetrino la maggior parte delle medesime, lo dice anche Alba Parietti, sopraffina intellettuale di sinistra che tutto il mondo ci invidia (ma anche no). Inutile e improduttivo sconfinare nella saggezza talmudica per distinguere chi soffre da chi si offre, poiché palpatine e proposte non lasciano firme né rivendicazioni del copyright, sarà improbo appurare la veridicità delle denunce. E’ alto il rischio che vanitosi soggetti respinti e quindi oltraggiati nel loro ego, optino per devastanti nemesi.

Le imprese private hanno un solo credo, obiettivi totemici da onorare con ogni sacrificio, fine che rende le alte sfere tolleranti nei confronti di sottoposti più produttivi che discoli, comunque sempre salvaguardando l’immagine aziendale. E’ nel pubblico impiego che il “whistleblowing” trova, troverà humus per svilupparsi, propagarsi, diffondersi in modo virale, la cosa potrebbe provocare impensabili giri di boa, tendenzialmente ogni nuova legge capace di stimolare gli istinti più beceri produce eclatanti effetti immediati.

Il Generale Dalla Chiesa trasformò la “delazione interessata” in arma per combattere il terrorismo, successivamente lo stesso modus operandi fu mutuato dall’antimafia, una 15ina di anni orsono la GDF istituì un numero verde spronando gli Italiani a denunciare ipotetici evasori, la denuncia è caldeggiata anche nelle scuole per contrastare il bullismo, adesso arriva lo spione aziendale e presto, forse, saranno infettati anche i bimbi negli asili. In questo modo si costruisce una società di infami.

Non credo di passare per Marziano se affermo che: “1) le mafie si dovrebbero combattere investendo in tecnologia, strutture e in formazione professionale, non proteggendo e stipendiando come manager la peggiore feccia, 2) le mele marce nelle aziende e negli apparati pubblici bisognerebbe individuarle ed eliminarle con severi controlli piramidali responsabilizzanti e rapidi, adeguati, provvedimenti cassati, non con denunce anonime, 3) il bullismo nelle scuole lo si combatte ripristinando equilibri, poteri e gerarchie tra scuola, studenti e genitori, la merda si espande nel caos, mai nell’ordine e nel pulito.”

Tullio Antimo da Scruovolo

onde per cui la quale a sua volta…

Adoro i carciofi, mi piace cucinarli alla giudia, già ammiccano invitanti nei negozi di primizie. Mentre sono in coda per acquistarne una mezza dozzina, due attempate ma grintose Signore tentano di coinvolgermi nella loro accorata dissertazione, oggetto del contendere l’affaire “Anna Frank in blusa romanista”. Io satireggio, tu satireggi egli satireggia….

Gli stadi sono latrine ove spurgare livore e frustrazioni, ipotetici lettini psicanalitici sui quali uomini e donne di ogni ceto scaricano lo stress accumulato nella trincea esistenziale. Dagli spalti è possibile inveire con cattiveria contro le forze dell’ordine senza pagare pegno, urlare poco lusinghiere considerazioni sulla moralità di madri, sorelle, mogli e figlie degli arbitri senza essere querelati, invocare purificanti eruzioni vulcaniche e perfino sbeffeggiare i morti, come ben sanno tifosi Granata e Bianconeri. Ma, ahinoi, anche in codesta “zona franca”, purtroppo, sono arrivati bizzarri veti “politically correct” a sclerotizzare le arterie del sarcasmo goliardico bandendo, perentoriamente, satira/ironia su omosessuali, ebrei e negroidi (termine scientifico). Chi si è arrogato il diritto di stabilire che la dignità di omosessuali, ebrei e negroidi sia superiore a quella dei MORTI di Superga e dell’Heysel??? E’ solo una tra innumerevoli domande pertinenti.

Creatività e fantasia sono figli dell’intelligenza, furbizia e malizia fuoriescono da orifizi poco soleggiati, l’ipocrisia è un irrefrenabile conato che colpisce i meschini. Che la tifoseria Laziale non fosse propriamente una emanazione del partito comunista era cosa nota, così come era ed è tutt’ora cosa nota la presenza di attivisti politici nelle curve, i tifosi sono comuni cittadini, non strane forme di vita a intermittenza che tra una partita e l’altra si smaterializzano. Anna Frank in giallorosso non è stato sicuramente il migliore degli sfottò (magari i romanisti risponderanno mettendo la maglia biancoceleste a Che Guevara) ma l’assordante casotto che ne è derivato fionda fior di dubbi. La sensazione è che il bailamme sia servito per distrarre l’opinione pubblica da una porcata ben più seria e grave, l’approvazione (con la fiducia) della nuova legge elettorale grazie al decisivo consenso di Denis Verdini, una personcina a modo, costumata, timorata e senza macchia, praticamente la escort della “Renzi Jazz band”.

C’è da scommettere che molti, moltissimi indignati che biasimano la bravata laziale siano gli stessi che urlavano a squarciagola “je suis Charlie” nelle manifestazioni post attentato Parigino. Quello slogan ripetuto milioni di volte da milioni di persone, anche in rete, stampato su milioni di magliette e cartelli, adottato da tutti i media dell’occidente, aveva un solo NOBILE intento, difendere la “libertà di satira”. Per giornalisti e vignettisti di “Charlie Hebdo” la libertà di satira consisteva nella ridicolizzazione della religione Islamica e del suo Profeta, veri e propri pesantissimi oltraggi, bestemmie al cui confronto “Anna Frank versione forza lupi” pare la pubblicità di un borotalco.

Circostanziando le vignette di Charlie Hebdo e la goliardata in questione alla SOLA libertà di satira si rimane sgomenti, la pesante doppia morale sconcerta, insultare l’Islam è un diritto inalienabile, toccare gli ebrei è colpa grave, gravissima, al punto da indurre culi altolocati a prodursi in cazziatoni da caserma e sinistre reprimende. Qualcuno paghi un bicchiere di vino al “Presidentesso” Lotito ringraziandolo per aver reso pittoresca, grottesca e sdrammatizzante la manfrina “salva faccia”, una pantomima degna dei migliori Totò e Peppino.

Già duemila anni orsono gli antichi Romani avevano intuito quanto fosse saggio e importante concedere al popolo spazi in cui esprimere anarchia concettuale, noi, dopo 20secoli di presunto progresso ed evoluzione, ci adoperiamo alacremente per moralizzare terapeutiche arene come stadi e web, il tutto in nome di quella subdola, strisciante, pericolosa “santa inquisizione” chiamata “politically correct”. In Italia ci sarà anche un preoccupante calo demografico ma, come amava dire Costanzo: “la mamma dei coglioni è sempre incinta”, a me viene da aggiungere: “e sforna gemelli a ripetizione senza nemmeno concedersi un coffee break”.

Trasformare l’ipocrisia in pane e il doppiopesismo in companatico non è il menu ideale per appagare la fame di buon senso e logica applicata, due ingredienti che da troppi anni disertano le nostre tavole.

Tullio Antimo da Scruovolo