La coscienza e l’anima…

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Molte persone si sono ritrovate, loro malgrado, a dover “prendere un caffè con la morte”, mi riferisco ai superstiti delle tragedie di vario tipo, collettive o private, individui che per secondi, minuti, ore, addirittura giorni, hanno vissuto lucidamente la concreta prospettiva di crepare, magari in modo stupido e incolpevole (vedi i morti della Concordia). Il panico è solo il primo stato d’animo, non dura nemmeno poi così tanto, a ruota segue una forte speranza/illusione  che progressivamente si scioglie, mai del tutto, cedendo il posto alla rassegnazione, è questa la fase in cui reminiscenze culturali e religiose divengono figure solide. Le “riserve” messe in campo si chiamano: “coscienza” e “anima”.

La coscienza è un frutto prodotto dalla pianta dei pregiudizi e dei principi, spauracchi che ci instillano fin dal momento in cui veniamo alla luce, entrambi catalogabili come chimere “OGM”, dettami subdolamente vergati da mani ansiose di alienare le menti . Potremmo, dovremmo ipotizzare anche una coscienza parallela, quella che fa capolino a fronte di passi falsi, un sentiero contrario a quello del proprio appagamento, ci si può pentire di aver fatto troppo male ma anche di non averne fatto abbastanza. Il rimorso è opera del pregiudizio, la paura delle conseguenze nel caso si dovesse essere scoperti, senza distinguere il male dal bene. Mutata la legge, annullata la pena… il “peccato”, come per incanto, non è più tale. L’inefficacia del rimorso (la validità della coscienza) la si evince dal suo non riaggiustare le cose, non solo, il più delle volte non inibisce la reiterazione del gesto “insano”, anzi, direi che ne attesta l’insussistenza. Tendenzialmente non ci pentiamo di ciò che abbiamo fatto bensì degli errori commessi che ci hanno tradito. La ritorsione della coscienza è, eventualmente, un “face to face” ben lontano dalla vittima del nostro operato, un processo che esclude la parte lesa, una resa dei conti con noi stessi.

Il concetto di “anima” è più arzigogolato, essendo questa diversa dal corpo nella sua essenza non potrebbe agire di concerto con lo stesso. La pretesa assurda è il far credere che nonostante l’anima agisca autonomamente, senza avere niente in comune  con la carne, crei ugualmente sinapsi tra materia e spirito. L’apoteosi la si raggiunge con la teoria della “delega”, infatti è propria l’anima, una volta staccatasi dal corpo defunto, a dover pagar debiti o incassare crediti in quanto destinata a patimento o beatitudine in eterno. L’anima è un surrogato, la scorciatoia che “avvicina” gli uomini alla immortalità, certamente utile anche per commercializzare i sacramenti e la stessa morte. “Polvere siamo e povere torneremo”, la polvere non terrorizza, non produce proseliti asserviti, l’anima sì.

I  bastioni moralistici sono stati piazzati per contenere le derive fisiche, “dovrebbero” dividere il vizio dalla virtù, la coscienza ne è la leva, l’anima la direzione. Invero la coscienza e l’anima sono gemelli eterozigoti partoriti da un utero a noi estraneo, una “madre” che non conosceremo mai fecondata da un pernicioso bisogno umano, creare regole comportamentali per trasgredirle attraverso la sopraffazione. Dovessero veramente esistere coscienza e anima… verrebbe da dire che noi siamo le  loro avvilenti fantasie erotiche.

Ciò che lascia perplessi è un aspetto ignorato dai più, il tormento della coscienza e la dannazione dell’anima sono direttamente vincolate alle situazioni climatiche, una teoria con fondamento logico e tangibile, non tedierò i lettori di questo blog con spiegazioni interminabili. Diciamo che suggerisco di leggere le religioni, le culture e le “morali” sparse sul pianeta, collegandole alle longitudini e alle latitudini.

Tullio Antimo da Scruovolo

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32 thoughts on “La coscienza e l’anima…

  1. Forse nei paesi caldi la “passione” si “sente” di più! Pensandoci è così, il freddo gela l’anima e, forse, anche le coscienze!
    Mi hanno colpito le immagini..mi rattristano! 😦
    Ottimo post, lo rileggerò ancora !

  2. I riferimenti più forti a coscienza ed anima si sentono più spesso proprio nei luoghi in cui la morte, per diversi motivi, ha una maggiore presenza. Laddove le religioni con più forza fanno proseliti ed impongono leggi.

  3. Su questo argomento possiamo parlare indefinitivamente senza mai concludere, allora ti parlo per esperienza: sono stata in punto di morte per embolia polmonare bilaterale con arresto cardiaco, mi trovavo in rianimazione, sono intervenuti subito e mi hanno salvata. Levitavo in un tunnel di luce e stavo benissimo, senza un pensiero al mondo né mi guardavo intorno o avanti per capire. La pace era immensa. Io, cattolica davvero convinta, non pensavo alle cose della mia fede né avevo alcun pensiero dei miei peccati né paure. La tranquillità assoluta. Poi ho sentito una gran puzza di gomma ed era il palloncino dell’ossigeno che mi sbattevano addosso mentre un medico (il primario) gridava: Respira, respira, tu devi vivere.
    Disturbata, ho tirato un pugno e dopo ho saputo che ho rotto il palloncino, ma sotto il letto ne avevano uno di riserva, l’hanno afferrato e hanno ricominciato, dopo ho trovato i lividi sul mio petto.
    Allora ho pensato: E va bene, accontentiamolo, respiriamoci dentro così forse me lo toglie.
    Così ho respirato, immediatamente mi hanno messo la bombola con l’ossigeno che gorgogliava ed entrava tutto da solo nei miei polmoni, ciò mi ha divertita molto, tanto che una volta me l’hanno rimesso perché ne avevo voglia. Non so che aggeggio fosse. Per dieci giorni e dieci notti sono stata sempre collegata alla bombola con l’ossigeno, la mia famiglia mi parlava col telefono da dietro il vetro, io sorridente, assolutamente calma e perfettamente cosciente che potevo morire da un momento all’altro.
    Ciò che si racconta sulle esperienze di premorte è vero, ma anche indicibile.
    Nel mio blog ne ho parlato, ma dopo il passaggio da splinder a wordpress poco fa non mi è riuscito di trovare il post, speriamo che non l’abbia cancellato.

  4. Certamente ritrovarsi sul punto di morire per cause esterne deve essere una situazione diversa da morire di malattia, ma non so. Io ho rischiato di morire annegata. Ho solo pensato alla mia famiglia, del resto non mi importava nulla. Mi sono risvegliata con uno che mi faceva la respirazione bocca a bocca. Su momento non ho avuto particolari reazioni, ma ho smesso di nuotare. Ero in piscina! Può essere che il trapasso sia diverso da persona a persona. Non so. Mediterò. Ciao

  5. Caro Tads trovo molto interessante questo post. Considero “coscienza e anima” concetti prodotti dalla società e dalla religione. Possiamo metterci anche ” etica…morale…” Il nostro essere è fatto di bisogni che vogliamo soddisfare, come mettere dei paletti? Freud ha definito il Superego come l’insieme dei divieti genitoriali che introiettiamo in giovane età , ma questi soli evidentemente non bastano… La società in combutta con la religione ha creato nuovi valori che ti “vedono” dappertutto e registrano le cattive azioni per poi punirti oltre la morte. Quale deterrente migliore? Mi viene in mente “il ritratto di Dorian Gray” ….. Avere un ritratto che assorbe tutte le nostre cattive azioni, imbruttendosi…. Potrebbe farci stare meglio?

    • ciao Valeria,
      “il ritratto di Dorian Gray” rappresenta in modo esaustivo l’interpretazione dell’anima come entità, chiamiamola così, delegata ad assorbire dannazioni o beatificazioni conto terzi. Una capro espiatorio personalizzato.

  6. E’ un post splendido che induce a molte riflessioni. Per me, che non sono credente, l’anima esiste ma non in quanto immortale, o suscettibile di punizioni, bensì nel senso di coscienza umana. La nostra parte più intima e vera.

  7. Credo che, mentre si comprende di lasciare questo mondo, la disperazione sia tanta da non far riflettere su nulla: è solo la paura che prende il sopravvento. Per quanto riguarda la coscienza perché dovrebbe essere un’invenzione delle religioni, direi piuttosto un modo per educare l’uomo al giusto comportamento. E, poi, chi ha una natura normale, ossia non è un malavitoso, sente dentro di sé come una voce che gli parla. Anima, coscienza, per me non c’è differenza è bello rispettare se stessi e gli altri e sicuramente proveremmo quel senso di pace così appagante.
    Buona giornata, un abbraccio.
    annamaria

    • cara Annamaria,
      lungi da me il contraddirti ma di situazioni pre-morte in cui si riflette ce ne sono tantissime, vedi ad esempio i sequestrati, le persone sepolte dalle macerie e via andando.
      Possiamo interpretare coscienza e anima in modo personalizzato ma se rimaniamo sui canoni ufficiali la religione docet.
      La coscienza dovrebbe essere una parte di noi che agisce durante la vita, l’anima dovrebbe farlo dopo la morte, questa distinzione non è frutto del mio sacco.
      Personalmente, lo dico da sempre, coscienza e anima non avrebbero senso nè utilità se gli umani vivessero in un mondo in cui l’elemento formativo primario fosse il rispetto, un terreno rispetto, per se stessi e per gli altri.
      Ce lo insagna la natura, se la rispetti ti dà da vivere, se la devasti ti punisce, in questo non c’è niente di soprannaturale.
      un abbraccio anche a te

  8. Caro Tads,

    scrivi di cose complesse e credo che tu sappia che quando entri in stanze così poco illuminate il pericolo di andare a sbattere contro qualcosa è tangibile. Foss’anche la sensibilità degli altri. Su molte cose che dici la penso in modo molto simile (sulla questione coscienza ad esempio. Pirandello sosteneva tra l’altro che fosse in soldoni niente di più che gli “altri” dentro di noi) in altre però, per come vedo il mondo io ovviamente non certo la verità assoluta, non penso che tu abbia detto tutto.
    In modo particolare quando argomenti del “Rimorso” ho forti dubbi.
    Intendiamoci non dici stupidaggini e tendo a credere che ci sia persino un’aliquota di esseri umani per cui funziona nei modi che racconti te.
    Quando sostieni che “….Il rimorso è opera del pregiudizio, la paura delle conseguenze nel caso si dovesse essere scoperti, senza distinguere il male dal bene. Mutata la legge, annullata la pena… il “peccato”, come per incanto, non è più tale. L’inefficacia del rimorso (la validità della coscienza) la si evince dal suo non riaggiustare le cose, non solo, il più delle volte non inibisce la reiterazione del gesto “insano”, anzi, direi che ne attesta l’insussistenza. Tendenzialmente non ci pentiamo di ciò che abbiamo fatto bensì degli errori commessi che ci hanno tradito. La ritorsione della coscienza è, eventualmente, un “face to face” ben lontano dalla vittima del nostro operato, un processo che esclude la parte lesa, una resa dei conti con noi stessi….”
    racconti solo una faccia della medaglia tralasciando un’altra, che tende a guardare verso la luce e non gli abissi.
    Io non credo che il rimorso sia legato alla paura delle conseguenze di essere scoperti. Anzi. Ad essa aggancerei altre cose, persino il rimpianto di non essersi comportato nei modi che quel che crediamo giusto ci suggeriva. Il rimorso, secondo la mia mentalità, è quel dolore sordo, non classificabile ne localizzabile che pervade la nostra mente e di conseguenza il corpo per la consapevolezza di aver ferito e provocato danno non giustificabile verso qualcun altro o se stessi. Non ha a che fare con l’annullamento della pena ma piuttosto va visto come pena stessa. Troppe volte dimenticata o peggio sottovalutata. Il rimorso degli errori compiuti che ci hanno tradito come sostieni è una visione molto aggressiva che non sposo.
    E’ vero tuttavia che il rimorso esclude la vittima e rimane un faccia a faccia con noi stessi. Ma da quando la vittima deve essere parte della pena?
    La vittima ha diritto ha chiedere il risarcimento del danno che è pero altra cosa dalla pena del reo dalla quale deve essere sganciata.
    Il “peccato” resta tale e non sparisce come dici. Anzi proprio in virtù del rimorso esso acquista spesso più gravità di quanto sarebbe in circostanza nelle quale il rimorso non sia presente.
    La vera questione sul piatto semmai è la reiterazione.
    Su questo credo che si basi la teoria giustizialista che governa non solo le leggi ma anche il pensiero di menti aperte. Perfino la tua.
    Balenare agli altri anche la minima possibilità di reiterazione del peccato fa scattare dei meccanismi di difesa per cui non importa il processo di redenzione intrapreso, dal reo. E ciò su cui si basa la morale comune. La domandina subdola “e se lo facesse ancora?” distrugge ogni difesa, per quanto ben strutturata di coloro che vogliono vedere la luce e non le tenebre.
    E magari capita una volta su cento e quando succede si inficia il 99% dei casi contrari.
    E’ una cosa, che, sono certo, sai come e meglio di me.

    • io parto da uno start diverso, il cibo che nutre questo blog da tanti anni, anche se non sempre gradito da tutti, è il guardare le cose dal lato più scomodo e rischioso, come giustamente hai notato. Non ho velleità nazionalpopolari nè la voglia di montare in sella a cavalli dati piazzati per certo.

      Nel post riporto una convinzione che ho fatto mia da tanti anni, la coscienza e l’anima non servono per distinguere gli uomini dagli animali bensì per gestirli. All’esistenza dell’anima non credo minimamente, se la coscienza è vissuta come riferimento autoanalitico e magari punitivo, il rimorso si trasforma in dolore sordo, come tu affermi, solo negli indivudui sensibili. Concettualmente è una contraddizione in termini, gli individui sensibili non dovrebbero “sbagliare”, non GRAVEMENTE. Le “lacrime di coccodrillo” sono temporanee, di conseguenza la frequente reiterazione alleggerisce, vaporizza il peso del “peccato”, quando non lo rende “bisogno”.

      Sei laureato in giurisprudenza e quindi vedi una logica esclusione della vittima, io, filosofeggiando, ritengo che la vittima debba essere parte fondamentale della pena, per non dire esclusiva, teoria di difficile applicazione. Sarebbe interessante sapere il perchè molti si suicidano dopo aver ucciso, lo fanno per pentimento o per paura di dover affrontare le ovvie punizioni?

      Sia chiaro che non nego l’esistenza di pentimenti profondi a fronte di malefatte dannose, per se stessi e altri, non c’è bisogno di tirare in ballo la coscienza per pentirsi di un errore, per fare autocritica e adoperarsi per correggersi.

      A livello pratico il pentimento per i propri errori, intendo quelli che scoperchiano le colpe e generano conseguenza, sono i più diffusi, spesso, quasi sempre, servono ad alimentare l’astuzia non a indurre alla redenzione.

      Grazie per il tuo apprezzatissimo e graditissimo intervento.

      • Sull’esistenza dell’anima sei in buona compagnia. Tutte le persone più intelligente della storia sono state atee. Io, forse perchè non lo sono così tanto, avverto il senso del mistero.Sarò stato corrotto dal catechismo giovanile o forse perchè faccio fatica a credere che niente abbia un senso e tutto sia legato al caso e alla vanvera. Ma il tema che hai proposto te è diverso. Dire che gli individui sensibili non devono sbagliare per definizione è un ossimoro rispetto al postulato iniziale che niente debba essere dato per tale. Insomma l’anima non esiste finchè non è provato che esista e allora perchè non allo stesso modo anche quest’altra cosa? come mille altre assieme ad essa. Insomma chi l’ha detto che le persone sensibili come dici te, non debbano sbagliare?
        L’errore è insito nella natura umana, quella che tu difendi (giustamente) a spada tratta.
        Anche l’affermazione “le lacrime di coccodrillo sono temporanee” scusami, ma è una tua opinione. Rispettabile, sia chiaro, ma pur sempre un’opinione. Come se io dicessi che il dolore per la perdita di un genitore è una cosa temporanea. Forse per me è stato così, ma conosco persone che ancora ci soffrono e avvertono quella perdita come qualcosa di irreversibile. E come tu sai il dolore si porta dentro anche senza necessariamente manifestarlo esteriormente e quindi, di nuovo, come si fa a dire PER CERTO, che anche in coloro che sembrano goduriosi e felici, non alberghi ancora il rimorso per un atto che a prima vista sembra essere andato perso?
        tu dirai:
        si vabbè, però non è detto nemmeno il contrario.
        Infatti è quello il punto.
        Non si sa.
        Allora quando non sai, non sei certo, puoi decidere se sposare l’uomo nella sua innata bontà o condannarlo nella sua innata cattiveria. Stare a metà è un esercizio troppo difficile e ondulatorio. ecco perchè, in fondo, rispetto persino personalità considerate orribili che hanno preso nei confronti degli altri decisioni che a molti appaiono aberranti.
        Io ho scelto invece di stare dalla parte dell’uomo anche se so che a volte lui può fregarmi.
        Non dico che è la cosa più giusta è solo quel che ho scelto io.
        tutto qua,
        Piuttosto cambiando discorso mi dici una cosa che mi è un po’ che volevo chiederti. Ma come hai fatto ad avere 320 mila accessi in due anni?
        sei un mostro..:)
        nel senso buono del termine.
        Io ho una media triste, pure in calo, che non ho la minima idea di come migliorare.
        Suggerimenti?

        • mi impongo una certa sintesi e questa, innegabilmente, penalizza i pensieri. Le persone sensibili, quelle che credono in determinate cose e che intorno ad esse costruiscono la propria esistenza, non “dovrebbero” sbagliare per logica applicata. Non c’è niente di ossimoro. E’ il mondo ad essere ossimoro nella sua essenza

          la lacrime di coccodrillo sono temporanee, per miliardi di individui sì. é altrettanto vero che ci si può schierare da una parte oppure dall’altra, io non mi schiero, analizzo il lato scuro, i lati scuri della umanità, se ci infiliamo nel ginepraio degli esempi e delle eccezioni non ne usciamo più. Il dolore duraturo per la perdita di un caro non è un problema di coscienza, ammettendo per un istante che essa esista. Ho precisato di non aver condizionamenti religiosi perchè ho ritenuto di doverlo fare, l’ho fatto spesso.

          il tuo simpatico tentativo di banalizzare la cosa lo leggo con un sorriso, gradevole disquisizione, il mondo è mosso dagli aspetti laidi degli essere umani, non da quelli nobili, i risultati sono chiari. Rendere tutto politically correct appellandosi a valori che per la maggioranza restano solo sulla carte, questo è sì banale, per non dire ipocrita, non mi riferisco a te, ho capito il tuo punto di vista e lo rispetto, penso anche che prima o poi la vita ti porti a visioni più nitide.

          Per quanto riguarda le tue domande finali:

          sono su questa piattaforma da un anno, “angolo del pensiero sparso” esiste da da svariati anni, semplicemente ho interrotto il trasloco manuale di post e commenti vecchi, la piattaforma precedente non mi ha concesso il trasferimento in blocco del blog, il numero delle visite è complessivo, non si riferisce solo a quelle su wordpress

          Ho avuti momenti di grande audience, nei tempi andati, anche tre anni di censura, non sono la persona ideale per dirti come risolvere o affrontare un calo, io ho scremato fino all’osso la mia utenza, ho eliminato tutti i commenti di cazzeggio, i fuori tema e le discussioni tra utenti, qui difficilmente leggi cose tipo: “sono passato per un saluto, ciao”. E’ una mia scelta, avere centinaia di commenti non mi interessa, come ti ho detto prima non credo li avrò mai, anche per le cose che tratto e per come le tratto.

            • la vecchia piattaforma era, è, su un portale “politicizzato”, i blog godevano di vari livelli di visibilità, scrissi una lettera aperta a Romano Prodi, ebbi circa 10.000 visite in 24 ore e un mare di commenti e mail. Da quel post, per tre anni, mi fu negata ogni forma di visibilità (passaggio nella pagina dei blog e sulla hp nazionale). Per farti capire la differenza, in quei tre anni accumulai un totale di 50.000 visite, dopo essere stato tolto dal purgatorio ne ricevetti circa 100.000 in un solo anno. Una volta acquisito il titolo di blog raccomandato e, di fatto, di blog leader, ho deciso di traslocare. Avrei potuto farlo prima ma ne ho fatto una questione di principio.

  9. non temo la morte, l’ho sfidata per assurdo tante volte, volavo in parapendio facevo subacquea in correnti relitti grotte ,correvo in macchina ma non e’ mai stata la mia ora. poi qualcuno mi ha ancorato ad una responsabilita’ grave incancellabile e sono diventata molto autoconservativa responsabile quasi noiosa.se dovessi morire la mia disperazione sarebbe per lei la mia adorata bambina non per me ,io sono frattaglie con cuore e ragione niente piu’.esisteremo solo nei ricordi di chi ci ha amato .il dopo non mi importa….me la cavero’ anche li’ ! 😀

    • accidenti che tipa audace 😀
      anche io ho praticato sport estremi per tanti anni, qualcosina faccio ancora ma molto meno rispetto al passato.

      “…,io sono frattaglie con cuore e ragione niente piu’.esisteremo solo nei ricordi di chi ci ha amato…”

      sottoscrivo.

  10. Credi, dunque, che Raskol’nikov – l’ “eroe” dostoevskijano di “Delitto e castigo” (che, addirittura, sembra aver ispirato Nietzsche per il suo Superuomo), presenti parte delle sofferte stigmate di cui dici. proprio perché vissuto in quella tal longitudine?
    MI ammalia questa tua teoria.
    Un pensiero mattutino da grazia.

    • Raskol’nikov vive, dopo il duplice omicidio, un rimorso diretto e uno parallelo, il pentimento e la paura di essere scoperto, questa diversificazione supporta un passaggio del mio post . Non mi sono comunque ispirato a “delitto e castigo”, non me ne voglia Dostoevskij ma certe riflessioni sulla coscienza e sull’anima le ho acquisite, tantissimi anni addietro, leggendo un testo di De Sade.

      Come sai, credo di avertelo scritto, considero Socrate, Dante Alighieri e De Sade le tre pietre miliari del pensiero sofista, i tre lati di un quadrato ancora da chiudere. E’ stato proprio De Sade a rilevare per primo i punti d’incontro tra “coscienza” e “area geografica”, le religioni hanno elaborato peccati strettamente connessi alle situazioni climatiche, comportamenti, alimentazione, strutture sociali, sessualità, ecc. ecc. Negli anni successivi sono stati compiuti studi in merito ed è emersa tutta la fondatezza di tali teorie, non dimentichiamoci che il potere è sempre stato sostenuto dai credo religiosi e viceversa, la gestione delle masse non può, non poteva, prescindere da questo sodalizio. Regole terrene e comandamenti divini hanno plasmato, modellato e inoculato, seguendo le logiche territoriali, il bag chiamato “coscienza”.

      Grazie per il tuo intervento, mi hai dato la possibilità di spiegare meglio il senso dell’ultimo capoverso, spero di essere stato esaustivo.

  11. La mia coscienza, come del resto penso quella di tutto il mondo, è continuamente in bilico tra il baratro e la sommità, tra l’inferno e il paradiso. Do la colpa ad essa quando sprofondo nel peccato, e la elogio quando rimango sereno. Cosi è l’anima, candida quando non inciampi nel vizio, nera quando sei trasgressivo. Il tutto si riconduce alla tua perfetta disamina racchiusa nell’ultimo periodo del post.

    🙂

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