Il fascino del flash

Mentre aspetto in coda il mio turno per essere servito dalla farmacista, ho l’incombenza di acquistare un test di gravidanza per mia nonna che ha 98 anni e vive nel terrore di essere incinta per via di un considerevole ritardo del ciclo, una Signora attempata chiede l’ora ad un giovanotto che le sta davanti, con un certo imbarazzo questi risponde che il suo orologio è fermo, la “zia”, facendosi aria usando le ricette mediche a mo’ di ventaglio (le caldane se ne infischiano dell’aria condizionata), proclama: “bhe… almen due volte al giorno il suo orologio segna l’ora esatta”…

 Si dice che molte invenzioni siano frutto della casualità, probabilmente lo sono anche svariate metafore, udendo la battutina sarcastica sulla prerogativa delle lancette ferme ho istintivamente pensato a quanti individui vivano come un orologio rotto, due secondi al giorno di gloria e le restanti quasi ventiquattro ore nell’anacronismo esistenziale più assoluto. Pur scomodando la meccanica quantistica è doveroso riconoscere che due secondi al giorno, tra l’altro equidistanti, sono veramente pochi per sincronizzarsi efficacemente con l’inarrestabile scorrere del tempo. Rivisitando la paratassia Morettiana è possibile identificare l’artificioso blocco del cammino evolutivo con l’appiattimento comportamentale: “ascolto musica, vado al cinema, incontro gente, faccio delle cose, mi guardo intorno, cerco di relazionarmi, sono sul social network…”. Palese è il fuggire dal futuro cestinando il passato, l’inesistente presente, filosoficamente parlando, diventa evanescente espressione dell’essere. Una mongolfiera immobile, sospesa nell’aria, con una zavorra strutturale che impedisce sia di atterrare che di librarsi in volo, un errato calcolo imputato alla società ma poiché quest’ultima è la raffigurazione tangibile del moto perpetuo, soprattutto nelle popolazioni occidentali, il “j’accuse” si trasforma in un puerile alibi urlato da più orizzonti.

Fermare l’orologio… non di rado il riuscire a farlo diventa una ragione di vita, onore al genio intuitivo di Andy Warhol: “quindici minuti di fama non si negano a nessuno”, aforisma profetico che ha fotografato perfettamente quello che sarebbe diventato l’elemento di “rottura” più diffuso. I grandi scolpiscono la storia nella roccia, i piccoli attraversano velocemente le colonne della cronaca impastando il nero con il rosa. Il sillogismo di Aristotele viene concepito come uscita di sicurezza e le spinte motivazionali si coalizzano, la meta, il traguardo, è trasformare l’episodio/evento in rendita teorica. La ribalta crea attrazione morbosa aleggiando ovunque, tenta e ammalia sovrapponendo reale e virtuale, stimola l’ego spingendo l’elmetto fuori da quella trincea che brulica di ansimi anonimi. Bloccare le lancette con l’intento di sottrarsi alla progettualità è ormai un fenomeno di massa, quella massa a cui non interessa più il: “io c’ero e ci sarò” inteso come una lunga catena da completare, no, la tendenza è interrompere, spezzare, il: “sono stato io” è assurto a “credo”, la stagione del carpe diem.

La smania di gloria temporanea giunge da lontano e può sicuramente considerarsi uno specchio dei tempi, una psicopatologia in continua evoluzione capace di captare le opportunità seminascoste che il progresso offre in tutte le sue componenti. La “società” è un concetto astruso che si presta a colpevolizzazioni di comodo, imbonitori e piazzisti, mai sfiorati dalla brezza ispiratrice di Zefiro, puntano l’indice contro media e istituzioni assumendo contrite espressioni di rassegnazione. Pur accorciando la manica della generosità non possiamo esimerci dall’assolvere scuola, televisione e internet. L’area dell’istruzione negli ultimi decenni si è vista mozzare la mano del potere educativo/disciplinare, il “sei” politico, la tolleranza a prescindere e le conseguenti promozioni “crea spazi” hanno stravolto e avvilito la funzione civico/formativa. Da lungo tempo la TV, anche quella di Stato, è totalmente prostrata alle logiche commerciali, contrariamente a ciò che molti credono il “marketing applicato” tende a trasmettere “risposte” NON “proposte”, l’intrattenimento televisivo manda in onda quello che i “grandi numeri” vogliono, la “imposizione” di un trend comunicazionale sopravvive solo in situazioni di monopolio, vecchia RAI docet. La grande madre rete è uno strumento, in quanto tale non può essere responsabilizzato per eventuali usi impropri da parte di utenti psichicamente instabili.

Se corre l’obbligo di identificare colpevoli è doveroso avere il coraggio di criticare l’operato di politica, famiglia e chiesa. Negli anni 80/90 i partiti, con l’intento di ridurre al minimo i moti di piazza, hanno allargato le maglie del permissivismo inebetendo una generazione con alcol, decibel e droga, un trittico che in quei tempi rappresentava ancora una forma di trasgressione, di fatto la genesi del “colpo” individuale ad effetto. La famiglia moderna è una antologia di contraddizioni, genitori troppo impegnati, troppo distratti, troppo ricattabili, troppo indulgenti, troppo sommersi da sensi di colpa. La chiesa ha trasformato gli oratori di don Bosco in college per abbienti, le curie in filiali di una holding, le funzioni spirituali in obiettivi manageriali.

Re a scadenza, principesse momentanee, autori di bravate, solutori estremi e drogati di fama, sono frutti bacati di una pianta priva di radici che attraversa saltellando ad occhi chiusi un campo minato. Rimane solo da domandarsi se esista una “terra di mezzo” tra mia nonna che continua, con sana autoironia, a far girare le lancette di un orologio fermo e coloro che l’orologio vogliono fermarlo ad ogni costo sotto il flash.

Tullio Antimo da Scruovolo

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One thought on “Il fascino del flash

  1. Questo è l’oggi senza un vero credo da vedere e sentire come spinta dell’animo.
    Oggi, ma del resto come ieri, ci sono ideali come quel minuto sul traliccio a costo della morte, come un oggetto pesante sul mento del presidente del consiglio, sparare sui bambini all’uscita della scuola, rovinare le auto del preside e dei docenti, apparire su you tube facendo cose folli, ecc. ecc..
    “Non credo a nulla”, mi ha detto il figlio quattordicenne del mio vicino di casa, “ho tutto quello che voglio, cosa mi può interessare? Mi piacerebbe fare qualcosa da telegiornale!!!!!!!! ”

    Minchia!!!

    TADS’ ANSWERS:

    caro Re,
    il problema è che una volta fare qualcosa da telegiornale era prerogativa di pochi, oggi è quasi uno status symbol

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