Sad story…

Ero già stato diverse volte nel Regno Unito, arrivandoci sempre in aereo, addirittura in una occasione avevo sorvolato lo stretto a bassa quota a bordo di un Piper, sul ponte del traghetto ho capito che solo via mare era possibile rendersi conto dell’imponenza delle bianche scogliere di Dover. Un tiepido sole si stagliava nel cielo terso, l’immancabile vento nel canale della Manica mi sferzava il volto pungendolo con una miriade di minuscole gocce d’acqua, poco più in là un gruppo di ragazze ridacchiavano rumorosamente sotto lo sguardo di alcuni camionisti silenziosi, la motonave è un piccolo mondo ma completo nel suo essere eterogeneo, una affidabile campionatura della varia umanità… La scelta di recarmi a Cardiff in automobile era stata forzata da problematiche logistiche, la clinica dove era ricoverata Helen, fuori città, distava svariate miglia dall’hotel più vicino e gli orari dei trasporti pubblici erano vincolanti ed insoddisfacenti, il dover guidare a sinistra non mi impensieriva minimamente, mi era già capitato e sapevo perfettamente che dopo le dovute attenzioni iniziali sarebbe stata una cosa normale. Il turbinio di pensieri che mi assillava il cervello era di ben altra natura, interrogativi che non avrebbero mai trovato risposta, inspiegabili eventi irrazionali orfani di una giusta collocazione nella mia mente fredda, disincantata, a volte cinica. Eppure ero lì, la mia corazza, la mia robusta armatura metallica da Cavaliere medioevale anziché proteggermi mi conduceva, come fosse attratta da un potente magnete, verso quella “night in the wood”  piena di provocanti insidie.

Circa tre anni prima…

E’ mattino inoltrato quando esco dall’Hotel de Paris e mi incammino a piedi lungo l’Avenue che scende verso il porto, sono diretto verso la piccola area pedonale dietro le piscine alla ricerca di un ristorantino, mi sono alzato con la voglia di mangiare una nicoise. Appena finita la curva la vedo, è immobile davanti alla vetrina di Hermès, indossa una t-shirt nera, morbidi pantaloni di cotone color panna, ai piedi le infradito ed in testa un cappellino da base ball, dalla fessura posteriore esce una lunga coda di capelli castani che quasi nasconde il piccolo zainetto colorato. Mentre mi avvicino lei si gira più di una volta per lanciarmi fugaci occhiate, i nostri occhiali scuri non riescono ad affievolirne l’intensità intuita, quando le sono di fianco guardo la vetrina cercando di capire cosa possa carpire la sua attenzione al punto da immobilizzarla, forse si sta semplicemente specchiando. In Francese le chiedo se c’è qualcosa che le piace, si gira, mi sorride, con una sensualità da grande attrice consumata si toglie gli occhiali e, in smaccato accento Inglese, mi risponde in Italiano che sta solo curiosando, tolgo anche io gli occhiali, ci fissiamo per interminabili attimi e poi le chiedo se le interessa curiosare anche in qualche locale dove si mangia, ride d’istinto, un po’ imbarazzata, come avessi letto nel suo pensiero, timidamente proclama: “pizza”.

Nel piacevolmente ventilato dehor la osservo, ha modi raffinati che poi scopro essere il frutto di una educazione collegiale, fisicamente è l’esatto opposto del mio ideale di donna ma qualcosa in lei mi impone di approfondire la conoscenza, si chiama Helen ed è Americana, 24enne, vive sola da anni in Inghilterra, è in vacanza, gironzola per la Costa Azzurra in treno ed ogni sera rientra in un piccolo alberghetto di Menton dove ha affittato una stanza. Nel pomeriggio, come fosse la cosa più naturale del mondo, ci ritroviamo nell’hotel dove alloggio, rimaniamo chiusi dentro per quasi tre giorni alternando pasti serviti in camera e brevi dormitine a rapporti quasi ossessivi. E’ giovane e fresca ma incredibilmente perversa, inebriante come una rugiada alcolica, non c’è amore, non c’è rispetto, non c’è stima, non c’è nient’altro che un indecente carpe-diem egoistico, una Luculliana tavola imbandita data in pasto a due affamati che cercano di abbuffarsi il più possibile fregandosene di fronzoli e formalità strappandosi il cibo di bocca a vicenda. Mentre la riaccompagno in auto a Menton non diciamo neanche una parola, siamo silenti come un rumoroso flipper in game over, il tragitto è breve ma sembra interminabile, gli addii sono dei calvari, delle torture, questo sapeva per entrambi di liberazione, salvezza, un eventuale seguito sarebbe stato devastante. Giunti a destinazione ci salutiamo con una formale stretta di mano, le chiedo spontaneamente se ha bisogno di qualcosa ma lei si limita a chiedermi, quasi profeticamente, un recapito. Le porgo il biglietto da visita del mio commercialista dopo aver scritto sopra il mio nome, se lo infila in tasca ed attraversa la strada giungendo all’ingresso dell’albergo senza mai girarsi.

Nei tre anni successivi ho pensato a lei solo in momenti e circostanze che in qualche modo mi creavano dei flashback ma, inspiegabilmente, quando il  mio amico commercialista mi ha chiamato, prima ancora che mi dicesse di aver ricevuto un plico da Cardiff a me indirizzato, ho pensato ad Helen. Le copie delle analisi non lasciavano speranza, leucemia fulminante, in allegato un minuscolo biglietto “vorrei vederti prima di morire”. Ho buttato in borsa il minimo indispensabile e sono partito immediatamente, senza neanche chiedermi se la cosa avesse un senso. Quando sono entrato nella sua stanza in clinica ci siamo comportati come se ci fossimo visti il giorno prima, i dottori mi hanno parlato di una settimana al massimo. Realizzo che l’aver prenotato l’hotel e l’esserci andato in macchina è stato solo un gesto scaramantico dettato dal subconscio. Cara Helen, ti sono stato vicino tenendoti per mano e vegliando sul tuo fragile corpo per quasi trenta ore, tu, con una dignità che neanche un Nobel per la letteratura sarebbe in grado di descrivere, sei morta durante quella unica manciata di minuti in cui mi sono appisolato, non hai voluto farmi assistere al tuo spegnerti. Esco dall’ospedale con la testa che pare un frullatore, non ho saputo praticamente niente della tua giovane ed intensa vita, eri bella, intelligente, socievole e sveglia, eppure hai lasciato questo mondo avendo vicino solo un emerito sconosciuto incontrato per caso.

 

Tullio Antimo da Scruovolo

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7 thoughts on “Sad story…

  1. Leggo è mi viene da dire che quando quella vita è stata rubata dal male tu hai avuto solo una fortuna, quella di aver passato del meraviglioso tempo con lei. Ora solo il ricordo alimenterà, ogni tanto, un fugace ma intenso pensiero che non dimenticherai mai più.

  2. Bellissime le frasi finali…
    Forse morire con dignità è più semplice di vivere con dignità…e nessuno potrà mai comprendere!!
    La vita è un mistero che spesso non capisco…. a volte si riesce più a dare a perfette sconosciute che viceversa!
    Forse perchè l’attimo è durato poco ,o forse perchè vivrà nell’infinito!
    Sembra quasi una fantasiosa storia nata da un pensiero bello!
    Buon San Valentino.
    Bnotte Sdat

  3. Lo percepisco come un incontro spontaneo che non sarebbe stato vissuto con tanta intensità se entrambi avessero controllato istinto ed emozione, fondata forse su sicurezze generate da naturali sensazioni.
    Sensazioni forti che troppo spesso sottovalutiamo e che non ci permettono di vivere fino in fondo, lasciando di noi dei bei ricordi.

  4. Una bella storia,scritta con grande bravura
    in modo stringato,essenziale.
    E commovente.

    Per me,e sottolineo per me,Tullio,
    è soprattutto ,uno splendido affresco della solitudine.
    Forse della vita stessa ma certamente del suo finire.
    Senza grande amarezza,nella consapevolezza che c’è dignità e bellezza
    anche nella …solitudine.

    L’uomo si era appena assopito mentre lei varcava… QUELLA
    soglia,
    Ma non sarebbe cambiato molto anche se lui l’avesse guardata.
    Le avesse bisbigliato parole affettuose.
    Tenendo ,fra le sue, la mano di lei.

    “eppure hai lasciato questo mondo avendo vicino solo un emerito sconosciuto incontrato per caso”
    Siamo tutti,comunque soli,io credo.
    Specie nell’ultimo atto della nostra vita.
    Per quanta gente sia attorno a noi,QUELLO
    è un passo solo nostro.
    Tremendamente individuale.
    Così io l’ho percepito ,acutamente, accanto alla persona
    che amavo.

    marilù

  5. non vorrei apparire scortese ma non credo sia il caso di rispondere individualmente, vado a spiegare il perchè:

    il fatto che abbia scritto in prima persona non significa necessariamente che la storia riportata sia autobiografica, in realtà trattasi, seppur romanzata, di una analisi comportamentale che crea molti spunti di riflessione, guardiamola e confrontiamoci, volendo, sotto questa ottica

    grazie

    TADS

  6. Mi ha fatto tornare alla mente John Donne..

    “Ogni morte di uomo mi diminuisce perché
    io son parte vivente del genere umano.

    E così non mandare
    mai a chiedere per chi suona la campana:
    essa suona per te”

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